Deciso no all'apertura della cava di pietra

A Tarcetta
Già sede comunale fino al 1928 dell’omonimo comune, il paese di Tarcetta era anche il nucleo con maggior numero di abitanti raccolti in una compatta entità abitativa.

Tarcetta era capoluogo di tutta la destra del Natisone, comprendente una vasta area che a nord partiva dall’attuale confine di stato, per comprendere i grossi centri montani
come Montefosca, Erbezzo, Calla, Gorenjavas, Zapatocco,
poi Pegliano, Spignon, Antro
per scendere a fondovalle a Spagnut, Biacis, Cras, Lasiz, Cicigolis, Podvarschis e Specognis fino ai casali di Predrobaz (ora disabitato).
Il centro era dotato ovviamente degli uffici comunali e di scuole a cui affluivano gli scolari anche da paesi della sinistra Natisone e dal comune di San Pietro, per esempio da Mezzana.
Vi erano parecchi ambienti pubblici, botteghe ed osterie sempre frequentate anche dopo la perdita della sede comunale, unificata nel comune di Pulfero assieme a Rodda.

Varie attività contribuivano a rendere prospero il paese, in particolare la presenza di cave di marna che davano lavoro a numerosi operai addetti alla estrazione del materiale in una economia familiare integrata dal lavoro agricolo nel tempo disponibile.
Non solo marna si cavava a Tarcetta ma anche pietra da costruzione e qui giova ricordare che due importanti opere che tutti conoscono, quali la chiesa di Faedis e l’imponente ossario di Caporetto, sono stati costruiti con la pietra estratta dalla cava che era ubicata alla prima curva sulla strada verso Antro.

Questo tipo di cava però è ben diverso da quello recentemente proposto da una ditta che intenderebbe estrarre i cosiddetti trovanti, vale a dire i grossi massi inseriti nell’argilla, utilizzabili fino alla profondità di quattro metri ed usati principalmente per rivestimento e pavimentazione.
Si tratta della cosiddetta pietra piasentina, nota ed esportata in tutto il mondo.

Su questa proposta che potrebbe ravvivare un po la vita del paese il consiglio comunale nella seduta del 29 dicembre e la gente si sono schierati apertamente contro preoccupati soprattutto
per il deturpamento del paesaggio.
per i disagi causati dal traffico pesante,
per la scarsa ricaduta di benefici economici in zona.

I tempi in cui la Italcemento impiantava le sue cave e tramogge senza chiedere con sensi sono cambiati;
con L chiusura delle cave, sono venuti a mancare anche molti posti di lavoro e i nostri uomini sono stati costretti cercarne in tutto il mondo fino nelle lontane miniere della Caledonia.

Probabilmente un approccio più meditato e scelte chi avessero tenuto in debito conto le giuste ragioni espresse dalla popolazione e dal consiglio comunale di Pulfero avrebbero portato ad un diverso atteggiamento verso l’iniziativa.
Ma lo sfruttamento delle cave di pietra piasentina nelle nostre valli rimane un problema aperto in esse rappresentano una ricchezza di cui si dovrà pur tener conto in un piano di sviluppo economico del territorio che non dimentichi i problemi ambientali e la necessità che perlomeno parte della lavorazione venga fatta in loco.
Le prospettive e le soluzioni dei problemi ci sono.

NB

Ndr.: L'autore era interessato all'apertura della cava, avendo venduto ai cavatori un grande appezzamento (abbastanza a ridosso della chiesetta di San Donato).
L.C.
Dom 1 - 1995

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