La Nediža


La Nediža era il luogo di incontro più gioioso in ogni stagione, ma specie d'estate.
Arrivava la primavera e non si vedeva l'ora, noi bambini, che iniziasse il periodo della fienagione.
Non certo per la fienagione, ma perché essa richiamava la Nediža.
Tutte le famiglie della valle avevano campi nei pressi della Nediža. Quando si falciavano le rive dei campi e si asciugava il fieno, rimaneva sempre il tempo per fare un salto nella Nediža.
Che ricordi!

L'acqua era pulitissima:
la potevi bere!
Ci raccomandavano di farlo dove era corrente.

Lungo la Nediža c'erano i luoghi classici d'incontro per il nuoto.
S'iniziava a Podpolica, fra Loch e Pulfero anche se noi da Tarcetta non ci recavamo mai lassù.
Poco più in basso, subito sotto Pulfero, c'era lo sbarramento del mulino di Cicigolis.
Il berin non era eccezionale, però si approfittava di lui quando si portava al mulino.

Un luogo molto bello era la Baba, quasi dirimpetto a Brischis.
C'erano quegli enormi massi dai quali il tuffo era uno spasso e l'acqua era profondissima, perché poco prima la Nediža scorreva ripida e l'acqua, andando a sbattere contro quegli enormi massi, continuava a scavare nei momenti di piena. Se da inesperto ti tuffavi coi piedi, non finivi più di venire a galla.

Ma il nostro luogo abitudinario era l'Ies di Peruovca:
il grande sbarramento del mulino e della piccola centrale elettrica di Perovizza.

Arrivata l'estate, non c'erano impegni di lavoro o, per noi bambini, proibizioni di genitori, che riuscivano ad impedire il raduno di tutti i maschi di Lasiz e di Tarcetta.
Naturalmente davvero solo i maschi! Le femmine erano bandite anche perché, almeno fino alla pubertà, all'Ies si stava in tenuta adamitica.
Anzi, più di qualcuno continuava anche dopo la pubertà, o perché non aveva le mutande oppure perché non aveva voglia di asciugarle alla fine del nuoto, con l'unica avvertenza di mettere una o tutte e due le mani a coprire il pube peloso (erano i peli il motivo della vergogna!), allorché si alzava in piedi.

Qualche volta, magari di domenica quando c'era più tempo, ci si avventurava lungo il fiume fino a sotto Tiglio, oltre il ponte per Tarcetta, o ancora più in giù a Kras, dove il berin era molto bello ma all'ombra, o addirittura a Tulin, sotto Ponteacco.

Tutti posti bellissimi, con caratteristiche completamente diverse uno dall'altro.

L'Ies di Perovizza era una costruzione fatta a regola d'arte.
La prima parte, quella sulla destra del fiume, era costruita con potenti travi e tavole di dob, di quercia. La seconda parte, quella sulla sinistra, era in grossi blocchi di pietra squadrata.
Normalmente l'acqua scorreva sul lato sinistro su parte di quelle pietre, perché lo sbarramento colà era più basso.

L'Ies era anche un punto comodissimo per attraversare la Nediža.

In fondo allo sbarramento c'erano due sportelli azionabili con ingranaggi di ferro:
uno regolava l'accesso dell'acqua al mulino (era sempre aperto), l'altro, verso il fiume, era di solito chiuso, o aperto solo in parte, magari nei momenti di piena della Nediža.
Sul lato destro, la parte dello sbarramento più alto, l'acqua arrivava solo nelle piene, ma proprio perché era più alto, precipitava da 4-5 metri e scavava un'enorme buca, tanto che sulla destra del berin c'era un altro sbarramento di tavole a protezione della riva.
Dalla cima di questo sbarramento, dalle tavole o dai pali più alti, gli inesperti iniziavano a fare le loro prime "panciate".
I più bravi, invece, prendevano la rincorsa sull'Ies e facevano il loro tuffo con o senza il salto "mortale".
Qualcuno si azzardava a fare il doppio salto mortale, prendendo, quando andava male, delle "schienate" terribili sull'acqua.

Ricordo, ero presente, la prima volta che a Manzin (Pasquale) venne in testa di tuffarsi da un pioppo che sovrastava il berin sulla riva destra. Mentre si arrampicava, tutti lo guardavano, cercando di capire cosa ancora poteva uscire da quella testa matta.
Andò su in alto, fino ad una biforcazione dell'albero, si appostò e si tuffò.
Meraviglia generale!
Fu come una parola d'ordine:
tutti gli esperti in tuffi si misero in fila, aspettando il turno di salire sull'albero per provare l'emozione.
Da quel giorno i più bravi si tuffavano sempre dall'albero.

Manzin era letteralmente un fenomeno.
Camminava sempre scalzo d'estate e d'inverno; era capace di camminare sui vetri rotti senza scalfire minimamente la dura pelle dei suoi piedi.

Un giorno lo vidi scommettere che sarebbe stato capace di tuffarsi dall'Ies, in quel punto alto circa 2 metri e l'acqua alta circa 30 cm, senza toccare il fondo e a testa in giù.
Vinse la scommessa!
Andò a testa in giù e, appena toccò l'acqua, si curvo come un'anguilla, schizzando via come un pesce.
Incredibile!
Solo lui era capace di tanto!

Alla Nediža si andava anche per "sopravvivere".
Non è un'esagerazione, specie se ci riferiamo al periodo dal 43 al 45.
I più bravi, come mio fratello, erano capaci di pescare le postrove, le trote, con le mani, andando con le braccia sotto i sassi più grossi.
Noi bambini, muniti di forchetta che precedentemente avevamo raddrizzato battendola con un sasso e appuntito con la lima, ci dedicavamo alla cattura dei mankì, testoni, che infilavamo in un ramo di salice appositamente preparato.
I mankì non erano buoni e poi, se non mangiavi la testa, rimaneva ben poco.
Ma durante la guerra, tutto era buono per sopravvivere.

Mio fratello mi portava a volte a pescare le anguille.
Se eravamo soli andavamo sotto sera al canale dell'Ies, quello che portava l'acqua al molino di Perovizza.
Mio fratello pescava prima alcune mrience, pesciolini, (perché serviva l'esca viva) e le poneva come esca sull'amo; quindi attaccava lo spago degli ami ad un bastone, che veniva sospeso sopra il canale, appoggiato da un muro all'altro del canale. Ogni bastone aveva due o tre ami.
L'indomani bisognava alzarsi presto e andare a vedere se qualche anguilla aveva abboccato.
Qualcuno usava anche il bartolin, una specie di trappola, che forse era più pratico in quanto ci potevano entrare anche altri pesci.

Ma qualche volta, nella stagione giusta, si andava a caccia di anguille in tanti.
Il luogo di solito era nei pressi del ponte di Tarcetta, dove il Tarčešnjak si butta nella Nediža.
Bisognava avere due o tre forti stanghe di ferro.
Quindi, aiutandosi con queste si smuovevano i massi più grossi.
Se c'era l'anguilla, usciva da sotto il sasso tentando di scappare.
Lungo il fiume eravamo disposti in tanti, in modo che o l'uno o l'altro riusciva a afferrare velocemente l'anguilla e a scaraventarla sulla riva del fiume.

Era un'avventura emozionante!

La Nediža in certi anni, d'inverno, gelava.
Aspettavamo con particolare ansia questo momento noi bambini, forse più ancora della neve.
Perché poter camminare sulla Nediža era per noi un incanto!
E c'era qualcuno che aveva un sesto senso per avvertire il momento giusto, quando cioè la Nediža stava gelando.
Appena succedeva, tutta la scuola ne veniva a conoscenza e allora il pomeriggio, appena pranzato, ci radunavamo e, naturalmente all'insaputa dei genitori, ci precipitavamo alla Nediža.
Guardavamo estasiati quella grande distesa di ghiaccio.
Per l'esperienza di chi ne aveva subito le conseguenze, sapevamo che non dappertutto si poteva camminare.
I più esperti abbastanza velocemente, tastando col piedino la consistenza del ghiaccio, delimitavano un bel tratto di fiume sul quale iniziavamo a scivolare.

Ci mettevamo in coda e uno alla volta partivamo prendendo la rincorsa, lasciandoci poi scivolare, stando naturalmente in piedi, fin dove l'inerzia ci portava.
All'inizio il tratto per scivolare era piuttosto limitato; poi via via che il ghiaccio diventava più liscio, la velocità aumentava e la pista si allungava sempre più fino a diventare lunghissima.
Non ci stancavamo di volare sul ghiaccio per ore intere, rincorrendoci sempre avanti e indietro.
Ci divertivamo anche a fare evoluzioni: piegarsi sulle ginocchia e scivolare accovacciati per poi rialzarsi di nuovo, scivolare su un piede solo almeno per qualche tratto, girare lentamente su se stessi e scivolare all'indietro. Quando eravamo stufi di scivolare, iniziava l'esplorazione del fiume.
Ci piaceva osservare cosa succedeva sotto il ghiaccio.
In certi punti si vedeva chiaramente l'acqua scorrere sotto; era limpidissima!
In altri l'acqua non c'era e il ghiaccio era sollevato dal letto del fiume.
Questo ci stupiva.

Una volta vedemmo nel bel mezzo del ghiaccio un grosso pesce.
La voglia di coglierlo fu enorme.
Iniziammo a battere coi piedi nella speranza di rompere il ghiaccio.
In quel punto era grosso più di mezzo metro. Prendemmo dei sassi grossi e iniziammo a romperlo.
Nulla da fare.
Qualcuno partì difilato e poco dopo giunse con un enorme piccone.
Botte da orbi su quel povero ghiaccio, che però, con nostra grande delusione, non ne volle sapere di cedere la sua preda.
Ci faceva rabbia il fatto che il pesce si fosse fatto gelare proprio lì, dove il ghiaccio era così grosso.
Perché in altri posti, e questo ci meravigliava, il ghiaccio era sottilissimo, addirittura troppo sottile per reggere il nostro peso.
E ogni tanto qualcuno ne faceva le spese, finendo nell'acqua tra le risate sarcastiche di tutti.
In questo caso le soluzioni per il malcapitato erano due: o correre immediatamente a casa col rischio però di buscarle dai genitori, o accendere un bel fuoco ed asciugarsi.
Generalmente si sceglieva la seconda possibilità, anche perché spesso il fuoco era già acceso sulla riva: serviva per andarsi a scaldare soprattutto le mani, dato che spesso si veniva a contatto col ghiaccio cadendo e i guanti allora erano al massimo un lusso della domenica.

Certi anni la Nediža non si decideva a gelare. Per rimediare a qualcuno venne l'idea di deviare parte dell'acqua del Patok verso lo Studenac, dove c'era una piccola pianura leggermente in discesa. Meraviglia!
Il giorno dopo lo scivolo di ghiaccio era bel e pronto.
Certo, non era la stessa cosa, anche perché nello Studenac il sole d'inverno non arrivava mai; c'era una brina "ku špeh" come il lardo, dicevamo.
Le nostre bocche fumavano come camini.
Fumava per fortuna anche lo Studenac; infatti, per scaldarci andavamo a immergere le mani nelle sue acque, dove perfino le donne venivano a lavare i panni.
Questo, che per noi era un mistero, fu oggetto di un'interrogazione in classe.
Perché l'acqua dello Studenac d'inverno era calda e d'estate freddissima?
Fu un enigma anche per la maestra, la quale era convinta di essere presa in giro, perché il fatto non poteva sussistere!
Me lo spiegò il nonno:
l'acqua era sempre fredda o calda allo stesso modo, d'inverno e d'estate; a noi pareva che d'estate fosse fresca e d'inverno calda.
Più avanti qualcuno mi spiegò che l'acqua proveniva da una vena molto profonda, per cui non era soggetta a variazioni esterne di temperatura.

Torniamo alla Nediža!
A volte diventava cattiva, molto cattiva!
La mamma mi raccontava sempre di un suo zio di Cicigolis, di cui non ricordo il nome, inghiottito dalla Nediža in piena.
Perchè la Nediža in piena era terribile, spaventosa!
Bastava averla vista una sola volta così, per averne il più grande rispetto!
E' vero che con la Nediža in piena era più facile pescare con l'amo nelle insenature, dove la corrente era meno paurosa.
I pesci abboccavano voraci.
Inoltre quand'era in piena si poteva approfittare per fare un po' di legna catturando le "bore" che essa trascinava come fuscelli.
Lo zio di Cicigolis aveva perso la vita proprio così: era andato a Podpolica a catturare le bore.
Si era appollaiato su un isolotto e con una lunga "lata" uncinava le bore trascinandole sull'isolotto.
Non si accorse che l'acqua lo stava circondando.
Quando se ne avvide, fu troppo tardi: la Nediža lo strappò dall'alberello sul quale si era aggrappato e lo travolse. Lo trovarono dopo giorni verso Manzano.

Ho sentito raccontare di persone che sono annegate solo per aver tentato di passare la Nediža quando le sue acque, come succedeva spesso, erano gonfie.
Un tempo non c'erano i ponti, c'erano i guadi a pagamento a Stupizza, a Pulfero, a Tiglio, a San Pietro: una barca ancorata a una fune trasportava uomini e cose.
Naturalmente seccava pagare il pedaggio e nella maggior parte dei casi si guadava a piedi.
Bisogna aver provato guadare la Nediža!
Bastava che l'acqua superasse le ginocchia e ti sentivi portare via le gambe anche dove la corrente non era particolarmente vivace.
Nino Specogna Realizzazione della pagina Nino Specogna

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