Le Valli del Natisone dal risorgimento all'avvento del fascismo

di Michela Iussa
Alla vigilia dei moti del 1848 il territorio friulano e la Comunità della Slavia, sua parte integrante, furono attraversati da una fase di profonda insoddisfazione. Gli abitanti delle Valli non riuscivano più a tollerare la politica accentratrice ed assolutista a cui li aveva costretti la dominazione austriaca. Si sentivano schiacciati da una fiscalità oppressiva. I giovani della comunità erano sottoposti alla leva militare con il sistema dell’estrazione a sorte e una durata, tra servizio effettivo e riserva, fino a otto anni.

Alla luce di questo, non ci si deve meravigliare come l’Impero Austriaco venisse ormai avvertito come straniero ed ostile. L’inizio di tutto coincise con il 17 ottobre 1797 quando Napoleone Bonaparte, attraverso la firma del Trattato di Pace di Campoformido diede il colpo di grazia alla Serenissima. L’antico territorio della Repubblica di Venezia venne suddiviso tra l’Austria degli Asburgo e la Francia della Rivoluzione. Veneto, Istria e Dalmazia divenivano, così, territori austriaci!

La Schiavonia Veneta, così venivano chiamate le Valli sotto Venezia, perse in tempi estremamente rapidi la propria autonomia amministrativa. Venne infatti inserita nella nuova provincia veneta strutturata anch’essa sul modello degli altri stati austriaci e sottoposta ad un consiglio di governo che risiedeva a Venezia. L’intento degli Asburgo fu fin dall’inizio quello di conferire al territorio annesso una struttura amministrativa il più possibile organizzata, omogenea ed efficiente.

Già in epoca napoleonica erano stati soppressi sia i 36 Comuni che le Banche esistenti fino ad allora nelle Valli. La divisione del territorio in otto Comuni venne confermata dal governo Austriaco. Nel 1839, quest’ultimo abolì la proprietà comune della terra che fu ripartita in lotti e ceduta ai privati con l’obbligo del pagamento di canoni stabiliti in base alla rendita dei terreni. Tale misura si rivelò particolarmente dannosa per l’economia locale in quanto la coltivazione di estese superfici ed il pascolo su tutto il territorio aveva permesso agli abitanti di contare spesso sull’auto sussistenza.

La Slavia non riuscì mai ad accettare completamente il senso di spoliazione che riteneva di aver subito. Rimpiangeva la libertà e il rispetto che il Patriarcato di Aquileia e la Repubblica di Venezia le avevano riconosciuto per vari secoli anche grazie alla sua particolare posizione geografica. Gli abitanti delle Valli erano stati investiti dell’importante incarico di custodia dei valichi di confine (i passi erano cinque: Puffaro, Luico, Clinaz, Clabuzaro e San Nicolò) avevano svolto quella delicata incombenza con inaudita fierezza e fedeltà. Ne guadagnarono un crescente senso di auto consapevolezza, di responsabilità e soprattutto di quella dignità che avrebbe connotato i loro comportamenti anche nel corso dei successivi e travagliati eventi storici che li videro protagonisti.

Pare evidente che in tale contesto andava lentamente maturando la consapevolezza che il tempo di subire senza nulla ricevere in cambio era giunto al termine. Con forza si palesava la volontà di entrare a far parte di una realtà più libera. L’indomito spirito degli abitanti delle Convalli di Antro e di Merso, così duramente represso, finì per subire il fascino di quel processo di rinnovamento culturale, politico e sociale che andava rapidamente diffondendosi in tutta Europa e che avrebbe condotto alla formazione dello Stato nazionale italiano. Gli storici chiamarono questo movimento Risorgimento.

Il Risorgimento:

cosa accadeva in Italia



I primissimi moti rivoluzionari avevano matrice carbonara ed andavano invocando istituzioni più liberali, in primis la Costituzione. Giuseppe Mazzini rappresentò la figura cardine di questo delicato periodo storico. Egli riteneva che l’Italia unita dovesse essere il frutto della libera scelta di un popolo preparato ed educato ad accogliere i valori e le istituzioni democratiche. Il suo messaggio venne immediatamente recepito dalla borghesia e dai ricchi esponenti del settore commerciale ed artigianale del Nord. Il resto del paese, con campagne povere e mercati ristretti, rappresentò invece un importante ostacolo allo sviluppo degli ideali mazziniani. A partire dal 1840 solo nella Lombardia austriaca e in Piemonte esisteva un ceto imprenditoriale relativamente avanzato e interessato ad un mercato nazionale.

Malgrado il notevole impegno, Mazzini non riuscì a produrre la rivoluzione promessa, ci furono solo vari tentativi repressi. Ma, nonostante tutto, fino al 1834 aderire alla Giovine Italia da lui creata, veniva considerato sinonimo di lotta per l’indipendenza nazionale. Era questa un’associazione clandestina nata con lo scopo di supportare il popolo oppresso nel suo compito di rovesciare i monarchi e dare vita ad un Italia retta a Repubblica. Ne I sistemi e la democrazia del 1850 Mazzini scriveva: «Democrazia suona lotta: è il grido di Spartaco, l’espressione di un popolo sul primo levarsi: governo, istituzione sociale, rappresenta un popolo che si costituisce e trionfa.».

Sarebbe erroneo ritenere che il Risorgimento fosse un processo storico unitario, anzi tutt’altro. Esponenti del clero, della cultura, della politica non mancarono di proporre la propria idea del futuro Stato italiano. Tutti erano d’accordo sulla necessità di liberare il paese dagli stranieri ma i punti di vista divergevano su come raggiungere tale obiettivo. Il nuovo stato doveva essere unitario o federale? Doveva essere una repubblica o una monarchia? Tra coloro che auspicavano la creazione di una confederazione di Stati italiani con a capo il Pontefice di Roma, vi era Vincenzo Gioberti. Altri come Carlo Cattaneo speravano venisse creata una repubblica federale. Cesare Balbo, Massimo d'Azeglio e Camillo Benso di Cavour lavorarono instancabilmente per la costruzione di uno Stato unitario sotto la casata dei Savoia e per iniziativa del Regno piemontese.

Tra gli esponenti del filone degli oppositori all’ipotesi di ‘Italia unita’ va ricordato l'anarchico Bakunin che sempre pose il federalismo come base fondante del suo pensiero rivoluzionario, tanto da giungere a criticare apertamente la visione statalista di Mazzini il quale fu suo grande avversario.

Al di là delle divisioni idealistiche che caratterizzarono un periodo di grande fermento come quello risorgimentale, l’effetto della nuova corrente di pensiero fu devastante in quanto a partire dal 1848 in Italia deflagrò ciò che già stava accadendo in buona parte dell’Europa, allorché molte monarchie esistenti all’epoca vennero messe in discussione e furono gravemente minacciate dallo sviluppo di sollevazioni su larga scala che da Parigi e Budapest arrivarono fino a Palermo.

La guida del movimento risorgimentale italiano venne ben presto guadagnata dalla dirigenza piemontese con il primo ministro Cavour. A due anni dallo scoppio della guerra in Crimea del 1853, egli decise di intervenire inviandovi delle truppe. Nell’intento di ottenere un decisivo appoggio internazionale al Regno di Sardegna, riuscì a spingere la Francia in una guerra contro gli Asburgo che portò come risultato l’annessione della Lombardia nel 1859. A combattere in Crimea nel 1855 ci fu anche un valligiano delle Valli del Natisone il suo nome era Stefano Vogrig!

Il Risorgimento:

cosa accadeva nelle Valli del Natisone



La ventata di speranza di una nuova era che accompagnò tutto il 1848, con Daniele Manin e Nicolò Tommaseo che innalzavano a Venezia il tricolore ornato dal glorioso leone di San Marco, mentre il papa Pio IX benediceva l’Italia e Carlo Alberto dichiarava guerra all’Austria, accese gli animi anche dei valligiani delle Valli del Natisone.

Essi non esitarono ad imbracciare le armi, abbattere le insegne austriache, fare prigionieri i gendarmi e i funzionari per scendere poi verso Cividale organizzati in bande armate allo scopo di difenderla. Si scontrarono con gli oppressori anche sul monte San Martino, tra le vallate del Cosizza e dell’Alberone. I combattimenti venivano accompagnati dal canto della poesia di Don Pietro Podrecca, sacerdote di Scrutto, Predraga Italija prejubi moj dom (‘Piú che cara tu, Italia, amata mia casa’).

Tutti i comuni della Slavia contribuirono con soldati, armi e munizioni alla causa insurrezionale decidendo di non arrendersi e proseguendo con la lotta anche quando tra Judrio e Natisone giunse la notizia che il Comitato di guerra, di cui faceva parte anche l’arcivescovo Bricito, si era deciso alla resa nel timore che Udine potesse venire rasa al suolo. Tra i combattenti valligiani spiccarono uomini come Stefano Vogrig da Clastra, Giovanni Manzini da Pulfero e Francesco Podrecca da San Pietro al Natisone.

Con queste parole Nicolò Tommaseo si rivolse anche ad essi in occasione di un proclama indirizzato da Venezia ai Popoli del Friuli il 10 aprile 1848 : «Una parola anche a Voi, slavi del Distretto di San Pietro al Natisone: slavi fratelli che consentite nei dolori e nelle speranze d’Italia; alle cui anime l’Austria, più provvida che spietata, insultò. Al primo rumore di guerra da Cividale assaltata Voi pronti accoreste a difenderla: le vostre donne si proffersero ad armarvi contro l’austriaco a pro dell’Italia minacciata.».

L’idea di ‘Italia’ per la quale numerosi valligiani si erano dimostrati pronti ad offrire la loro stessa vita, assunse in quell’estremo lembo di terra significati che andavano ben al di là dell’affrancamento dall’Austria avida di tasse e avara di autonomie. La nostalgia del recente passato e la volontà di rivalsa determinarono una tale sentita partecipazione. La riconquista della dignità all’interno della ‘latina Italia’ divenne per loro l’imperativo. Ogni illusione venne però distrutta dopo solo un anno e mezzo dai moti del ’48.

Nel 1850 gli otto Comuni delle Valli presentarono un importante ricorso a Radetzky, allora Governatore del Lombardo Veneto. Chiesero che venisse loro accordata «Una Giudicatura propria e locale di I Istanza» con personale che conoscesse «oltre l’Italiano, la lingua slava». Al ricorso vennero allegati tutti i documenti e atti che provavano i privilegi goduti dalle Banche di Antro e di Merso durante il lungo dominio veneziano, ma anche nel primo periodo austriaco e in quello napoleonico. La risposta giunse dal Pretore di Cividale solo nel dicembre del 1852, quasi tre anni dopo. La decisione dell’Imperial-regio Ministero della Giustizia, presa in nome dell’Imperatore, confermava la dipendenza dalla Pretura di Cividale e dall’altro garantiva «il possibile riguardo alla nazionalità degli abitanti» nonché l’impiego di dipendenti in sede di giudizio che parlassero il generico ‘idioma Slavo’ locale. Sebbene la storia abbia dimostrato come i tempi non fossero stati ancora maturi, la ventata rivoluzionaria aveva provocato conseguenze importanti negli abitanti delle Valli del Natisone. Lo stato d’animo era inquieto e il desiderio di un Italia libera non venne mai relegato in secondo piano. Nella trepidante attesa un pensiero non tacque: quello di Patria. La delusione fu enorme quando l’11 luglio 1859 venne firmato l’armistizio di Villafranca tra Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe d’Austria. Veniva decretata così la fine della Seconda guerra di Indipendenza dichiarata da Francia e Piemonte all’Austria. Il Piemonte non riuscì ad ottenere l’intero Lombardo-Veneto come previsto dal trattato di alleanza sardo-francese ma gli venne ceduta la sola Lombardia.

L’ora della liberazione non era ancora giunta per le Valli del Natisone! Ma non per questo i valligiani del Friuli rimasero inerti. Sprezzanti del pericolo presero a conservare depositi di armi in quel di San Daniele, di Pulfero, di Cividale ed anche altrove, pronti ad ogni evenienza!

I protagonisti del Risorgimento nelle Valli del Natisone



Nelle Valli del Natisone dell’epoca risorgimentale, numerosi furono i personaggi che attraverso azioni coraggiose e parole di denuncia si resero portavoce del profondo e diffuso sentimento anti austriaco che vi regnava. La Slavia fu terra natale di valorosi combattenti, ma anche di uomini culturalmente vivaci provenienti da un ceto borghese condizionato dalla cultura italiana. Elemento assolutamente rilevante di quell’epoca fu la documentata condivisione di una parte dell’ambiente sacerdotale di quelli che erano gli ideali propri del mondo laico.

A questo punto appare doveroso ricordare almeno alcuni nomi di quei valorosi che offrirono il proprio fedele e prode contributo all’Italia unita.

Tra i combattenti spicca innanzitutto Stefano Vogrig. Era di Clastra piccola frazione del Comune di San Leonardo. Non aveva ancora compiuto vent’anni quando venne reclutato con la leva del 1844. Entrò così a far parte dell’esercito austriaco nel reggimento Arciduca d’Este. Il suo destino era altrove, però. Allo scoppio dei primi moti rivoluzionari, con il coraggio e la tenacia propria dei suoi conterranei, prese l’ardua decisione di disertare per unirsi a coloro che avevano fatto voto di rivendicare i diritti della terra natia. Non ebbe nessuna incertezza quando, nel 1848, si trattò di imbracciare le armi in difesa della nascente Repubblica di San Marco. Il 1855 lo vide combattente in Crimea e nel 1859 fu tra coloro che affrontarono gli austriaci nella cruenta battaglia di San Martino con la quale si conclusero le attività belliche della seconda guerra di indipendenza. La sua vita fu tutta un susseguirsi di fatti eroici in nome della Patria. Nel 1860 partecipò agli assedi perpetrati nei confronti della pontificia Ancona e alla borbonica fortezza di Gaeta. Infine dopo essere rimasto per alcuni anni negli ex territori del Regno delle Due Sicilie, fu impegnato contro i briganti meridionali nel 1866.

Altro valoroso combattente fu l’ingegner Giovanni Manzini da Pulfero. Nell’aprile del 1848 egli fu a capo di ben due compagnie di valligiani scontratesi con truppe austriache sul Monte San Martino. Si rese ancora protagonista nel 1849 quando intervenne in prima linea nella difesa di Venezia.

Altro nome da non dimenticare fu quello di Francesco Podrecca da San Pietro al Natisone. Nel 1848 egli fu comandante degli insorti locali che si andavano organizzando in ciascun Comune nella Guardia Civica. Fu quest’ultima a bloccare gli austriaci sul colle di San Martino per poi marciare prontamente verso Udine che, assediata, aveva urgente necessità di rinforzi.

Ricordiamo poi i Crucil da Stupizza che assieme a molti altri riuscirono a introdurre nel territorio delle Valli armi poi distribuite alla Guardia Civica. Tra i nomi noti vanno citati i ‘patrioti’ di San Pietro che combatterono a Venezia nel 1849: Michele Struchil, Giuseppe Pirich, Giovanni Deganutti, Giobatta Sturolo e ancora Valentino Tomasetigh da Cosizza. I nomi di molti altri insorti vennero tenuti segreti o forse furono solo dimenticati.

Una menzione particolare per Giovanni Clodig, ossia uno dei principali uomini di cultura dell’epoca e anche lui convinto sostenitore del Risorgimento, tanto da combattere contro gli austriaci a Montebello nel 1848 e nella difesa di Venezia l’anno successivo. Ricordiamo qui brevemente, anticipando i tempi, che insieme a Pacifico Valussi, giornalista della destra storica, fondò prima il circolo patriottico Indipendenza e quindi, nel 1866, il quotidiano Giornale di Udine per suggerimento di Quintino Sella, commissario del re per il Friuli. Il Giornale di Udine sarà diretto fino al 1891 dallo stesso Valussi che insieme a Giovanni Clodig lavorò alacremente anche sulle vicende degli slavi nel Friuli Occidentale. Dopo l’annessione al Regno d’Italia, egli fu presidente dell’Accademia di Udine alla quale appartenevano i migliori uomini di cultura del Friuli.

Come sopra accennato il mondo sacerdotale delle Valli si dimostrò particolarmente attento e fedele al sentimento risorgimentale e ciò malgrado i cattivi rapporti che intercorrevano tra la Chiesa cattolica e quello che si andava palesando come l’anticlericale Regno Sabaudo. Un tentativo di spiegazione si potrebbe individuare nell’avvio piuttosto burrascoso dei rapporti tra la Chiesa stessa e la Casa d’Austria. Questa non esitò, infatti, ad imporre dall’alto un drastico adeguamento dell’intera struttura ecclesiastica. Fu proprio così che Udine perse nel 1818 il rango di metropolitana diventando una suffraganea di Venezia. Rispetto al modello napoleonico, quello austriaco introduceva, inoltre, il rigido e attento intervento dello Stato nella formazione del clero curato. Una commissione aulica fissava le quote di patrimonio necessarie per l’ordinazione, ma soprattutto aveva competenze rigorose sia sui programmi che sui metodi d’insegnamento.

Tornando al mondo valligiano vogliamo ricordare l’abate Giovanni Vogrig. Cugino del combattente Stefano Vogrig fu anch’egli acceso sostenitore del Risorgimento. Paolo Caucig nel suo libro su Clastra, paese natale anche di Giovanni così descrisse questa figura: «Sacerdote irrequieto che sosteneva le idee del liberalismo italiano. Dopo una breve esperienza pastorale nella Slavia, fu precettore presso facoltose famiglie friulane. Per le sue idee ed il suo comportamento ribelle fu sospeso a divinis dall’arcivescovo Andrea Casasola nel 1871. Il provvedimento provocò in Vogrig reazioni ancora più violente che sfociarono in una lettera a mons. Casasola di 48 pagine, pubblicata in due edizioni. Nel 1874 fondò il settimanale politico-religioso L’esaminatore Friulano di cui fu redattore e direttore responsabile e nel quale polemizzò anche con alcuni sacerdoti considerati acerrimi nemici del Regno d’Italia che da poco aveva ottenuto l’indipendenza. Dal 1868 al 1893 don Giovanni Vogrig insegnò nel Regio ginnasio-liceo Jacopo Stellini.».

Un altro sacerdote che si distinse nella sua battaglia personale per l’unità fu Don Antonio Droli. Egli era originario di Scrutto e oltre ad essere cappellano del paesino di Cravero ne era diventato anche il maestro. Fece parte del Comitato Civico creatosi in quegli anni a San Leonardo con l’intento di appoggiare l’annessione della Slavia al Regno d’Italia.

Tra i sacerdoti delle Valli che si professarono filo italiani e decisamente anti austriaci almeno fino al 1867, può essere incluso anche Don Pietro Podrecca, prova ne è la poesia che compose nel 1848 con il titolo Predraga Italija (‘Carissima Italia’). Al canto delle parole di questa toccante composizione i combattenti si accingevano ai campi di battaglia a difesa della libertà.

Parteciparono attivamente ai moti del '48 sacerdoti come Don Giovanni Blanchini, cappellano di Rodda, Don Michele Muzzigh, cappellano di Tercimonte e successivamente di San Pietro, Don Stefano Domenis di Tarpezzo, che intervenne anche nella difesa di Venezia nell’anno 1849.

La panoramica dei protagonisti risorgimentali può essere conclusa con un personaggio cividalese oriundo delle Valli del Natisone. Si tratta di Guido Podrecca fervido garibaldino quindi ufficiale sabaudo ed infine Regio Pretore. La sua famiglia emerse nella Slavia sin dal 1700. Il nonno di Guido divenne cancelliere della ‘Banca’ di Antro sul finire della Repubblica Veneta. Il fratello di Guido, Carlo Podrecca, fu uomo di grande importanza per le Valli. Anche lui convinto garibaldino, avrebbe combattuto per l’indipendenza della Patria. Ad una figura così eclettica si intende riservare un commento più approfondito nel corso della presente trattazione.

Inizia l’esperienza italiana



Nella notte che seguì la proclamazione del Regno d’Italia ‘del 1861’, i valligiani della Slavia non esitarono a sfidare le prigioni austriache accendendo dei grandi fuochi sulle cime delle montagne. Era il loro modo di esprimere l’incontenibile gioia che provavano unita alla speranza che la libertà era orami vicina anche per loro. A onor del vero, i moti del 1864 non videro un coinvolgimento particolarmente attivo della Comunità. Negli scritti di Carlo Podrecca emerge il riferimento ad un unico evento degno di nota ossia la parata, più che altro provocatoria, organizzata da ventiquattro giovani in uniformi garibaldine davanti alla chiesa di San Canziano sopra Vernassino.

Fu nel luglio del 1866 che si registrò una partecipazione più attiva all’interno della Slavia. I valligiani presero ad organizzarsi nuovamente! Sul monte Joannes venne organizzata una ‘banda’ che agiva agli ordini di Mattia Zuzzi da Codroipo con la cooperazione di Giovanni Manzini da Pulfero, di Antonio Crucil, allora segretario comunale di Pulfero, e di un tale Faidutti da Canebola di cui non si conosce il nome. La banda si sarebbe sciolta dopo pochi giorni a causa di una fulminea reazione operata dalla polizia. In ogni caso il momento tanto agognato della liberazione era prossimo. Nell’attesa di tempi propizi, si narra che numerosi fucili vennero nascosti nel fienile della casa di Giovanni Manzini a Pulfero. Le armi sarebbero state poi dallo stesso consegnate alla costituenda Guardia Civica di Udine.

Intanto sul piano nazionale si stavano compiendo gli ultimi atti della Terza guerra di Indipendenza chiamata anche ‘Guerra delle Sette settimane’. Gli austriaci, sconfitti dai prussiani a Sadowa nel luglio del 1866, si impegnarono a cedere il Veneto e il Friuli all’Italia. Il 12 agosto veniva firmato a Cormòns l’armistizio tra l’Italia e l’Austria in base al quale il confine doveva ritornare quello del 1814. In un dispaccio del 24 agosto diramato a Udine dal Regio Commissario Quintino Sella, che aveva insediato la nuova rappresentanza della provincia friulana, si parlò di una rettifica confinaria nei seguenti termini: «l’Austria cederebbe all’Italia Cervignano ed Aquileia, ricevendo in cambio una stretta striscia tra le montagne e lo Judrio, fra Kolovrat e Prepotto».

Il trattato di pace di Vienna cui si giunse il 3 ottobre del 1866 sancì in realtà un’intesa diversa. L’Italia otteneva il Veneto e il Friuli ma doveva rimandare il sogno di veder sventolare il tricolore su Trento, Gorizia e Trieste. La linea di confine venne fissata sullo Judrio. Le Valli del Natisone diventavano così italiane! Il momento tanto atteso e per il quale si era tenacemente combattuto era finalmente giunto. Il plebiscito era alle porte.

Gli abitanti della Slavia vennero chiamati al voto nei giorni 21 e 22 ottobre 1866. Unicamente per tale occasione, il diritto di voto venne esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 21 anni. L’evento venne ampiamente pubblicizzato allo scopo di enfatizzare il carattere di ‘votazione universale’ che si voleva attribuire al plebiscito.

Nella realtà dei fatti, la consultazione riguardante le Valli del Natisone come pure quelle che, in tempi diversi, ebbero luogo nel resto d’Italia, rappresentava nulla di più che una solenne conferma di decisioni ormai prese ed irreversibili nel rispetto dell’usanza entrata in vigore con l’unificazione italiana. Nessuna clausola del Trattato di pace prevedeva, infatti, l’eventualità di un risultato plebiscitario che potesse modificare gli accordi già stipulati.

Secondo il censimento del 1871 su una popolazione di circa 14.051 unità gli aventi diritto al voto furono 3.688. Tutti deposero nell’urna il loro voto: «Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia sotto il Governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori.». I ‘sí’ furono 688 a San Pietro, 313 a Drenchia, 421 a Grimacco, 352 a Rodda, 607 a San Leonardo, 404 a Savogna, 440 a Stregna, 462 a Tarcetta, quindi per un totale di 3.687. In tutte le Valli del Natisone ci fu un solo voto favorevole all’Austria.

L’esito del voto appariva assolutamente inequivocabile! Può essere interessante rilevare come in tale circostanza venisse adottato, con data 28 maggio 1867 un documento del Distretto di San Pietro contraddistinto dal numero 478 J del Consiglio Comunale: «Dopo le parole del Presidente che informa essergli giunte da molte parti relazioni verbali degli amministrati esprimenti il desiderio che dopo l’aggregazione del Comune al Regno d’Italia novellamente e felicemente ricostituito, venga cangiato il nome del Comune onde sia tolta così ogni traccia di derivazione straniera agli abitanti di questo circondario, che essendo italiani di cuore, tradizione, interessi ed educazione si propongono di essere e di rimanere tali anche nei secoli avvenire, decide pertanto invece che S. Pietro degli Schiavi si denominasse S. Pietro al Natisone, rammentando soprattutto le vicissitudini storiche comuni friulane e delle convalli che un tempo si chiamavano d’Antro e di Merso che ora formano il Distretto Amministrativo di San Pietro al Natisone.».

L’adozione di tale documento non mancò di produrre un vivace dibattito attorno alla cosiddetta ‘questione slava’ la quale spesso sarebbe tornata ad infiammare gli animi sia all’interno che all’esterno di una comunità di confine come quella delle Valli del Natisone. Il giornalista Valussi scrisse a tal riguardo: «Tutti gli abitanti di cotesto Piemonte Orientale, appena è loro concesso di parlare, pensare, vivere, tutti parlano, pensano e vivono da italiani.».

Le Valli del Natisone all’interno dell’esperienza italiana



Vogliamo descrivere per un attimo quella che poteva essere la realtà delle Valli all’inizio della loro esperienza all’interno dell’Italia unita. Allo sguardo si rivela un territorio di confine, prevalentemente montano, economicamente arretrato e poco significativo all’interno del panorama nazionale. La densità della popolazione si manteneva superiore rispetto a quella della provincia nel suo complesso (Censimento del 1871: Provincia abitanti/kmq 73,92; San Pietro al Natisone abitanti/kmq 78,25). Poche strade sterrate e numerose mulattiere si inerpicavano su per i monti fino a sperduti villaggi o case isolate. Non c’era traccia di illuminazione, mancava l’acqua corrente, l’analfabetismo dilagava (Censimento del 1871: l’analfabetismo riguardava il 73,16% della popolazione friulana, il 59,09% degli uomini e l’86,97% delle donne).

Le condizioni igienico sanitarie degli abitanti erano estremamente precarie. Dall’inchiesta condotta da Agostino Bertani nell’ambito dei censimenti decennali, risultò, comunque, che quest’area montana non soffrì della pellagra che invece imperversava nel resto della Provincia di Udine. Sempre dagli studi statistici condotti, si scoprì l’impiego anche qui di fanciulli sin dalla tenera età per accudire al bestiame e nel lavoro dei boschi. Forte traspariva la devozione religiosa degli abitanti. La lingua locale slava veniva orgogliosamente usata durante le pratiche religiose e in tutti i molteplici aspetti della vita quotidiana. L’italiano era da secoli relegato ai soli atti pubblici.

La gente comune era povera e a malapena riusciva a vivere con i miseri proventi derivanti dalla frutticoltura e dalla zootecnia. Per sbarcare il lunario, si diffuse a livello familiare l’allevamento dei bachi da seta. Non era inusuale poi vedere i valligiani, tra mille difficoltà, spesso a piedi e con carretti di fortuna, scendere verso i mercati del cividalese e del resto del Friuli per cercare di vendere i pochi prodotti che la loro terra offriva. Smerciavano soprattutto castagne e mele (Seuka la mela autoctona, oggi purtroppo quasi estinta). I redditi comunque si mantenevano troppo bassi e inoltre c’erano le tasse da pagare.

La pratica del contrabbando non era infrequente e spesso veniva vista come un’inevitabile alternativa. La migrazione verso le vicine Austria e Ungheria era una pratica piuttosto diffusa ed aveva carattere stagionale. Sopravvivono ancora oggi nelle Valli dei simpatici modi di dire legati a quelle esperienze extra territoriali: «Non saresti capace di fare affari né a Buda né a Pest». Nella sua Relazione Emilio Morpurgo scriveva: «Da Tolmezzo partono nel giugno e nel dicembre gli arrotini; da San Pietro al Natisone qualche chincagliere; da Maniago i venditori di coltelli, forbici e di rasoi. Dal distretto di Tolmezzo muratori, scalpellini, venditori girovaghi di formaggi e salami nelle birrerie e specialmente al Prater, a Vienna. Dal distretto di Palmanova si dilungano gli scardassini di canapa, i fabbri e i muratori.».

Il 25 marzo del 1871 a Tercimonte di Savogna il malcontento assunse la forma di un assembramento di contadini davanti alla Chiesa del paese. Minacce e fischi accolsero il Sindaco e il sig. Trinco, presidente della Commissione accertamenti del Comune. La folla in delirio pretendeva l’abbassamento delle tasse e l’esenzione dalle multe per falsa dichiarazione. In trenta forse quaranta entrarono persino nella casa del Trinco e lo obbligarono a cancellare le multe. Il giorno dopo il Sindaco, venuto a conoscenza dell’intenzione di una nuova manifestazione, chiamò i carabinieri. Quattro furono gli arresti.

Esisteva nelle Valli anche una classe borghese colta, fortemente italianizzata sin dall'epoca veneziana. Questa con entusiasmo guardava verso occidente e verso l’avanzata delle truppe piemontesi. I suoi esponenti erano in gran parte marcatamente irredentisti e alcuni li abbiamo già conosciuti durante la nostra narrazione. Giovanni Clodig, tra i più importanti uomini di cultura mai espressi dalle Valli, era uno di essi! Ingegnere, liberale, combattente, aveva come nonno materno un ufficiale polacco dell'esercito napoleonico.

Nel corso della sua vita ricca di eventi, Giovanni Clodig diventò Presidente dell'Accademia di Udine. Venne stimato da molti tra cui Quintino Sella. Era molto legato anche al più importante esponente friulano del Risorgimento: Pacifico Valussi e insieme a lui fondò il circolo Indipendenza che rappresentò uno dei primi movimenti politici attivi a Udine dopo l’annessione all’Italia. Il programma del circolo era liberale e moderato e proclamava, senza riserve, la propria devozione alla Monarchia costituzionale e alla dinastia dei Savoia.

Sicuramente il retaggio culturale di Giovanni Clodig finì per condizionare l’amico Valussi nel momento in cui questi decise di redigere una relazione sui confini orientali da presentare al commissario regio Quintino Sella. Valussi dava per scontato che le Valli dovessero venire ricomprese nel nuovo Regno come del resto anche Cervignano e Aquileia. Non nascondeva di essere, invece, eventualmente disposto alla rinuncia di Gorizia e Gradisca le cui popolazioni slave venivano da lui considerate eccessivamente fedeli alla casa d’Austria. Sin dal 1500 la Contea di Gorizia era entrata, per successione, nel complesso territoriale degli Stati ereditari asburgici staccandosi dal Friuli occidentale che nel 1420 era stata incluso nell’orbita statale veneziana. Gradisca venne invece conquistata nel 1516. Le due Contee sarebbero state in seguito unificate nella Contea principesca di Gorizia e Gradisca.

Ben diversa la posizione del Valussi in merito agli Slavi della Provincia di Udine. La mattina del 22 novembre del 1866 tra le pagine del Giornale di Udine, da lui diretto, apparve un articolo intitolato Gli Slavi in Italia. Così diceva: «Non c’è nazione, per quanto compatta e di una favella, la quale non abbia nel suo seno qualche rimasuglio di popolazione che ne parlano un’altra. La parola nazionalità esprime un concetto complesso, che si forma di vari elementi, i quali si aggiungono alla lingua, e sono la geografia, la storia, la civiltà, più essenziali, a cui la ragione politica deve far seguire anche quelli dell’interesse e della volontà delle popolazioni (…). I Baschi nella Spagna, i Celti nella Gran Bretagna, i Celti e Tedeschi nella Francia, i Francesi e Slavi nella Germania, i Greci, Albanesi, Tedeschi, Francesi e Slavi che sono in piccolo numero in Italia non possono cangiare il carattere rispettivo della nazionalità spagnola, inglese, francese, tedesca, italiana (…). Però noi dobbiamo molto considerare gli Slavi che abbiamo sul nostro territorio al confine, cioè gli Slavi del Friuli, del Carso e dell’Istria. La Provincia di Udine ne conta poche migliaia, tutti Italiani di cuore, di civiltà ed interessi. Nessuno sarebbe stato più disposto di quegli Slavi di dover appartenere ad uno Stato, che non sia il Regno d’Italia; come nessuno fu più allegro che la sorte fosse come fu decisa (…). Lasciamo per ora gli Slavi dell’Istria e del Carso ed occupiamoci di quelli del Friuli orientale, e più particolarmente di quelli della Provincia di Udine che occupano una parte della montagna orientale. Tutte le persone civili di questa colonia slava sono ormai italiane di lingua e di civiltà, e non disguardano lo slavo che come un dialetto rustico da parlarsi in villa: anzi anche i contadini e montanari slavi conoscono orami tutti il dialetto italiano della Provincia. La trasformazione si è andata operando da sé colla civiltà; ma quest’azione può essere accelerata da cure particolari. Ora, queste cure è un dovere nostro di adoperarle, vista l’importanza degli effetti che se ne potrebbero conseguire (...). Ci sono dei tempi nei quali per difendere i confini della nazione si adoperano le armi; e ce ne sono altri in cui s’adopera la parola educatrice ed il progresso economico. Ora è il momento di adoperare quest’ultimo mezzo, specialmente in Istria e in Friuli. Bisogna camminare in file serrate alla conquista dei confini della propria nazionalità.».

Andando oltre il significato delle numerose parole che toccavano da vicino anche le Valli del Natisone, ciò che emerge immediatamente dalla lettura del testo è quanto lo stesso fosse permeato dai valori della comunanza e della fratellanza tra i popoli nonché dall’idea di ‘nazione’. In altri termini l’articolo era il risultato dell’epoca storica in cui venne redatto: siamo nella seconda metà dell’Ottocento, fase in cui si realizza la fusione tra lo Stato inteso come entità politica e la Nazione intesa come entità etnico-culturale. Nel momento in cui uno Stato-Nazione nasce, i cittadini finiscono per condividerne la cultura, i valori e soprattutto la lingua la quale diventa parte fondamentale della nuova unità.

Ma ci si chiede: a chi apparteneva quel progetto di fratellanza e di comunanza di cui era pregno l’articolo del Giornale di Udine? Non era certo espressione del popolo povero e in gran parte analfabeta bensì di quel ricco e colto ceto borghese che si stava facendo strada sia all’interno della società friulana sia in quella valligiana. Anche nella nostra regione, come altrove, i ceti più abbienti cominciavano a guardare con ammirazione all’immagine di modernità che il nuovo Regno stava proiettando attorno a sé. Modernità a cui si contrapponeva un’Austria immutata nella sua visione politico-ideologica di stato unico multinazionale e profondamente cattolico come già lo era stato in precedenza il Sacro Romano Impero. Modernità che portava con sé non tanto una forma di anticlericalismo quanto una minore soggezione nei confronti della Chiesa. Non si era più disposti a scandalizzarsi per il trattamento che il potere temporale dei papi stava subendo. Si avvertiva ovunque una gran voglia d’Italia!

Da questa diffusa tendenza rimanevano estranee le campagne e soprattutto la montagna con la sua gente, la quale sembrava proprio la destinataria ideale di quel progetto di civilizzazione attraverso la cultura italiana che la classe borghese stava portando avanti con tanta convinzione. Ma la gente comune delle Valli, il popolo povero di cui si è detto, voleva davvero essere privato della sua cultura millenaria, della sua lingua che in quelle vallate veniva parlata da oltre undici secoli? L'entusiasmo risorgimentale di unificare tutti sotto la medesima cultura italiana finì, in un contesto come quello della Slavia, per innescare una serie di malumori e contrapposizioni. Domande che da tempo immemorabile nessuno si era mai posto, incominciarono a farsi strada.

Il nazionalismo ottocentesco non poteva che scontrarsi con le tradizioni locali, frantumando inevitabilmente l'equilibrio su cui da sempre poggiava l'identità delle Valli del Natisone. Essere slavi e italiani al tempo stesso sembrava diventato improvvisamente un controsenso! Pareva un’identità fatta di due anime inconciliabili, un sentirsi stranieri a casa propria! Significava considerarsi diversi da chi li chiamava fratelli e che per continuare a considerarli tali ne voleva cambiata l'identità. Nulla del genere era mai accaduto prima. Il mondo antico (imperiale e veneziano) usava il latino e l'italiano come lingue universali senza porsi il problema delle peculiarità linguistiche locali che erano tenute conto per il loro carattere sociale.

Le Valli del Natisone si trovavano inghiottite in un contesto che agli occhi della gente comune non era ben chiaro, non se ne comprendevano a fondo i meccanismi. Non c’era alcun dubbio, invece, su quella che era stata da sempre la lealtà di questa terra nei confronti della Patria. Si era combattuto per essa, la sofferenza era stata enorme e molti erano i giovani che avevano sacrificato la loro vita per un ideale di unità che adesso esigeva: fatta l’Italia occorreva fare gli italiani! In un contesto, come già detto, dominato dall’idea di identificazione dello Stato con una nazione, chi propugnava la nascita di un Regno d’Italia non poteva concepire un’entità statale in cui si parlassero altre lingue oltre l’italiano.

Ciò valeva soprattutto a ridosso di un confine come quello con l’inviso Impero Austriaco a cui erano stati appena strappati il Friuli e la Slavia. Il Regno d’Italia, appena nato e con l’obiettivo prioritario dell’unificazione del paese, finì inevitabilmente per non prestare sufficiente attenzione a realtà piccole, di confine per di più montane come le Valli del Natisone. I punti di vista nazionale e locale si trovavano agli antipodi. Se da un lato l’imperativo era la massima organizzazione, la perfetta unificazione e una lodevole efficienza, dall’altro veniva al primo posto la tutela della propria unicità all’interno della madre patria.

Una sorta di rivalsa per la parlata locale slava giunse nel 1896, data in cui avvenne la consegna di una pergamena bilingue alla coppia reale composta dal principe ereditario Vittorio Emanuele di Savoia e dalla principessa slavo-balcanica Elena del Montenegro. Il testo era un augurio sincero rivolto dalla Comunità ai nuovi sposi e così recitava: «In questo aureo giorno in cui il più bel fiore della Jugo-Slavia viene a trapiantarsi nell’antico giardino, all’ombra del glorioso albero dei Savoja, gli abitanti Italo-Slavi del distretto di San Pietro al Natisone, lieti del bene auspicato avvenimento, che i legami onde già sono avvinti all’amata Dinastia viepiù stringerà, agli Augusti Sposi Vittorio Emanuele di Savoja ed Elena Petrovič Niegoš, dei voti che esultando porge ad Essi tutta Italia, dal Matajur all’Etna, augurando il compimento».

Diverse fonti attribuirono proprio a Francesco Musoni la paternità del testo della pergamena. Qualche parola si rende a questo punto necessaria per descrivere questa figura che seppe rendere onore e prestigio alla sua terra natia. Nacque a Sorzento nelle Valli del Natisone il 21 novembre del 1864. Ex seminarista, diventò apprezzato geografo senza tralasciare numerose altre passioni rivelatrici di una mente acuta e curiosa. Fu infatti anche storico, speleologo, studioso di usi e costumi della sua gente nonché preside dell’Istituto Tecnico di Udine dove insegnò geografia. Divenne poi politico e tra i vari incarichi che ricoprì nel corso della sua vita ci fu anche quello di Sindaco di San Pietro al Natisone dal 1894 al 1902.

Francesco Musoni aveva una sua particolare idea degli ‘Sloveni delle Valli’ come lui chiamava gli abitanti della Slavia. La sua formazione di geografo lo portò a esprimersi nei seguenti termini: «Gli Sloveni delle Valli non sono altro che un versamento o propaggine al di qua della frontiera degli sloveni austriaci». L’artistica pergamena che venne offerta in dono alla coppia reale non venne però scritta in sloveno ma nel tradizionale idioma delle Valli.

Fin dai suoi esordi, la politica nazionale post unitaria non nascose di voler raggiungere come obbiettivo prioritario quello di dare un forte impulso all’insegnamento della lingua italiana. Quella natia venne indubbiamente penalizzata pur continuando a venir parlata all’interno dei nuclei familiari in quanto lingua del cuore e delle tradizioni. Ma un innegabile vantaggio derivò alla Comunità locale da una situazione apparentemente negativa. Il maggior numero di scuole che comparvero sul territorio consentiva un più agevole accesso alla cultura, all’alfabetismo, al lavoro e quindi a nuove opportunità per gli abitanti del luogo. Il cronico isolamento delle Valli del Natisone andava così poco a poco attenuandosi.

Nel 1877 venne fondato l’istituto Magistrale femminile di San Pietro al Natisone per la formazione all’insegnamento elementare in lingua italiana. L’anno successivo, Geminiano Cucavaz, Sindaco di San Pietro per due mandati (dal 1879 al 1885 e dal 1906 al 1910), mise a disposizione l’edificio corrispondente all’antico fortalizio di San Pietro, acquistato nel 1833 dai Cucavaz ai nobili de Portis, affinché vi venisse fondato il Collegio Convitto. La concorrenza cividalese venne in tal modo sconfitta. Ovunque possibile furono create scuole primarie e asili infantili. Nel 1895 il solo distretto di San Pietro contava ben 27 scuole elementari.

Nel 1889, Linda Fojanesi Cucavaz, preside della Regia Scuola Normale Inferiore di San Pietro al Natisone, inviò al prefetto di Udine una relazione sullo stato della scuola chiedendo, accanto all’ampliamento del numero dei posti letto del Convitto già esistente dal 1878, anche l’aumento del numero degli anni di studio, potendo trasformare così la scuola da Inferiore a Superiore. Secondo la preside, ciò avrebbe permesso di preparare giovani del luogo all’insegnamento elementare a livelli più elevati di una semplice alfabetizzazione. Il prefetto in un primo tempo non si dimostrò favorevole ed in tal senso trasmise al Ministero della Pubblica Istruzione il suo parere negativo motivandolo con la necessità del contenimento della spesa pubblica del Regno. Gli sfuggiva completamente il significato dell’apertura culturale e sociale della richiesta, significato che invece era stato ben compreso dalla preside Fojanesi, venuta ad insegnare in Friuli e sposata al primo cittadino di San Pietro al Natisone, cioè lo stesso Geminiano Cucavaz.

Fu necessario attendere il 1893 per vedere l’avvio, anche se in via d’esperimento, del terzo corso normale che trasformò la scuola da Inferiore a Superiore. L’aumento dei posti letto del Convitto venne, invece, avviato sin dalla prima richiesta. Qualche anno prima della Grande Guerra la Scuola di San Pietro si aprì anche ad allievi di sesso maschile, dando così l’avvio a classi promiscue. Nel 1911 la provincia di Udine registrava un analfabetismo pari solo al 25%.

Le Valli del Natisone all’interno dell’esperienza italiana:

dibattito culturale


Nel 1866 la prima accoglienza del clero alle truppe italiane non fu entusiasta. Anche nelle Valli del Natisone, come altrove, prevalevano prudenza e, al tempo stesso, sospetto nei confronti di un movimento che si stava tingendo rapidamente di anticlericalismo. In Friuli il clero secolare subì diversi colpi: venne privato di ogni possibilità di ingerenza sulla scuola; il Seminario perse le scuole secondarie pubbliche; la Legge 3848 del 15 agosto 1867 introdusse la soppressione degli enti ecclesiastici secolari e la liquidazione dell’asse ecclesiastico nel Regno d’Italia. In poche parole il clero, pur mantenendo un posto centrale all’interno della comunità, venne «cacciato giù col popolo» al quale spesso apparteneva per nascita.

Se è ben vero che nel corso degli anni ’60 si era drasticamente ridotto lo spazio per un cattolicesimo liberale, in Friuli e nelle Valli del Natisone vi erano ancora sacerdoti che professavano simpatie italiane manifestandole anche attraverso la collaborazione con il Giornale di Udine. Alcuni di questi sacerdoti, discostandosi dal modo di pensare e vedere la società proprio dei parroci di montagna, si sentivano decisamente più affini agli intellettuali, ai borghesi, ai nobili, a tutti quei ceti cioè che andavano identificando i propri interessi con l’Italia unita.

La causa scatenante della spaccatura che si venne a creare tra la maggior parte del mondo sacerdotale e il Regno d’Italia fu la presa di Roma del 20 settembre 1870. Con la breccia di Porta Pia i bersaglieri di La Marmora riuscirono ad entrare nella ‘Città eterna’ strappandola al Papa-Re spogliato ormai di ogni potere temporale. Fu proprio allora che lo Stato italiano artefice di un simile imperdonabile oltraggio, incominciò ad essere visto come un nemico da combattere! Don Pietro Podrecca, il già citato autore di Predraga Italija, in segno di sdegno, volse proprio allora sguardo verso il mondo sloveno componendo nel 1871 la poesia Slovenija in njena hčerka na Beneškem (‘La Slovenia e la sua figlia in terra veneta’).

Se il patriottismo e le simpatie liberali diffusi nel mondo sacerdotale potevano essere comprensibili prima del 1870, più complesso è invece trovarne una giustificazione per il periodo successivo. Alcuni religiosi, in ogni caso, continuarono a mantenere le posizioni sino ad allora manifestate sino a cavalcare l’onda dell’oltranzismo, magari, confidando quantomeno nell’attenuazione del carattere anticlericale dimostrato dal nuovo Regno. Tra costoro vi era il valligiano Giovanni Vogrig.

La risposta della Chiesa all’affronto che stava subendo fu, già nel 1868, l’enciclica Non expedit di Papa Pio IX. Essa conteneva una precisa indicazione rivolta al clero ossia quella della non collaborazione con lo stato italiano. Veniva di fatto proibito ai cattolici di partecipare alla vita politica. Posto che il Non expedit riguardava le elezioni politiche e non quelle amministrative, i cattolici in Friuli cercarono, allora, di impegnarsi almeno nell’ambito degli enti locali. Se non fu facile entrare, ad esempio, nel Comune di Udine, dove prevaleva l’orientamento laico-risorgimentale del capoluogo, più agevole si dimostrò l’ingresso nella provincia anche alla luce del prestigio che il movimento cattolico possedeva nel mondo rurale. Così, nel 1902, i consiglieri provinciali scelti a rappresentare quel movimento politico furono quattro. Oltre al laico Vincenzo Casasola, nipote dell’Arcivescovo di Udine Andrea Casasola, comparivano tre preti tutti insegnanti del Seminario. Tra costoro vi era anche monsignor Ivan Trinko.

Intanto il rigore del Non expedit si andava lentamente attenuando fino a venir definitivamente meno l’11 giugno del 1905 con l’enciclica Fermo Proposito del Pontefice Pio X. Fu allora che nacque il Partito Popolare che sin dall’inizio fu circondato o meglio assediato da un acceso anticlericalismo.

Nelle Valli del Natisone il principale esponente del Partito Popolare fu proprio monsignor Ivan Trinko, considerato da molti suoi contemporanei come il primo intellettuale della Slavia Friulana. Di seguito vengono riportati quattro suoi interventi che vennero da lui pronunciati come esponente dell’opposizione e in un contesto fortemente condizionato dal clima politico a cui abbiamo sopra accennato. Si tenga ad esempio conto che, tendenzialmente, i popolari non riconoscevano la sudditanza al Regno d’Italia bensì allo spodestato ‘Papa Re’. Gli interventi rivestono, in ogni caso, un’importante funzione di testimonianza storica.

Nel Consiglio provinciale dell’11 agosto 1902, intervenne nei seguenti termini su un ordine del giorno presentato per celebrare il 20 settembre, data della presa di Roma: «Dichiaro che voterò in favore dell’ordine del giorno del consigliere Marsiglio, per altro respingendo le motivazioni prime, dichiarandomi sempre pronto a professare i miei sentimenti di patria e di italiano, purché queste manifestazioni non vengano in diretta lotta con i miei principi religiosi.»

Nella seduta del 10 agosto 1908 commentando la risposta del Presidente della Provincia ad una sua interpellanza monsignor Ivan Trinko affermò: «Mi rincresce di dover ripetere qui un lagno altre volte fatto, che cioè in generale il mandamento di Cividale, e in modo speciale i nostri paesi della Slavia Italiana sono trascurati dalla Provincia. Vedo nel bilancio ogni anno cifre elevatissime a favore delle varie plaghe friulane, mentre per noi mai niente. Si presenta una occasione opportuna e la Deputazione dovrebbe essere lieta di approfittarne per dimostrare la sua giustizia ed imparzialità verso questi Comuni, ed invece nega un sussidio che è nulla in confronto di altri sussidi. I nostri slavi sono stati sempre fedeli alla patria; sono pagatori fedeli, conservano affetto all’Italia, affetto che hanno ereditato dai padri per essere stati questi trattati bene dall’antica e gloriosa Repubblica Veneta (…). Noi non domandiamo privilegi; noi domandiamo eguaglianza per tutti; paghiamo come tutti gli altri e così domandiamo di poter partecipare ai benefici pubblici, desiderando che la nostra popolazione si accorga che nel vocabolario italiano oltreché la voce dare c’è anche quella del ricevere.».

Nella seduta del 8 agosto 1911, rimarcò ancora: «Devo aggiungere anche questo. I nostri Comuni hanno bisogno di certi lavori, ma le condizioni economiche dei nostri Comuni sono miserrime e prima di domandare un lavoro ci pensano su e devono rinunciare ai contributi che la Provincia ed il Governo potrebbero dare. Ci sono dei Comuni in Carnia dove non si pagano tasse e, perché hanno modo di sostenere le spese, usufruiscono e assorbono maggior parte delle rendite della Provincia, perché la Carnia è ricca. Ora se noi domandiamo un briciolo che possa cadere dalla tavola riccamente imbandita, allora domandiamo troppo. Ricordo che i nostri paese sono paesi abbandonati. Quando si domanda un piccolo nulla, lo si conceda! E questo anche nell’interesse politico perché le nostre popolazioni sono patriottiche, ma bisogna dimostrare loro che l’Autorità Pubblica apprezza il loro patriottismo. Si tratta di una popolazione sulla quale si deve fare qualche calcolo.».

Un altro intervento di Trinko fu quello pronunciato nel contesto del dibattito sul bilancio preventivo per l’esercizio 1913. Le parole che proferì sulla situazione della Slavia furono: «..desidero parlare sulle spese facoltative in seguito ad una istanza presentata alla Deputazione (…). Fa eccezione una sola plaga, la quale non ha mai percepito ancora benefici notevoli e questa è il mandamento di Cividale, specialmente la parte montuosa, che si suol chiamare Slavia Italiana. Quei paesi danno luogo a considerazioni specialissime per le condizioni in cui si trovano. I Comuni della Slavia oppressi da debiti, non sono in grado di provvedere convenientemente alle prime necessità, mentre i soccorsi da parte del Governo e della Provincia sono pressoché nulli. Il Governo trascura quei paesi le cui condizioni economiche e morali sono veramente deplorevoli, e questa trascuranza è tanto più deplorevole, inquantoché quei paesi sono sempre stati fedeli e vigili custodi dei confini della patria nostra. In altre epoche ebbero privilegi e premi speciali per le loro prestazioni. Essi non hanno mai demeritato, anzi stanno sempre con raddoppiata fedeltà, con lealtà e patriottismo a custodia dei confini.».

Lasciando i popolari alle loro battaglie, ritorniamo per un attimo al clima politico di fine Ottocento e a quello forse generato dalla questione linguistica, concentrandoci su una figura che svolse un ruolo importante per la Slavia: Carlo Podrecca. Chi era costui? Era un cividalese oriundo, però, delle Valli del Natisone nonché nipote dell’autore dei versi di Predraga Italija, Don Pietro Podrecca. Fu un uomo molto caro alle Valli e le Valli furono molto care a lui. Nella sua geniale personalità che incarnava in modo colto sia gli aspetti italiani che quelli slavi scrisse nel 1884 Slavia Italiana. Con l’intento di offrire un contributo alla terra che amava e alla sua identità culturale, andò raccogliendo instancabilmente dati e documenti sparsi qua e là. Ricostruì con pazienza una trama organica di eventi a partire dall’età longobarda. Descrisse con sensibilità e passione la sua comunità d’origine arricchendo la descrizione con simpatici aneddoti.

Mai avrebbe pensato che a vent’anni di distanza dall’ingresso delle Valli nel Regno Sabaudo, un libro scritto non da uno storico né da un linguista ma da un politico idealista, sarebbe stato la causa di un acceso dibattito internazionale che si trascinò per lunghi mesi. Il Podrecca ottenne diversi assensi anche dal Valussi e questo fatto conferma la vera natura delle proposte politico-culturali espresse nel 1866 sul Giornale di Udine. Entrambi mantennero sempre una profonda diffidenza verso gli sloveni, il clero slavista, gli slavi anti-italiani. Si riferivano però agli slavi d’oltreconfine, fedeli agli Asburgo. Gli slavi del Natisone, sia per Podrecca che per Valussi, venivano visti e considerati come italiani.

Carlo Podrecca con il suo tributo letterario riuscì nell’intento di scardinare preconcetti molto diffusi all’epoca, facendo emergere il vero sentimento delle Valli. Trovò diversi interlocutori disposti ad ascoltare e capire cosa fosse davvero la Slavia Italiana. Il dibattito sulla lingua slava da lui ingenerato contribuì a mantenere viva l’attenzione su una realtà che aveva finalmente trovato un suo palcoscenico. Con l’abilità che gli era propria riuscì nell’intento di convogliare accese diatribe dalla snazionalizzazione locale al come amalgamare le componenti della nuova realtà del Regno. In questa sua politica, il Valussi fu al suo fianco lasciandosi coinvolgere in una visione di fratellanza più ampia a cui egli stesso ambiva sinceramente.

Le Valli del Natisone e la Grande Guerra



Il 28 giugno 1914 veniva perpetrato a Sarajevo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d’Austria - Ungheria. L’attentato precipitò l’Europa in un conflitto di dimensioni mai viste prima di allora, la Grande Guerra.

Quando l’Italia, con il Patto di Londra del 26 aprile 1915, siglò l’impegno a rompere la Triplice Alleanza per entrare nell’Intesa, le difese italiane nelle Valli del Natisone erano già piuttosto sviluppate e la popolazione viveva ormai in una zona di guerra. All’inizio, il conflitto tra Italia e Austria coinvolse direttamente la Comunità della Slavia che geograficamente era posta a ridosso di uno dei punti maggiormente interessati dagli scontri bellici. La prima cannonata fu sparata il 24 maggio 1915. Nella valle del Natisone i bersaglieri ciclisti avanzarono fino a Caporetto; un altro reparto di bersaglieri da Cepletischis conquistava Luico/Livek e la destra orografica dell’Isonzo. A Solarie cadeva nella notte del 24 maggio, ucciso da una fucilata austriaca, il primo soldato italiano vittima della Grande Guerra, l’alpino friulano Riccardo Di Giusto del Battaglione Alpini Cividale.

Non fu un’avanzata eroica. Semplicemente i soldati austriaci si ritirarono nelle loro postazioni difensive organizzate sulla sinistra dell’Isonzo. Di grande valore fu, invece, la conquista, nel giugno 1915, della cima del monte Nero da parte degli alpini italiani, attraverso un’azione difficile ed alquanto ardita. Da allora, su questo settore del fronte dell’Isonzo, la situazione rimase immutata fino alla battaglia di Caporetto. Le precedenti 11 battaglie dell’Isonzo avevano provocato un’immensa serie di morti e feriti ma, fortunatamente, non sortirono nella zona delle Valli alcun effetto.

Tra coloro che combatterono nelle Valli ci fu anche un bersagliere assegnato all’ottava compagnia del 33° battaglione, 11° reggimento Bersaglieri. Si trattava di Benito Mussolini. Con il suo reparto partì da Brescia il 13 settembre 1915, la destinazione era Cividale. Di lì a poco seguì la marcia di avvicinamento fino al Monte Nero durante la quale Mussolini fece tappa anche a Pietro al Natisone e a Stupizza. Nello stesso periodo soggiornò per sei giorni a Vernasso. Ciò spiega perché a molti anni di distanza, nel 1938, gli abitanti del paese lo acclamarono con la scritta ‘Duce Vernasso ti ricorda’ durante il suo viaggio verso Cividale dopo aver inaugurato il Sacrario di Caporetto.

Al fronte Mussolini si ammalò di una forma di epatite che lo costrinse al ricovero nell’ospedale militare di Cividale dove ricevette la visita del fratello Arnaldo e di qualche amico tra cui il cividalese Corrado Gabrici. In quella singolare occasione avvenne anche il primo incontro con il Re Vittorio Emanuele giunto sul posto per visitare i soldati feriti e gli infermi.

Le Valli del Natisone, costrette a subire il terribile conflitto che si stava consumando intorno a loro, si abituarono ben presto a divenire una zona di immediata retrovia. La situazione non era drammatica come quella del fronte, ma di certo non fu neppure facile. La presenza stanziale di decine di migliaia di soldati e addetti logistici soverchiò le poche migliaia di abitanti. Ogni tanto qualche colpo di artiglieria nemica cadeva nelle zone di Drenchia, Tribil e Castelmonte, provocando vittime e feriti. Case, campi e chiese furono requisiti per lasciar spazio ad alloggi per uomini e animali, ospedali, magazzini. Le strade erano sempre intasate da un flusso continuo di mezzi e di uomini, carichi di armi, munizioni, viveri, equipaggiamenti. Un po’ di sollievo lo portò la realizzazione, nel 1916, della ferrovia a scartamento ridotto (75 cm.) Cividale-Sužid (un paese nei pressi di Caporetto, riparato dal tiro diretto dei cannoni austriaci) con fermate a Sanguarzo, Ponte San Quirino, San Pietro al Natisone, Brischis, Pulfero, Loch, Stupizza e Robič.

Nell’ottobre del 1917 la monarchia russa venne rovesciata dalla rivoluzione bolscevica. La Russia usciva definitivamente dal conflitto. La Germania, dal canto suo, si preparava a riversare le sue truppe dal fronte orientale a quelli occidentali. Di lì a breve le conseguenze di questa strategia militare furono evidenti anche nella zona delle Valli del Natisone dove l’offensiva di Caporetto assunse toni a dir poco apocalittici.

Iniziò durante la notte del 24 ottobre con un violentissimo attacco di artiglieria. «Le montagne sembravano inghiottite dal fuoco», annotarono i testimoni oculari, «la terra sembrava eruttare come getti di fontane incandescenti che dovunque zampillavano, arroventando l’aria». Drammatiche anche le conseguenze del tiro a gas. Mentre più a nord, verso Plezzo, dove la valle dell’Isonzo era più stretta, l’uso dei gas fu intensivo in modo da ammorbare l’intera vallata, nel settore delle Valli del Natisone si utilizzò il ‘piccolo tiro a gas’, ovvero bombole, incamerate nelle granate dell’artiglieria, contenenti un micidiale mix di gas il cosiddetto Buntschießen (‘tiro variopinto’). Si trattava di un miscuglio del letale fosgene (Grünkreuz, dalla croce verde che caratterizzava i proiettili caricati in questo modo) che paralizzava i centri nervosi e di difenilclorarsina (denominata Blaukreuz, dalla croce blu che caratterizzava i proiettili caricati con questa sostanza) che, filtrando facilmente nelle maschere a gas e inducendo a toglierle, provocava irritazione agli occhi, alle vie respiratorie, conati di vomito.

A pochi giorni di distanza dalla disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917, il territorio delle Valli del Natisone divenne nuovamente teatro di accesi attacchi tra italiani e austro tedeschi. Questi ultimi, nella loro marcia verso Udine passarono anche di lì! Il 27 ottobre 1917 tra Azzida e Cividale, sulla stretta di San Quirino allo sbocco del Natisone verso la pianura, si combatté una dura battaglia che coinvolse quattro brigate italiane e i reparti d’assalto di quattro divisioni tedesche. Le difese italiane erano organizzate in tre linee di resistenza. La prima correva sulla dorsale del monte Stol scendeva a Staro Selo per salire poi sul Matajur, procedendo lungo le creste del Kolovrat fino al di là della vallata dello Judrio, sullo Ježa e sul Globočak. La seconda linea di resistenza si staccava dalla prima nella valle tra Luico/Livek e Polava, attraversando trasversalmente le convalli del Natisone passando sulle cime dei monti S. Martino e Cum. Infine la terza linea di resistenza, dalla Punta di Montemaggiore scendeva lungo le creste del Joanaz, Craguenza e Mladesena, fino a Purgessimo, Castelmonte e il monte Korada.

Se lo sfondamento a Caporetto fu un fatto del tutto imprevisto in quanto perpetrato dalla parte più debole dello schieramento nemico, rimane invece un fatto emblematico: le Valli del Natisone rimasero sostanzialmente senza un vero e proprio comando militare italiano pur rappresentando le stesse quello che era il reale obiettivo delle forze austro-tedesche.

Non è un caso se il tenente Erwin  Rommel, la futura 'Volpe del deserto', a capo di un reparto di Alpenkorps germanico, nei giorni successivi alla disfatta di Caporetto, penetrò nelle Valli del Natisone attraverso il Matajur e Luico/Livek. Il reparto conquistò per primo il monte Kolovrat e successivamente la cima del monte Kuk. Di lì a poco fu la volta di una posizione strategica nella difesa delle Valli del Natisone, il Matajur. A tal proposito, tra vari cimeli e testimonianze, nel Museo di Caporetto vi è anche il diario del giovane Erwin Rommel dal quale viene tratto il seguente passo sull’assalto al monte: «Sull'aguzzo crinale orientale della montagna, 500 metri ad est dalla cima, la truppa italiana viene sorpresa. Il reggimento degli Italiani senza conoscere gli avvenimenti alle loro spalle, stanno sul versante nord sotto il crinale che va da quota 1467 a quota 1642 (Matajur), rivolti con il fronte verso nord, in lotta con le pattuglie della 12a divisione che salgono verso il Matajur dalla direzione del monte. Quando appaiono improvvisamente dietro le loro spalle le truppe austro-tedesche, con le armi pronte allo sparo, intimando la resa.».

L’occupazione della Slavia da parte dei soldati austro-tedeschi durò oltre un anno e cioè fino alla definitiva capitolazione degli Imperi centrali. Per ironia della sorte, i giovani delle Valli ancora una volta si erano trovati a dover combattere in prima linea contro gli austriaci. Venivano reclutati all’interno dei battaglioni che si andarono costituendo all’inizio della Grande Guerra: il Val Natisone e il Monte Matajur che poi si unirono al Cividale nella fiera condivisione dei destini e dei rischi. Sui monti nativi difesero con onore e lealtà la bandiera italiana. Lottarono tenacemente senza lasciarsi indurre alla diserzione di cui non vi è alcuna testimonianza.

La resistenza e la controffensiva italiane sul Piave condussero alla fine del conflitto il 4 novembre del 1918. I caduti al fronte furono numerosi. Il contributo dato dagli alpini di questa zona alla vittoria è di una stringata eloquenza: battaglione Cividale: Ufficiali morti 20, feriti 170, dispersi 15. Uomini di truppa: morti 1.000, feriti 5.600, dispersi 948. Battaglione Val Natisone: Ufficiali morti 14, feriti 38, dispersi 15. Uomini di truppa: morti 238, feriti 796, dispersi 948. Battaglione Matajur: ufficiali morti 3, feriti 30, dispersi 15. Uomini di truppa: morti 200, feriti 1.285, dispersi 750.

All’indomani della rotta di Caporetto il territorio friulano fu interessato da un’imponente esodo di profughi. Francesco Musoni da geografo e docente studioso dei problemi sociali del Friuli e del fenomeno dell’emigrazione, fu il primo ad affrontare la tematica. Offrì una serie di preziose indicazioni geografiche, sociologiche e logistiche del problema e ne La Provincia di Udine e l’invasione nemica affrontò il tema della profuganza così scrivendo: «Secondo informazioni da me assunte presso i relativi municipi, nel comune di Udine vi furono 35.000 profughi effettivi in confronto di 28.381 censiti; nel comune di Latisana 4.150 in confronto di 2.479; in quel di San Pietro al Natisone 2.000 in confronto di 1.204». Consapevole delle differenze sostanziali esistenti tra i dati ufficiali e quelli forniti dai comuni menzionati, finì per fare propri i dati ufficiali del censimento.

Lo Scenario post bellico internazionale



Passiamo ora a quello che era lo scenario che si schiudeva all’indomani della fine del primo conflitto mondiale e che vide come protagonisti i ‘grandi’ delle sole potenze vincitrici: l’americano Wilson, il francese Clemenceau, l’inglese Lloyd George e l’italiano Orlando. Questi, riuniti il 18 gennaio del 1919 nella reggia di Versailles, avrebbero deciso le sorti politico-territoriali dei paesi coinvolti nel conflitto.

Le Valli del Natisone, a dire il vero, non furono oggetto in particolar modo dell’attenzione politica nazionale ed internazionale post bellica. Questa si concentrò soprattutto su Istria e Dalmazia che rappresentavano il fulcro della ‘questione adriatica’, primo tra i temi affrontati.

A tal riguardo la ‘linea Wilson’ elaborata dalla commissione americana e che contravveniva a quanto stabilito dal Patto di Londra del 26 aprile 1915 con cui l’Italia si era impegnata a scendere in guerra, provocò la dura reazione della parte italiana.

Del 7 febbraio 1919 fu il memorandum con cui il nostro Paese rivendicava, oltre ai territori garantiti dal Patto di Londra, anche le conche di Postumia e Zirconio, Fiume e Buccari. La Jugoslavia rispose con il suo di memorandum il quale, richiamando i principi di nazionalità evocati da Wilson, proponeva la modifica del confine italo-austriaco del 1866 con l’assegnazione di Cormòns, Porto Buso e Monfalcone all’Italia. Le Valli del Natisone insieme a quelle del Torre, la città di Trieste e tutta l’Istria avrebbero dovuto divenire jugoslave.

La mancanza di un compromesso tra le parti sulla questione dei confini italo-jugoslavi provocò l’esplosione di un acceso dissidio tra i rappresentati italiani ed il presidente americano nonché un’incrinatura pericolosa nelle relazioni internazionali. L’effetto, a nostro avviso più delicato, fu il malcontento provocato dalla non completa realizzazione del patto che finì per ingenerare quell’idea di ‘vittoria mutilata’ che pesantemente avrebbe contribuito alla crisi del governo liberale e al consolidamento del fascismo. La fondazione dello Stato libero di Fiume da parte di Gabriele d’Annunzio non fece altro che peggiorare le tensioni già in atto.

I primi cenni di una possibile soluzione della diatriba confinaria iniziarono ad intravedersi solo nel maggio del 1920 con il Governo Nitti. Fu comunque la sconfitta di Woodrow Wilson alle presidenziali americane del 4 novembre 1920 a determinare la vera e propria svolta. Da allora, infatti, le trattative finalizzate alla soluzione del problema dei confini fra Italia e Jugoslavia si sarebbero svolte direttamente fra le parti interessate.

Si arrivò così al 12 novembre 1920 data in cui venne firmato il Trattato di Rapallo con il quale l’Italia, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Regni e le rispettive sovranità nel rispetto dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli.

Il Trattato fu di enorme importanza perché rappresentò la conclusione di quel processo risorgimentale di unificazione italiana al quale anche le Valli del Natisone avevano offerto il loro impagabile contributo. Veniva realizzato finalmente il raggiungimento completo del confine alpino e Gorizia insieme a Trieste diventavano anch’esse italiane.

Dalla crisi del governo liberale all’ascesa del Fascismo



La fase post-bellica fu estremamente difficile in tutta la penisola e le Valli del Natisone non fecero eccezione. Anche qui gli interventi di ricostruzione furono limitatissimi e di benefici economici non se ne videro proprio. La miseria, la disoccupazione e le ingiustizie sociali regnavano sovrane un po’ ovunque.

La grave crisi economico-sociale innescata dalla Grande Guerra condusse l’Italia, sulla scia della Rivoluzione Russa, al cosiddetto ‘Biennio Rosso’. L’apice venne raggiunto nel 1921 quando a Livorno nacque il Partito Comunista. Contro l’ondata socialista si schierarono sin dal 1919 i Fasci di Combattimento fondato da Mussolini fondò proprio in quell’anno. La compagine che lo sosteneva era alquanto variegata. Vi erano ex socialisti, dannunziani, reduci, militari, nazionalisti, futuristi, borghesi, lo stesso Duca d’Aosta. Il Fascismo, approfittando della cronica debolezza in cui ormai versavano i governi liberali, permise a Mussolini di consolidare il suo ruolo politico fino all’organizzazione del colpo di stato del 28 Ottobre 1922. Con la marcia su Roma riuscì ad impossessarsi a pieno titolo del potere e a gettare le basi di quella che ben presto si sarebbe palesata come una vera e propria dittatura.

In Friuli, come anche nel resto del paese, la marcia su Roma avvenne in una situazione di sostanziale calma e senza uso della violenza. Le squadre fasciste non incontrarono resistenza alcuna da parte delle autorità costituite nel momento in cui presero ad occupare i principali edifici pubblici, le stazioni ferroviarie, le sedi municipali.

Tra i fondatori del Fascismo ci fu anche un oriundo delle Valli del Natisone, Guido Podrecca, figlio di quel Carlo Podrecca di cui già si è avuto modo di parlare. Narrare qualche particolare di quest’esuberante figura che si distinse anche a livello nazionale, può essere utile al fine di inquadrare quella che era la situazione socio economica ma anche politica del paese e quindi della Slavia negli anni che seguirono il primo conflitto mondiale.

Guido Podrecca, ancora studente, fondò nel 1892 insieme all’amico Gabriele Galantara la celebre rivista satirica e anticlericale L’Asino. Nei primissimi anni di pubblicazione acceso fu l’attacco nei confronti di Giolitti, della corruzione, dello strapotere della polizia. L’Asino si proponeva come paladino delle masse operaie sfruttate e ridotte alla fame. A partire dal 1901 il giornale divenne via via sempre più anticlericale ed irriverente fino a scagliarsi apertamente contro il Vaticano che si stava accingendo a scendere in campo per partecipare attivamente alla politica della nazione. Il giornale di Podrecca fu il primo a puntare il dito contro le ingerenze della Curia Romana nei vari livelli, dalla giustizia alla politica senza dimenticare la stampa. Non dimentichiamoci, a tal proposito, che il Podrecca era pure un fervido massone. Suo inseparabile amico e collaboratore fu il cividalese Corrado Gabrici, massone e socialista pure lui.

La guerra in Libia fu il pomo della discordia nell’amicizia tra il Podrecca e il Galantara. Guido Podrecca era infatti convinto sostenitore dell’intervento militare. Questa sua posizione così radicale gli costò ben presto l’espulsione dal Partito Socialista, di cui era deputato al Parlamento. Fu proprio allora che volse altrove lo sguardo! Proseguendo la sua attività stravagante e burrascosa il 23 marzo del 1919 fu, infatti, tra i ‘sansepolcristi’ che si riunirono a Milano in Piazza San Sepolcro dove Mussolini avrebbe decretato la nascita dei Fasci Italiani di Combattimento.

Il governo che Mussolini instaurò una volta al potere aveva tutti i connotati di un governo autoritario. Il consenso intorno a lui, almeno agli inizi, fu però notevole. Il pieno potere lo ottenne tuttavia solo con le elezioni del 1924. In quell’occasione un deputato socialista, Giacomo Matteotti non mancò di denunciare i brogli e le intimidazioni che avevano caratterizzato le consultazioni elettorali. La risposta non tardò a giungere. Matteotti venne assassinato per mano di alcuni fascisti. Ormai era chiaro a tutti il vero carattere del regime. Quella di Mussolini fu una dittatura violenta e liberticida che avrebbe condotto molto presto l’Italia agli esiti disastrosi della Seconda Guerra Mondiale.

Anche Friuli, dove il responso elettorale del 1921 fu positivo per popolari e socialisti, iniziò la rincorsa al potere da parte dei fascisti. Questi, premiati solo nell’area annessa triestina, si trovarono a dover conquistare sia la provincia di Udine che quella di Gorizia. Le nuove elezioni si svolsero il 6 aprile 1924. Il Friuli e le province annesse vennero accorpati in un unico collegio che andava dall’Istria alla Carnia. La maggioranza dei voti andò alla lista del fascio littorio. Anche nelle Valli del Torre e del Natisone, come anche in altre aree montane, la maggioranza assoluta andò alla lista che comprendeva i fascisti. Qui il decremento fu comunque meno pesante che altrove sia per il Partito Popolare Italiano che per il Partito Socialista Italiano. I cattolici popolari riuscirono a mantenere il primato a Cividale, Colloredo di Monte Albano e Platischis.

Il fascismo e le Valli del Natisone



Durante gli anni del Fascismo le Valli del Natisone non registrarono rilevanti miglioramenti né nella struttura socio economica né nelle vie di comunicazione. Queste comprendevano pochi tronchi stradali prebellici per altro disastrati, la strada del Kolovrat e qualche altra via militare. Spignon, Rodda, Vernassino, Ieronizza, Polava, Clastra, Paciuch, Altana e Tribil potevano essere raggiunte attraverso carrozzabili alquanto dissestate. La ferrovia Cividale-Sužid che dopo la guerra venne riparata e prolungata fino a Caporetto, non poté mai fornire servizi confortevoli stante la sua origine militare. A tal riguardo è interessante un’interpellanza che Francesco Musoni presentò il 14 dicembre 1920, già prima dell’era fascista, al Presidente della Deputazione provinciale: «Il sottoscritto interroga l’on. Deputazione provinciale per sapere se, data l’ognor crescente importanza della linea Cividale-Caporetto per le comunicazioni tra la nostra Provincia e la valle dell’Isonzo alto e medio, non creda di dover intervenire energicamente presso l’Autorità militare per ottenere che la linea stessa sia messa in condizione di poter funzionare in maniera che la sicurezza personale dei viaggianti non abbia a essere esposta a continuo pericolo.».

Un’economia fragile, vie di comunicazioni precarie, le devastazioni belliche, possono essere annoverate tra le cause che provocarono lo sprofondamento della Comunità della Slavia in una sorta di isolamento che, se non altro, favorì una maggiore compattezza sociale ed un attaccamento ancora più intenso della popolazione a punti considerati fermi: le proprie tradizioni, la propria lingua, la fede. Drammatici furono, però, i numeri dell’abbandono. La piaga dell’emigrazione colpì in quegli anni buona parte del Friuli.

Tra il 1918 e il 1920 dalla sola Provincia di Udine emigrarono più di 16.000 persone che sceglievano come meta di riferimento soprattutto la Francia. La Slavia soffrì anch’essa della perdita di forza lavoro giovane che abbandonava i propri paesi in cerca di un futuro migliore all’estero. Tra il 1924 e il 1930 molti furono coloro che partirono diretti non solo verso la Francia ma anche in Belgio attratti dalle offerte di lavoro in miniera. Oltre oceano era l’Argentina il paese che garantiva maggiori prospettive. Francesco Musoni in un interessante opuscolo del 1929, Note sulla nostra emigrazione, dopo aver analizzato con attenzione il fenomeno in atto, appariva piuttosto scettico sulla possibilità per il Friuli di risolvere definitivamente il problema.

Le stesse autorità fasciste rimasero influenzate dalla fatalistica lettura del Musoni. In un primo tempo cercarono di porre un freno al pericoloso esodo attraverso l’adozione di restrizioni alla mobilità individuale, successivamente, presa coscienza dell’enorme portata del flusso migratorio, iniziarono loro malgrado a regolamentarlo e a preparare i lavoratori che intendevano partire con corsi e creando centri di raccolta.

Nel 1933 Mussolini adottò un provvedimento estremamente impopolare nei confronti delle Valli del Natisone. In quell’anno venne infatti proibito l’uso della lingua slava in chiesa, di lì a poco seguì il sequestro dei catechismi slavi. Il sequestro, come risulta anche da una lettera del 14 settembre 1933 scritta da un tenente dei carabinieri al suo superiore, riguardò 150 catechismi che vennero sostituiti immediatamente con ben 1.050 scritti in lingua italiana e offerti in dono dal prefetto della Provincia.

Questa misura venne avvertita a livello locale come un affronto, come una grave violazione al legittimo diritto di un popolo ad una propria identità. Al riguardo scrive Faustino Nazzi: « …ad una popolazione stremata dalla fame e dall’umiliazione etnico-culturale, si offre il munifico dono del catechismo in lingua italiana». La lingua locale, da quel momento in poi, sarebbe rimasta relegata al solo ambito familiare. Tra le conseguenze del provvedimento quella più evidente fu la profonda lacerazione che si venne a creare tra la maggioranza dei sacerdoti della Slavia e le autorità di Chiesa e Stato.

Il divieto imposto dal Fascismo in quel lontano 1933 in realtà non fu altro che un’appendice di una politica più ampia finalizzata all’assimilazione di tutte le minoranze etniche e nazionali presenti sul territorio dello Stato. Tale politica di assimilazione venne introdotta in maniera graduale in tutta Italia e prevedeva l'italianizzazione di nomi e toponimi, la chiusura delle scuole tedesche, slovene e croate nonché il divieto dell'uso della lingua straniera in pubblico. Misure di questo tipo erano tutt’altro che infrequenti all’epoca. Furono applicate anche da paesi democratici come Francia e Regno Unito.

Il fatto che una politica fosse prassi comune al tempo della sua applicazione, non è comunque sufficiente a giustificarla! Rimane il fatto che l’azione del governo fascista annullò l’autonomia culturale e linguistica del popolo slavo esasperandone i sentimenti di inimicizia nei confronti della Patria di appartenenza.

Questi erano i sentimenti diffusi nelle Valli alla vigilia del Secondo conflitto mondiale verso il quale lo Stato italiano venne spinto dalle mire espansionistiche di Mussolini. La situazione socio economia della Slavia già precaria era destinata a peggiorare ulteriormente. Tra l’8 settembre 1943 (firma dell’armistizio con britannici e americani) e la fine della guerra, la popolazione locale subirà la pesante presenza delle forze contrapposte che si trovarono ad attraversare il suo territorio: partigiani locali, sloveni dell’Osvobodilna Fronta Fronte di liberazione sloveno (comitato di coordinamento delle formazioni partigiane jugoslave), partigiani garibaldini, osovani, tedeschi, repubblichini, cosacchi, calmucchi. Non vennero lesinate prevaricazioni e violenze. La dignità e l’orgoglio del popolo delle Valli si mantennero inalterati!

Predraga Italija
Preljubi moj dom,
Do zadnje moje ure
Jest ljubu te bom.
Si u kjetnah živiela,
Objokana vsa,
'Na dikla špotlijva
Do zdaj ti si b'la
Raztargi te kjetne,
Obriši suzo
Gor uzdigni bandiero,
Treh farbih lepo.





(Piú che cara tu, Italia, amata mia casa, fino all'ultima ora io ti ameró. Hai vissuto in catene tutta piangente, la schiava vergognosa finora sei stata. Spezza le catene, tergi la lagrima, innalza la bandiera bella di tre colori.)

BIBLIOGRAFIA: 

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SITI INTERNET CONSULTATI

Lintver, http://www.lintver.it
Dom/ Slovit Kulturno verski list, http://www.dom.it
Michela Iussa
Tratto da "Slavia Friulana - storia per il futuro".

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