Breve storia delle Valli del Natisone

Questa breve storia delle Valli del Natisone è tratta dal testo SLAVIA di Ferruccio Clavora e Renzo Mattelig, edito dal CIRCOLO CULTURALE SORGENTI - KULTURNO DRUŠTVO STUDENCI.
In essa c'è tutto, sia pure in modo molto sintetico, ciò che ogni beneciano dovrebbe sapere della propria storia.
Nel testo originale è molto spesso citata l'opera LA SLAVIA ITALIANA di Carlo Podrecca, opera pubblicata per intero su questo sito:
Carlo Podrecca - La slavia italiana
La Storia!

Si inizia a studiare la storia in prima Elementare e si continua nella Scuola Media e ancora nelle Scuole Superiori: gli ateniesi, gli spartani, Pericle, Alessandro Magno, Romolo e Remo, gli ettruschi, Annibale, ecc., ecc., ecc. Arrivati in fondo, tranquillamente si ricomincia!!!

E la propria Storia!?

Non c'è? Popoli senza storia? Gesta non degne di essere tramandate? Oppure colpevole, criminale ignoranza e stupidità, annullamento della personalità individuale e sociale, assenza totale di dignità e di orgoglio, aberrazione di ogni istinto si sopravvivenza?

Se dove andiamo non dipende da noi o dipende solo in minima parte, nemmeno da dove veniamo dipende da noi. Da qualche parte però, che ci piaccia o no, veniamo. Sapere da dove è, se non altro, questione di dignità. Ecco il perchè di queste pagine elettroniche, semplici, lineari, essenziali, proprio per aver una chiara visione della nostra origine e avere anche la possibilità di scegliere liberamente cosa vogliamo essere, nella conoscenza dei fatti e delle situazioni.

Le Valli del Natisone

Le Valli del Natisone abbracciano i Comuni di Drenchia, Grimacco, Stregna, San Leonardo, Savogna, San Pietro e Pulfero. Il nome è dovuto al bacino idrografico che raccoglie le acque di tutti questi Comuni, acque che confluiscono tutte nel Natisone in località San Quirino. Questa configurazione geografica le ha obbligato, così si può dire, a costituirsi in gruppo, un gruppo etnico ben definito per lingua, per appartenenza sociale, per usi e costumi, per tradizione culturale e, certamente ultimo motivo, per storia.

Il periodo preistorico

Per quanto riguarda il periodo preistorico delle Valli del Natisone si può dire, sulla base dei pochi ritrovamenti archeologici, che l'uomo vi si è insediato già alcune migliaia di anni fa.
I ritrovamenti nel "riparo di Biarzo" testimoniano questa prima presenza e certificano che gruppi di cacciatori-raccoglitori avevano trovato riparo in cavità naturali presso i corsi d'acqua e nelle località meglio esposte.
A questo proposito è opportuno visitare in questo sito:

STORIA/Ricerche storiche/Gli scavi di Biarzo

Il Castelliere del monte Barda

Il monte Barda e il monte Roba, sovrastanti il paese di San Pietro, sono caratterizzati dalla presenza di un castelliere risalente al periodo paleolitico.

Il monte Barda (260 m sul livello del mare), unito al monte Roba (291-301 m) da una piccola sella sulla riva desta del Natisone è posto agli inizi ed a parziale divisione delle Valli del Natisone (ovest), Alberone (est), Cosizza, Erbezzo e costituisce il principale contrafforte del monte Matajur.

E' conosciuto appunto per la presenza di un castelliere, che si trova sulla cima, i cui resti sono ancora visibili.

Il castelliere

Il Miotti, seguendo la tesi del Bosio, fa risalire il castelliere al periodo paleolitico, più esattamente al III periodo Atestino: n'è testimonianza il vasto sepolcreto ritrovato ai piedi del monte Barda stesso.

Subito dopo la fondazione di forum Julii, il castelliere fu utilizzato dai romani da dove potevano controllare gli sbocchi delle Valli verso la pianura.

Sembra che il castelliere sia stato poi inserito, in età costantiniana (IV sec. D. C.), nel Vallum Alpium Juliarum, formato da un poderoso muraglione che partiva dal fiume ed arrivava alla valle del Gail.

Secondo Tagliaferri, però, quest'ipotesi potrebbe essere esclusa, perché non è stata ritrovata nessuna traccia riferibile a quell'epoca.

Il castelliere è formato da un sistema fortificatorio a doppia tenaglia di muraglie a secco, orientata verso le due valli del Natisone e dell'Alberone.Sul lato meridionale (260 m) sorgeva il primo muro difensivo e una torretta forse circolare, attorno al muro c'era un fossato che tagliava trasversalmente l'inizio del pianoro sull'altura e finiva sui lati del pendio.

Il muro rettilineo era lungo circa 45 m. Dopo una ventina di metri vi era un secondo muro di protezione pure trasversale al pianoro, costituito in parte da grandi pietre naturali e in parte da pietrame sovrapposto.

Dopo questa seconda difesa c'è un pianoro rettangolare lungo 45 m circa e largo 16 m circa con i fianchi protetti da un muro in pietra di cui affiorano i basamenti larghi sul metro.

E' chiaro che questa era la sede del fortilizio romano (291).

Segue, verso nord, un settore (301) più elevato di forma rotondeggiante (circonferenza di un centinaio di metri. Questo settore è isolato sui fianchi da grossi massi di pietra che s'innalzano da pareti in roccia naturale.

Sui pendii del colle verso nord è evidente ancora lo sfasciume di pietre e quelle meglio conservate sono sul lato ovest; queste sono appena sbozzate e fra di esse non c'è malta. Tracce di malta si trovano invece al livello del terreno: senz'altro resti dell'insediamento romano.

Rinvenimenti archeologici

I maggiori e i più frequenti rinvenimenti sono avvenuti a quota 291: fittili, frammenti d'embrici e coppi romani, ghiande, missili di piombo, ferri di cavalli, borchie di fibule di ferro e in prevalenza monete repubblicane.

A quota 260 sono stati trovati frammenti di fittili, mattoni, coppi, embrici, oggetti della prima età del ferro.

La quota più alta non sembra essere stata molto frequentata.

I reperti, secondo il Tagliaferri, stando ai ritrovamenti in quota e a quelli sparsi ai piedi del monte, le costruzioni fortificatorie potrebbero essere state usate in epoca preromana e preceltica da popolazioni del luogo e riutilizzate anche nell'epoca tardo antica (parte del vallo difensivo delle Alpi Giulie), ma pare provat4e che siano state utilizzate soprattutto per stanziamenti militari e attività di guerra, fin dalla seconda metà del II se. A. C., da legionari romani impegnati contro i Celti.

Gli abitanti del castelliere

Resti del Castelliere
Resti del Castelliere


A cavallo tra l'età del bronzo 1800-900 a. C. e quella del ferro inizio IX sec. A. C. la nostra regione fu percorsa da popoli in migrazione verso l'Italia, ma vi s'insediò anche una popolazione alla quale vanno attribuiti i castellieri, seguita verso la fine del secondo millennio dagli Istri.

Verso il 900 penetrarono nel nostro territorio i Paleoveneti che si stabilirono nella valle del Gail, nel Tergestino e nel Veneto, lasciando un vuoto tra l'Isonzo e il Livenza che poi fu occupato intorno al IV sec. A. C. dai Carni.

I paleoveneti (IX sec. A. C.)

Negli ultimi secoli del secondo millennio un popolo indoeuropeo, i Veneti, occupava l'Europa centrale. Dopo varie migrazioni scese in Italia e precisamente nel Veneto, passando, secondo il Carbonese, per il Friuli.

La presenza dei paleoveneti in Friuli è attestata, secondo il Carbonese, dalla presenza di reperti archeologici risalenti ai sec. IX e VIII.

Secondo il Bosio invece i Paleoveneti sarebbero giunti in Friuli solo nel VI sec. A. C., infatti, nella regione non esiste nessun documento del primo e secondo periodo Atestino.

I paleoveneti parlavano il venetico ed ebbero il loro centro principale ad Ateste (Este).

La presenza dei paleoveneti nel Friuli è testimoniata da numerosi toponimi e idronimi: Artenia, Mateja, Glemona, Tergeste, Opitergium (Oderzo), Ceilina, Tagliamentum, Liquentia Aesontium (Isonzo), Timavus, Varamus (Varmo) Naone (Noncello) Reunia (Ragogna).

Convivevano in nuclei urbani (agglomerati di capanne di legno con il tetto di paglia come il tipico Cason delle valli lagunari), organizzati in località opportunamente scelte per la ricchezza delle acque e la fertilità del terreno. Si dedicavano principalmente all'agricoltura, alla pastorizia e ai commerci. Erano famosi come allevatori di una razza pregiata di cavalli. Lavoravano i metalli e la ceramica. Bonificarono i terreni e crearono anche dei canali navigabili. Ebbero stretti contatti commerciali con Etruschi, Istri, Celti e anche con i Romani.

I Carno-Celti (fine V sec. A. C.)

I Celti, chiamati dai Romani Galli, erano popoli d'origine indoeuropea che nel X secolo a. C. si erano stanziati nella regione del Danubio e del Reno.

Verso il VII secolo a. C. occuparono la Francia, la Britannia e l'Irlanda e anche la Spagna. Alla fine di questo secolo varcarono le Alpi e arrivarono in Italia, dove seminarono strage.

Nel 390 giunsero a Roma che fu data alle fiamme. Alla fine del 400 a. C. le tribù dei Carno-Celti entrarono in Friuli.

Nei tempi antichi i Celti erano governati da un monarca, ma già all'epoca di Cesare in tutte le tribù, il re era stato sostituito da un'oligarchia di nobili, sostenuta da druidi, un gruppo di sacerdoti che avevano molto potere e che si occupavano dell'educazione dei giovani.

I Celti vivevano soprattutto di caccia e di pesca, ma lavoravano anche la terra e si dedicavano all'allevamento. Coltivavano soprattutto grano e orzo dal quale ricavavano la birra.

La popolazione viveva sparsa in casali e in villaggi di capanne ed erano rari i grossi raggruppamenti urbani, centri politici, religiosi, militari e commerciali. Solo gli insediamenti più importanti erano difesi da fortificazioni (muraglioni di pietra e palizzate di legno) dove si riparavano gli abitanti della campagna con i loro greggi in caso di guerra.

Estraevano e lavoravano il ferro, il rame, lo stagno, l'argento e l'oro, ricavando oggetti d'ogni tipo.

I Celti furono i primi a scoprire la stagnatura.

Molto intenso era lo scambio di prodotti con altri popoli, n'è testimonianza l'uso della moneta.

I Celti non erano una popolazione pacifica ma guerriera: dovevano difendersi dai Romani e frequenti erano i conflitti fra tribù.

I soldati celtici non avevano la corazza, indossavano solo una tunica, dei calzoni, una spada a doppio taglio e uno scudo. Solo i nobili combattevano a cavallo, avevano corazza ed elmo.

Durante i riti religiosi facevano sacrifici d'animali e talvolta anche umani. Avevano molte divinità. Inumavano i morti in grandi cimiteri; i cadaveri erano messi in bare di legno; i capi venivano sepolti con le proprie armi alla superficie del suole e poi ricoperti da tumuli di terra o di pietrame. Talvolta ricorrevano anche all'incinerazione dei corpi.

I romani per porre fine alle scorrerie e razzie dei Carni, intervennero nel 181 a. C. e fondarono la prima colonia latina in territorio carno-celtico ad Aquileia e da qui iniziò la conquista della regione.

Civiltà romana

I Celti rimangono nella Slavia fino alla loro sottomissione da parte delle legioni romane di Giulio Cesare.
Ben sapendo che i Celti non erano una piccola e rozza tribù, egli fondò, anche allo sbocco delle Valli del Natisone, una città fortificata.
Nacque così Forum Julii, poi ribattezzata Civitas Austriae ed ora Cividale.
I legionari romani divennero coloni ed alcuni di loro si spinsero anche nella Slavia, già peraltro ben custodita dal loro esercito che manteneva libera la strada "del Pulfero", lungo la quale correvano allora le comunicazioni con il bacino danubiano e le sue preziose miniere di ferro.

Reperti archeologici romani

Di questo periodo a Cividale e nella Slavia rimangono numerosi reperti archeologici che testimoniano le opere di difesa militare e di colonizzazione agricola nonchè alcuni nomi di indubbia origine latina che i soprawenuti Slavi adottarono: Antro, Azzida, Altana, Tercimonte, Massera...

Migrazioni di popoli interi

Nel periodo di massimo splendore dell'impero romano, in lontane regioni dell'Asia centrale, talmente lontane da essere allora completamente sconosciute, interi popoli avevano iniziato a spostarsi dalle originarie zone di insediamento.
Immense migrazioni portavano alcuni popoli a scacciarne altri per impossessarsi dei loro territori. Quelli che venivano cacciati spingevano a loro volta quelli che incontravano sul loro cammino.
A queste migrazioni fu dato il nome di "invasioni barbariche".
Genti sconosciute, e per questo chiamate barbare, si riversarono nelle ricche province dell'impero. Decenni di guerre, invasioni, saccheggi, stragi portano nel 476 alla fine dell'impero romano d'occidente e della cultura attraverso la quale esso aveva realizzato l'unità, anche politica, del bacino del Mediterraneo e di buona parte dell'Europa.
Nel 453 Attila conquista e distrugge Aquileia.
Le porte del Friuli e dell'Italia sono aperte a tutti e tutti cercano di entrarvi.
Nel 568, al comando del re Alboino, cala in Italia un popolo germanico di valorosi guerrieri: i Longobardi.

I Longobardi

Essi occupano il Friuli ed eleggono Forum Julii quale capitale dell'omonimo ducato. Proseguono poi verso l'italia che conquistano quasi interamente.

Gli Slavi

Più o meno nello stesso periodo, nel territorio compreso fra il mar Baltico, i Carpazi e il mar Nero si mette in movimento un altro popolo: gli Slavi, forse a loro volta spinti ad ovest dall'avanzata degli Avari.
Gli Slavi occuparono gran parte dell'Europa orientale, compresa l'odierna Russia.

Diversificazione del popolo slavo

Il popolo slavo
Il popolo slavo
La vastità dei territori occupati provocò una lenta ma continua diversificazione fra le tribù del popolo slavo.
Quelle più orientali si trasformarono in Russi, Bielorussi e Ucraini.
Quelle occidentali divennero Polacchi, Cechi, Slovacchi Lusaziani o Sorabi.
Altre tribù si spinsero verso meridione e sono i Bulgari, i Serbi, i Macedoni, i Croati e gli Sloveni.

Gli sloveni

Questi ultimi, probabilmente nel VII secolo d.C., occuparono una vasta area che dall'odierna Vienna si estendeva a ovest fino ai confini con la Baviera e a sud raggiungeva il mare Adriatico nei pressi di Trieste che però non fu mai occupata.
Un territorio molto più vasto dell'attuale Slovenia.
Nella loro marcia verso sud le tribù slave incontrarono la resistenza dei Longobardi i quali, probabilmente nel 664, li sconfissero in una località denominata Broxas, presso Forum Julii. Alcuni individuano tale località nell'odierna Brischis, altri con Brossana, altri con S. Quirino.
E' certo che i Longobardi riuscirono a bloccare l'espansione degli Slavi ai piedi delle prealpi Giulie. Per riuscirci costruirono una serie di fortificazioni conosciute come "Limes Longobardicus" (Confine Longobardo). Esso seguiva la linea pedemontana e chiudeva gli sbocchi di tutte le valli, da Venzone fino a Cormons.
Forum Julii era il perno di questa organizzazione difensiva.

Nei decenni successivi i due popoli si scontrarono, con alterna fortuna, in diverse occasioni e località.
Assicuratisi il controllo delle aree montane, gli Slavi tentarono di forzare il dispositivo difensivo dei Longobardi ma ne furono sconfitti, probabilmente a Lavariano, e dovettero rientrare nei loro confini.
Da allora il confine etnico non ha più subito variazioni fino ai nostri giorni.

Organizzazione delle popolazioni slave

Come era organizzato e come viveva un popolo che è riuscito ad occupare oltre metà del continente europeo?
Gli Slavi erano un popolo di agricoltori e di pastori che integrava la dieta anche con la caccia e la pesca. Si costruiva gli strumenti e gli oggetti di cui aveva bisogno lavorando il ferro, il legno, la pietra, le ossa e l'argilla. Viveva in capanne costruite con i materiali più facili da trovare e da impiegare e cioè legno, pietra, argilla e paglia per i tetti.
Nei secoli precedenti il loro insediamento, svariati popoli li avevano preceduti nel cammino verso le tiepide e fertili regioni meridionali dell'Europa. Di quei popoli non rimane quasi traccia, se non qualche residuo linguistico.
Gli Slavi, al contrario, sono oggi il più numeroso gruppo linguistico europeo e l'area del loro insediamento è rimasta, da circa milletrecento anni, pressochè invariata.
Evidentemente gli Slavi avevano caratteristiche di organizzazione della società diverse dalle altre nazioni barbariche. La loro conquista non si basava infatti su un forte nucleo di guerrieri razziatori a cui le altre componenti sociali dovevano fornire il necessario per la prosecuzione della guerra. Al contrario fra di loro non esistevano caste di liberi e di servi. Ognuno aveva un compito ed ognuno era dipendente da tutti gli altri.
Per questo motivo gli Slavi non furono soltanto conquistatori, come ad esempio i Longobardi, essi furono colonizzatori. In questo modo fecero ciò che permise ai romani di dominare il mondo allora conosciuto per molti secoli: il guerriero si trasformava in contadino e la terra conquistata diventava la "sua" terra.
Fra gli Slavi il nucleo fondamentale della società non era un ceto sociale quanto invece un gruppo di famiglie (Zadruga) unite da vincoli di consanguineità fra tutti i membri maschi.
Ogni zadruga aveva legami di sangue con alcune altre e questa "parentela allargata" formava un "rod" e cioè un insieme di zadruge.
Al rod e quindi a ciascuno dei suoi componenti appartenevano i boschi, i pascoli e le acque del territorio occupato ed ognuno poteva servirsene secondo le regole e le necessità.
La terra coltivata apparteneva invece alla zadruga che la lavorava.
Superiori livelli di organizzazione sociale erano rappresentati dalla "Bratsva" e, ancora più in alto, il "Plemen".
Il territorio colonizzato da un plemen veniva chiamato "Župa".
I confini tra le župe erano segnati da elementi geografici quali fiumi, monti, foreste...
Ogni župa aveva un suo centro, di solito fortificato e costruito in luoghi facilmente difendibili, il "gradišče". Nel gradišče si rifugiavano i membri del plemen in caso di pericolo.
L'organizzazione della vita comunitaria si può definire in qualche maniera democratica.

I capi, ad ogni livello, venivano scelti e la loro autorità era riconosciuta solo per il periodo nel quale ne erano investiti. Non esistevano infatti nè caste nè cariche o titoli ereditari.

Anche a causa di questa organizzazione politico-sociale, basata sulla partecipazione attiva di tutti, gli Slavi della nostra area, ormai già differenziatisi in Sloveni, vennero considerati una nazione distinta, sia dal resto degli Italiani che dai vicini Friulani, già durante il periodo patriarcale e successivamente nel periodo della Serenissima Repubblica di Venezia.

L'evangelizzazione

Nel IX secolo fra gli Slavi, ormai stabilmente insediati sui loro territori e già parzialmente distinti gli uni dagli altri, cominciò l'opera di evangelizzazione. Grandi protagonisti dell'epopea missionaria nei Balcani e nell'Europa centrale furono due fratelli di Tessalonica (Grecia): Costantino, (conosciuto come Cirillo dal nome che assunse da monaco) e Metodio.
Nati in un ambiente già a contatto con la cultura slava, di cui tutti e due conoscevano la lingua, compresero che non sarebbe stato possibile annunziare la Buona Novella se non proclamandola nella lingua dei popoli presso i quali si recavano.
Spinti da questa necessità inventarono l'alfabeto glagolitico, basato sullo slavo parlato dai Macedoni, con il quale trascrissero la Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa.
Essi non furono certamente i primi missionari che tentarono di convertire al cristianesimo le popolazioni slave meridionali e occidentali.
Chi li aveva preceduti non ebbe però successo in quanto utilizzò le lingue "colte": il latino e il greco. Questa strategia aveva avuto successo con i barbari arrivati e subito assimilati dalla cultura predominante e dalla popolazione latina maggioritaria alla quale si erano mescolati.
Gli Slavi non solo non furono assimilati ma assimilarono essi stessi gli elementi latini stanziati sul territorio da loro occupato.
La fede cristiana venne accettata solo quando la catechesi fu svolta nella lingua conosciuta dal popolo.
Probabilmente la Slavia fu convertita quando i Santi Cirillo e Metodio la attraversarono, nell'anno 867, durante il loro viaggio dalla Moravia a Forum Julii dove si recarono per incontrare il Patriarca di Aquileia Paolino con il quale discussero della loro traduzione in lingua slava della Bibbia.
Da allora e per oltre mille anni, fino al 1933, nella Slavia la lingua della catechesi e della devozione fu quella slovena.
La conversione al cristianesimo e soprattutto l'avvenuta affermazione, anche in queste terre, del dominio dei Franchi, stirpe germanica che nel 774 aveva sottomesso i Longobardi, portava definitivamente gli Sloveni nell'ambito centroeuropeo.

Cfr.
STORIA/Note storiche/Il manoscritto di Castelmonte

Aquileia

Da questo momento la storia della Slavia, del Friuli e, per un lungo periodo, anche dell'alta valle dell'Isonzo, sono indissolubilmente legate.
Tutti questi territori costituirono, sotto il potere temporale dei Patriarchi, la patria del Friuli.
Quando questa fu devastata da ripetute incursioni dei ferocissimi Ungari, i Patriarchi chiamarono a ripopolare le zone del medio Friuli, messe a ferro e fuoco, alcune migliaia di coloni slavi che si insediarono nelle cosiddette "pustote".
Questi coloni, isolati dalla propria comunità, furono assorbiti dall'elemento ladino predominante. Di essi sappiamo solo che furono trasferiti fino al medio corso del fiume Tagliamento e di loro rimangono solo alcuni toponimi (Gradisca, Versa Sclabonica, Sammardenchia, Lestizza, Pasian Schiavonesco, Jalmicco, Gorizzo, Jutizzo, Lestizza, Goricizza, Belgrado, Santa Marizza...).
A quei tempi, annota Carlo Podrecca,

"il linguaggio slavo era assai più usato nei villaggi che la favella furlana, allora assai incolta e di ingrato suono... Reconfinati gli Slavi in queste montagne e passati successivamente sotto il dominio dei patriarchi d'Aquileia, considerarono finalmente la regione quale stabile patria, che nel loro dialetto è chiamata con ben cinque nomi: dom, domovina, òcetgnava, ogniske e dazèla." (O. Podrecca, La Slavia italiana, 1884, pag. 21).

La Serenissima

Al patriarcato di Aquileia, indebolito da lotte intestine e dal tramontare della società feudale, si sostituì, nel 1420, la Serenissima Repubblica di Venezia.
Già potentissima sui mari del Mediterraneo centro-orientale, la Serenissima si assicurò anche un consistente territorio nel suo entroterra, dalla Lombardia all'lstria.
Da allora e per quasi 400 anni la Slavia potè esprimere al meglio le sue caratteristiche:
l'autogoverno e la democrazia.

Storia della slavia

Cartina delle ville della Schiavonia
Cartina delle ville della Schiavonia
E' in questo periodo che si può propriamente parlare di una "storia della Slavia". La storia cioè di un territorio e dei suoi abitanti che una "terminazione" del senato della Serenissima Repubblica di Venezia, il giorno 11 giugno 1788 confermò "nazione diversa e separata dal Friuli".

"1658,12 ottobre - Ducale che dichiara gli abitanti delle ripetute Convalli separati "non solo dal territorio stesso di Cividale ma dalla Patria ancora".

- 1660, 8 febbraio - Il Senato conferma che le Convalli debbano intendersi separate dal Territorio, Città e Patria.

La Repubblica di Venezia basava la sua fortuna e la sua potenza sui commerci e sugli scambi fra Oriente ed Europa. I suoi sudditi appartenevano a svariati gruppi linguistici ed etnici. Non era infatti ancora arrivato il momento storico e culturale nel quale gli Stati si sarebbero formati sulla base del principio della comune appartenenza nazionale. L'Italia non esisteva se non come luogo geografico, nelle stesse condizioni si trovava quella che oggi conosciamo come Germania e così molte altre zone dell'Europa.

Ai Dogi veneziani interessava la sicurezza dei confini, attraverso i quali non dovevano passare merci sulle quali essi praticavano forti dazi e soprattutto non dovevano passare persone provenienti da paesi nei quali infuriavano pestilenze che più volte hanno decimato la popolazione europea.
La Serenissima comprese che un popolo autonomo, fiero, libero e padrone della propria terra, sarebbe stato l'ideale guardiano di un confine che coincideva con quello della propria Zupa o del proprio plemen.

Gli Sloveni della Slavia, a loro volta, compresero che l'aiuto dato a Venezia sarebbe stato in primo luogo un aiuto a se stessi e accettarono di buon grado il baratto fra la difesa dei confini e la conservazione e l'ampliamento della propria autonomia amministrativa, fiscale e giudiziaria.

Circa 200 validi sloveni delle convalli di Antro e di Merso vigilavano quindi ininterrottamente sulle cinque porte di accesso alla Slavia e cioè i passi di: Pulfero, Luico, Clabuzzaro, Clinaz e San Nicolò.
Carlo Podrecca, grande sostenitore dei diritti degli Slavi subito dopo l'annessione della Slavia al Regno sabaudo, scrive:

"La Schiavonia, isolata per monti e torrenti dai contermini Stati, ab immemorabili faceva una specie di Stato a sè. Infatti non è manco nominata nel 1327 in un atto del Parlamento che dà l'elenco di tutti i contribuenti (ecclesiastici, nobili, castellani e comunità) degli armati per la difesa della Patria".

L'autonomia amministrativa della Slavia

Alla base della struttura amministrativa della Slavia stava la "sosednja" (vicinia) di cui facevano parte i capifamiglia dei borghi e dei paesi più grandi delle convalli di Antro e di Merso.

Una terminazione del 1722 dei "Sindici inquisitori in terra ferma" elenca le ville (paesi) componenti le convalli di Antro e di Merso: Vernasso, Biacis, Erbez, Cepletischis, Vernassino, Clenia, Ponteacco, Clastra, Luico, Tribil di Sopra, Stregna, Altana, Lasiz, Tarcetta, Mersino, Savogna, Azzida, San Pietro, Brischis, Cosizza, Drenchia, Oblizza, Podpecchio, San Leonardo, Spignon, Pegliano, Montemaggiore, Brizza, Sorzento, Biarzo, Rodda, Grimacco, Costne, Cravero, Tribil di Sotto, Merso di Sotto.
Ognuna di queste ville costituiva un Comune.

Il consiglio dei capifamiglia, sosednja, eleggeva un decano che presiedeva le assemblee, convocate all'aperto e sotto l'ombra del tiglio (pod tipo), nel corso delle quali si trattavano tutti gli interessi della comunità.

Le sosednje delle convalli di Antro e di quelle di Merso costituivano due unità amministrative distinte. Ognuna di esse era retta da un decano grande (Sindaco o Župan) che rappresentava, a nome dei decani delle sosednje, la propria convalle nei rapporti con l'altra e con l'esterno. L'arengo dei decani delle convalli di Merso si riuniva presso la chiesa di S. Antonio a Merso di Sopra, quello delle convalli di Antro ad Antro o a Tarcetta.

Il terzo livello amministrativo, dopo la sosednja e l'arengo dei decani, era costituito dall'arengo grande che era l'assemblea comune dei decani di tutte due le convalli e si riuniva, una volta all'anno o quando lo richiedeva il comune interesse, a San Pietro, presso la chiesa di San Quirino, alla confluenza di tutte le convalli.

Secondo i documenti giunti fino a noi, l'arengo grande si componeva di un decano grande e 21 decani per le convalli di Antro e da un decano grande e 14 decani per quelle di Merso.
L'arengo grande faceva le funzioni di vero e proprio Parlamento della Patria della Slavia. Esso era l'interlocutore con cui la repubblica di Venezia trattava direttamente, senza intermediari, e non era raro che i suoi rappresentanti si recassero direttamente dal Doge a chiedere e ottenere giustizia per i soprusi che, di volta in volta, la città di Cividale e i signorotti friulani tentavano di imporre.

Non c'è notizia di un solo caso nel quale il Doge o il Senato di Venezia abbiano dato torto agli ambasciatori dell'Arengo Grande; al contrario è stato sempre confermato, e talvolta ampliato, l'ambito dell'autogoverno.


Autonomia giudiziaria

Oltre all'amplissima autonomia amministrativa, la Slavia godeva anche di larga autonomia giudiziaria.

Dodici giudici (dvanajstija) erano nominati dalla "banca" di Antro e altrettanti da quella di Merso. Essi, assieme a un rappresentante della Serenissima, amministravano la giustizia nelle rispettive convalli.

Le udienze di questi tribunali erano chiamate "praude".
Contro la sentenza di una delle due banche si poteva ricorrere in appello presso l'altra.

La banca di Antro e di Merso

I dodici giudici della banca di Antro duravano in carica un anno e venivano eletti dai capifamiglia; quelli di Merso invece venivano nominati, sempre per un anno, dai giudici uscenti.
Molto rari i casi di sentenze definitive, più spesso la saggezza dei giudici sopiva il contrasto fra le parti. Altrettanto rari i casi di intromissione del rappresentante dello Stato veneto, anche in considerazione del fatto che episodi di grave criminalità erano quasi inesistenti.
I reati più frequenti erano legati al contrabbando e alle cause per furto rarissime. A commento di quanto descritto, neI 1884 Carlo Podrecca così si esprimeva:

"Dai suddetti documenti emerge, che il popolo della Schiavonia aveva saputo crearsi un governo proprio, democratico e parlamentare, che deliberava nei suoi Arrenghi intorno a tutti gli interessi amministrativi, economici, politici e giudiziari della regione, che fino all'ultimo diede saggio di forte organamento, di sapienza civile, e che è degno di figurare nella storia gloriosa dei Comuni italiani" (O. Podrecca, La Slavia Italiana, 1884, pag. 45).

La rivoluzione francese

La Rivoluzione francese, la nuova centralità dell'Oceano Atlantico nei traffici europei e la conseguente perdita di importanza delle rotte per l'oriente dominate da Venezia, posero fine, nel 1797, alla Serenissima Repubblica e con essa aII'autogoverno della Slavia.
Nello stesso anno l'Arengo Grande riunito a San Pietro chiese ai nuovi dominatori il mantenimento dei diritti e degli ordinamenti delle due convalli.
Non ottenne nulla.

L'Austria, subentrata al breve dominio napoleonico, cancellò d'un tratto secoli di società civile e democratica.

L'ultimo Arengo

L'ultimo Arengo Grande ufficiale che si tenne sotto i tigli di S. Quirino risale al 1804.
Nel 1816 i 36 "Comuni" della Slavia furono ridotti agli Otto del distretto di San Pietro degli Slavi (San Pietro, Tarcetta, Rodda, Savogna, Grimacco, Drenchia, Stregna e San Leonardo).

Nonostante questo nuovo ordinamento amministrativo, cui sovraintendeva un lmperial Regio Commissario, le sosednje continuarono a funzionare, accanto ai consigli comunali, fin verso il 1830.
In alcuni centri della montagna esse si riunirono fino al 1850 quando, con la divisione e la vendita delle kamunje (terre comuni), la loro funzione cessa definitivamente.

Amministrazione austriaca

L'amministrazione austriaca non fu ben accetta dalla popolazione della Slavia. Essa infatti significò la fine dell'autogoverno, l'imposizione delle tasse e soprattutto l'arruolamento forzato per difendere confini che non erano più quelli "proprii" delle župe e del plemen. La propria Patria non esisteva più e quella nuova non era riconosciuta come tale. Fu per questo motivo che numerosi giovani della Slavia parteciparono ai moti risorgimentali il cui scopo era unire anche queste terre alla corona dei Savoia.
Per questi coraggiosi giovani Italia equivaleva a Venezia e il passaggio sotto la sua sovranità sembrava essere la condizione per il ritorno all'antica autonomia.

Amministrazione italiana

Nel 1866 le truppe italiane, in seguito ad un accordo fra gli imperatori di Austria e di Francia, entrarono in Friuli e nella Slavia.
La delusione del popolo e soprattutto di alcuni patrioti che avevano combattuto per la causa italiana fu grande.
Il nuovo regno sabaudo inasprì la centralizzazione e oltre a ciò non fu nemmeno in grado di conservare la corretta amministrazione asburgica. Còn l'arrivo dell'italia, gli Sloveni della Slavia ebbero modo di conoscere un altro concetto per loro fino ad allora sconosciuto: lo Stato nazionale e il nazionalismo.
Nel 1867, San Pietro degli Slavi dovette sacrificare il suo nome all'unità italiana. Da allora si chiama San Pietro al Natisone. Con le guerre napoleoniche e la conseguente occupazione austriaca, la Slavia aveva perso la sua fisionomia giuridico-amministrativa.

Con l'annessione al regno dei Savoia, viene messa in discussione anche la sua identità linguistica e culturale.
Il nuovo Stato, fondato sul nazionalismo e sull'anticlericalismo, si propone di sradicare la lingua e la cultura della Slavia.
Nonostante gli sforzi delle istituzioni e nonostante l'apertura di un Istituto Magistrale a San Pietro, con il dichiarato scopo di preparare una classe insegnante italianamente orientata, l'identità culturale slovena non dà cenni di affievolimento.

Troppo recente è il ricordo dell'autonomia, troppo forte è ancora l'orgoglio di appartenere a una comunità che ha saputo conservare e difendere nei secoli la sua individualità.

L'intenso sforzo di alfabetizzazione, concretizzatosi nell'apertura (in un'italia praticamente analfabeta) di scuole nei centri più importanti della Slavia, diffonde la capacità di utilizzare la parola scritta come mezzo di Crescita culturale.
Questa capacità non si traduce però nell'italianizzazione della Slavia, al contrario essa dà a molti, assieme alla capacità di leggere e scrivere, la possibilità di incontrare e conoscere la letteratura slovena.

Mohorjeva Družba

Non a caso la diffusione delle pubblicazioni della Società di S. Ermacora (Mohorjeva Družba) conosce in quel periodo la massima espansione nelle convalli di Antro e di Merso.
"La lingua dei libri si intende poco o nulla, ragione per cui si legge pochissimo in lingua italiana, si legge invece assai più in slavo..." (F. Musoni "Sulle condizioni economiche, sociali e politiche degli Slavi in Italia" 1895).
Non mancarono prese di posizione critiche dei maggiori intellettuali dell'epoca contro l'errata e controproducente politica snazionalizzatrice.
Purtroppo la voce dell'intelligenza fu sovrastata dal clamore dell'ignoranza.
Il centralismo sabaudo introdusse inoltre nelle amministrazioni locali fidati segretari comunali di nomina governativa che sistematicamente prevaricavano le prerogative degli organi elettivi.


La prima guerra mondiale

A peggiorare la Situazione arriva, nel 1915, la dichiarazione di guerra dell'italia all'Austria La Slavia si trovò a ridosso della prima linea.
Nel 1917 gli austriaci sfondarono il fronte a Caporetto Molti abbandonarono le case e i campi. Tutti ebbero a patire le conseguenza della guerra. Case distrutte e terreni devastati. Bestiame requisito e chiese depredate delle loro campane.

Cfr.
STORIA/Le guerre mondiali/La cronaca della grande guerra

Nel 1918 ritornarono le armate e l'amministrazione italiana.
Molte medaglie e molti monumenti.
Interventi per la ricostruzione e la rinascita pochi.
L'impero austroungarico fu smembrato è sulle sue ceneri nacquero nuovi Stati; fra questi il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni.
La fine della guerra non portò agli italiani quei benefici economici e territoriali per i quali erano stati convinti a morire e a combattere duramente per quattro anni.
La miseria, la disoccupazione degli ex combattenti e le ingiustizie sociali provocarono una grave crisi politica del nostro Paese.
Nel 1922 il colpo di stato fascista instaurò in Italia la dittatura. Con essa il nazionalismo e il razzismo divennero politica ufficiale dello Stato. Per centinaia di migliaia di cittadini di lingua slava iniziarono persecuzioni e proibizioni.
Nel 1931 in 64 chiese dell'Arcidiocesi di Udine si predicava e si insegnava il catechismo in lingua slovena, l'unica correttamente compresa dalla popolazione.

Cfr.
STORIA/Note storiche/Parva taljanska pridga

La dittatura fascista

La dittatura fascista, appianate le controversie con la Chiesa Cattolica con il Concordato del 1929, si scatenò anche contro i sacerdoti che avevano in cura d'anime gli Sloveni del Friuli.
Alcuni sacerdoti si adeguarono, entusiasticamente, alle nuove direttive, altri tentennarono in attesa di interventi dell'autorità ecclesiastica che si guardò bene dal contrariare il regime che aveva fatto di quella cattolica la religione dello Stato.
Altri si opposero decisamente e ne pagarono le conseguenze.

Cfr.
STORIA/Note storiche/Lettera al papa (di Don Giuseppe Cramaro)

Fra alcuni atti di coraggio e tante pavidità, spicca la figura di Monsignor lvan Trinko che, a rischio della sua stessa incolumità, non esitò a denunciare le colpe del potere politico e della Chiesa che se ne faceva strumento.
Nel 1933 venne proibita la ristampa del catechismo in lingua slovena per l'Arcidiocesi di Udine e le copie ancora in circolazione vennero sequestrate e distrutte.
La lingua slovena venne cacciata dalle chiese e non vi farà più ritorno.

La seconda guerra mondiale

Nel 1940 Mussolini precipita l'italia nel vortice della seconda guerra mondiale.
Ancora una volta centinaia di migliaia di giovani, moltissimi anche della Slavia, furono sacrificati sui fronti dell'Albania, della Grecia, dell'Africa e della Russia per un insano sogno imperiale.
L'italia non si conquistò nessun impero, uscì dalla guerra sconfitta e soprattutto umiliata.
Gli ultimi anni del conflitto furono particolarmente duri per la Slavia, ancora una volta costretta a sopportare una guerra combattuta sul suo territorio e nella quale si decideva anche del suo destino. Parte integrante della nuova Repubblica Socialista di Jugoslavia per gli uni, estremo baluardo dell'italianità per gli altri.

Cfr.
STORIA/Le due guerre/L'incendio di Costa di Vernassino

La guerra fredda

Conclusa la guerra, le potenze vincitrici spartirono l'Europa in aree di influenza.
La parte orientale entrò nell'orbita sovietica, quella occidentale in quella americana.
Il confine delle convalli di Antro e di Merso si trasformò in barriera e punto di frizione fra due mondi, ognuno dei quali aveva come fine la distruzione dell'altro.
Quello che segue non è storia, è cronaca.
Non possiamo in ogni caso dimenticare o fare finta di non sapere che la nascita della Repubblica Italiana e la formulazione di una carta costituzionale democratica e moderna non ha significato la democratizzazione della presenza dello Stato nella Slavia.
Nonostante le prese di posizione di alcuni fra i più autorevoli personaggi della neonata democrazia italiana, la Slavia rimane ancora un'area "delicata" e ad essa non è consentito crescere e svilupparsi.
Migliaia di giovani, alcuni reduci dal fronte, si accingono a combattere un'altra guerra: la battaglia per il pane quotidiano, combattuta in ogni Paese del mondo.
L'emigrazione è la pagina più recente ma anche più dolorosa della storia della Siavia e su di essa merita soffermarsi.


L'emigrazione

La natura dell'ambiente e la collocazione geografica hanno, già nel secolo passato, favorito gli spostamenti di uomini e di merci dalla Slavia verso l'esterno.
La conoscenza della lingua slovena apriva alla nostra gente le porte e mercati dell'est europeo.
L'appartenenza all'impero austroungarico aveva eliminato la frontiera custodita per secoli a favore di Venezia.
Molti uomini, ma anche ragazzi, integravano il bilancio familiare con il commercio ambulante (guziranje).
Lo sviluppo economico dell'Europa centrale nel secolo passato richiedeva manodopera per la costruzione di ferrovie e di altre grandi opere pubbliche e anche alcuni operai e manovali della Slavia prestarono le loro braccia a questo scopo.
Vi è quindi un'emigrazione, seppure temporanea e non di massa, già nel secolo scorso.
Tuttavia il fenomeno è di gran lunga meno importante che nel resto del Friuli.
In alcune zone, alla fine del secolo scorso, il numero di persone che ogni anno partiva era superiore al 10% della popolazione (nel distretto di Gemona raggiunse, nel quinquennio 1895-99, l'impressionante percentuale del 16,21%; nello stesso periodo nella Slavia questa percentuale non raggiungeva nemmeno il 2%).
Dal momento che il territorio non era nè più fertile nè meno impervio di altri, gli studiosi si interrogarono sul perchè di questa anomalia propria della Slavia. Cercarono di capire come mai i suoi operai e i suoi commercianti ambulanti ritornavano quasi sempre al paese natio e raramente si stabilivano nei Paesi nei quali si recavano a commerciare o a lavorare stagionalmente.
La spiegazione va ricercata, lo affermava Francesco Musoni quasi un secolo fa, nella fortissima identità etnica e linguistica che, coltivata dal clero locale, caratterizzava gli Slavi delle convalli di Antro e di Merso.
Accanto a questa identità era ancora vivo il ricordo dell'autogoverno e del conseguente attaccamento alla terra, a quella patria che si chiamava "Schiavonia Veneta".
La proprietà della terra coltivata e quindi l'assenza di latifondi e mezzadri o fittavoli, rafforzava ancora di più il radicamento e l'identificazione con la "propria" terra. Senza queste considerazioni si può comprendere la storia dell'emigrazione da questa terra

"... non essendovi nullatenenti in mezzo ad essi... ma tutti minuscoli proprietari.., fra loro non vi sono grandi ricchezze, nè miseria vera: non proletari nè fortunati che vivono di rendita... la più perfetta uguaglianza sociale..." (F Musoni, "Sulle condizioni economiche, sociali e politiche degli Sloveni in Italia", 1895).

La vera grande fuga dalla Slavia, sia verso i centri industriali italiani che verso l'estero, avrà luogo nel secondo dopoguerra, negli anni '50 e '60.
Quasi un secolo di nazionalismo, un ventennio di dittatura fascista, la trasformazione del confine della SIavia in cortina di ferro e il conseguente conflitto ideologico e geostrategico, travolsero la SIavia e fecero vacillare la sua identità che era stata, nel secolo passato, la vera barriera contro l'emigrazione.
Va naturalmente tenuto nel debito conto il mutamento economico e culturale che stava riducendo le società agricole e chiuse all'agonia.
La coltivazione di piccoli appezzamenti di terra non poteva più, nè nella Slavia nè altrove, sostenere una famiglia. L'economia di sussistenza e di autoconsumo era stata sconfitta dalla divisione del lavoro e dalla società dei consumi, alimentata da mercati ormai mondiali.
Partire era diventata dunque l'unica scelta. L'emigrazione e io spopolamento avrebbero anche risolto, apparentemente, il problema slavo sollevato da Carlo Podrecca all'indomani dell'annessione della Slavia al Regno d'italia.

Il terremoto del 1976

Nel 1976 il Friuli fu colpito da una delle catastrofi naturali più gravi degli ultimi secoli: il terremoto.
Decine di paesi furono rasi ai suolo, circa mille persone persero la vita. Migliaia di famiglie piansero i loro morti e videro annientato, nel giro di meno di un minuto, il frutto di anni di lavoro, spesso lontano dal paese e dalla famiglia.
Anche la Slavia fu interessata da questa tragedia.
Grazie a Dio non ebbe a piangere morti.
I popoli dei Friuli riuscirono però a trasformare quello che fu un immane disastro in una grande opportunità di crescita per tutta la Regione.
Ricostruzione, sviluppo e rientro degli emigrati erano parole d'ordine e obiettivi che la Regione Friuli-Venezia Giulia si proponeva di raggiungere. La distruzione poteva, doveva, trasformarsi in modernizzazione.


Il trattato di Osimo

L'anno precedente era inoltre stato segnato da un altro avvenimento che avrebbe potuto trasformare la condizione delle aree situate a ridosso del confine: a Osimo l'italia e la Jugoslavia avevano, a trenta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, firmato il trattato di pace e chiuso con esso le dispute territoriali ed economiche fra i due Paesi ex nemici.
L'articolo 6 del trattato impegna l'italia e la Jugoslavia a migliorare la collaborazione economica e soprattutto indica come obiettivo specifico il miglioramento delle condizioni socio-economiche delle popolazioni residenti nelle zone di confine dei due Stati.
La popolazione e le amministrazioni della Slavia non riuscirono a cogliere appieno l'importanza del trattato non seppero vedere le potenzialità in esso contenute.
Così come accadde per il Friuli sulla scena nazionale, il terremoto fu l'occasione per la Slavia di farsi conoscere nell'ambito sloveno, sia regionale che internazionale.
Dalla vicina Repubblica giunsero aiuti materiali e solidarietà.
Tecnici e operai sioveni vennero a ristrutturare e ricostruire.

Il dopo terremoto

Il 1976 segnò un momento di svolta nella comprensione e nell'accettazione della propria identità.
Agli aiuti per la ricostruzione seguirono investimenti per lo sviluppo economico e per la crescita culturale.
Negli anni seguenti molto è stato fatto, ancora oggi tuttavia non si può affermare che la Slavia abbia imboccato la via dello sviluppo autonomo.
Nel decennio successivo ai terremoto, quello che ha significato per gran parte del Friuli il superamento del sottosviluppo e dell'emigrazione, la Slavia ha perso ancora una buona percentuale della sua popolazione.
Il rientro degli emigrati non si è verificato in misura significativà e le potenzialità economiche ancora non sono in grado di realizzarsi e crescere autonomamente.
La popolazione continua a diminuire e ad invecchiare.

Andamento demografico
Andamento demografico
Quel popolo libero e fiero che ha suscitato il rispetto e l'ammirazione dei dogi di Venezia rischia ora davvero di scomparire se non saprà riappropriarsi dell'identità e della storia. Ferruccio Clavora e Renzo Mattelig
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