Un'organizzazione ecclesiale capillare nella Slavia

Nel 1869, a tre anni dall'annessione all'Italia, mons. Andrea Casasola autorizza la pubblicazione del catechismo “per gli Sloveni dell'Arcidiocesi di Udine”
Nel capitolo dedicato al ruolo dei sacerdoti locali a favore della conservazione della lingua slovena, universalmente diffusa nella piccola ‘patria’ delle Valli del Natisone, e della scuola ‘parallela’ a quella statale da essi tenuta tramite l’esercizio delle loro attività pastorali e la diffusione delle pubblicazioni edite dalla Mohorjeva družba di Celovec/Klagenfurt. Il ruolo del clero fu determinante per la conservazione della lingua locale minacciata di morte dalle nuove autorità, fermamente convinte che essa rappresentasse, nell’ambito del nuovo stato nazionale, una macchia da eliminare e una malattia da guarire. La scuola ‘parallela’ aveva il suo momento forte nella catechesi sia ai bambini che agli adulti. Oltre ad inculcare l’insegnamento delle verità cattoliche tramite le preghiere e le formule sulle verità della fede, essa serviva a trasmettere anche il patrimonio linguistico sloveno. In assenza di catechismi stampati in lingua locale, i sacerdoti si servivano di manoscritti oppure di testi sloveni provenienti dalle vicine diocesi, adattando la lingua standard al dialetto.

Già nei primi anni ’50 dell’Ottocento (siamo ancora nel Lombardo-Veneto, dominio dell’Austria) si sentì l’esigenza di mandare alle stampe un catechismo destinato esclusivamente ai fedeli della Slavia friulana. Nel 1851 don Giuseppe Podrecca (San Leonardo 1822 — Monfalcone 1886) tradusse nello sloveno locale il catechismo di mons. Michele Casati, vescovo di Mondovì, sotto il titolo «Katekizem ali kristianski nauk v prašanjih in odgovorih zložen zlasti iz nauka gosp. Mihaela Casati Jožefa Podrieke za slovenske šole», che fu dato alle stampe a Goricia nel 1851 per i tipi della tipografia Seitz. Come si legge nel titolo, il catechismo era destinato, stranamente, agli alunni delle scuole, dove però si insegnava esclusivamente in italiano.
E ciò, come si legge in una lettera dell’Ispettorato provinciale delle scuole elementari di Udine alla curia arcivescovile, perché «giudicato necessario per l’intelligibilità del morale insegnamento ai fanciulli incapaci di intendere nei primi anni la lingua italiana e perciò è utilità l’introduzione dello stesso nell’insegnamento elementare nelle scuole minori slave»
(Archivio della curia arcivescovile di Udine — Acau, Faustino Nazzi, Storia religiosa della Slavia Friulana dalle origini al 1920, http://fauna31.wordpress.com, p. 247).
L’iniziativa non ebbe successo da una parte perché a giudizio dei ‘revisori’, don Valentino Bledigh e don Giuseppe Zaican, conteneva delle imprecisioni dottrinali ed era incompleto, dall’altra per l’opposizione del decano del Capitolo di Cividale, il quale in una lettera al cancelliere arcivescovile, il 13 agosto 1854, scriveva che la stampa del catechismo «servirebbe ancora ad insinuare e rafforzare lo spirito di nazionalità slava e di panslavismo, le cui tendenze politiche e religiose sono maligne».

L’opposizione alla lingua slovena era, quindi, già radicata prima dell’annessione della Slavia all’Italia.

Si dovette aspettare la nomina dell’arcivescovo friulano, mons. Andrea Casasola di Buja (1806-1884), perché la Slavia avesse un catechismo tutto suo.
Fu mandato alle stampe nel 1869 (ad appena tre anni dall’annessione all’Italia) su iniziativa del vicario di San Pietro degli Slavi (in campo ecclesiastico la vecchia denominazione restò in uso anche dopo il cambiamento, nel 1867, dell’antico toponimo in San Pietro al Natisone), don Michele Muzzigh (Mucig), e del cappellano di Rodda, don Pietro Podrecca, primo poeta e scrittore sloveno delle Valli del Natisone.
Il catechismo porta il titolo «Katekizem ali keršanski katoljški nauk povzet posebno iz nauka gosp. Mihela Casati mondovi- škega škofa za Slovence videmske nad-škofije na Beneškem. Z dovoljenjem premilostivega gosp. Andreja Casasola videmskega nad-škofa» (Catechismo o insegnamento cristiano ripreso in particolare dal catechismo del sig. Michele Casati, vescovo di Mondovì, per gli sloveni dell’arcidiocesi di Udine nel Veneto. Con l’approvazione del benevolissimo sig. Andrea Casasola, arcivescovo di Udine).
La pubblicazione fu stampata ed edita a Gorizia dalla tipografia Seitz.
Il catechismo riprendeva il testo del vescovo di Mondovì e probabilmente correggeva e completava la traduzione fatta da don Giuseppe Podrecca nel 1851.
Il catechismo si apriva con le parole rivolte dall’arcivescovo mons. Casasola al «Dilecto nobis in Christo, ven. Clero regionis Slavae huius Archidioceseos» (Al diletto in Cristo, il venerabile clero della regione slava di questa arcidiocesi) sull'insegnamento della dottrina cristiana in sloveno (25 giugno 1869).
Tale «coraggiosa iniziativa» non fu estranea al difficile rapporto dell’arcivescovo con le nuove autorità italiane (Nazzi, cit.).

Dal punto di vista dell’organizzazione ecclesiastica le Valli del Natisone sono divise in tre parrocchie o, più propriamente, vicarie in quanto il vero ‘parroco’ è ab immemorabili il Capitolo di Cividale che vanta competenze «quasi episcopali» tra le quali anche la nomina dei vicari di San Pietro degli Slavi, San Leonardo e Drenchia.
Ai vicari fanno capo i cappellani dei molti paesi delle valli. Si tratta di un’organizzazione ecclesiastica capillare con una fitta presenza di sacerdoti, che però godono di scarsa autonomia, mentre le mansioni importanti (celebrazione del battesimo, dei matrimoni e dei funerali) rimangono appannaggio dei vicari che a loro volta esercitano il loro ministero sotto il diretto controllo del Capitolo di Cividale.

Dalla relazione del vicario di San Pietro, don Antonio Guion di Mersino, per la visita pastorale del 1873 si viene a sapere che la vicaria comprende 4 comuni:
San Pietro, Rodda, Tarcetta e Savogna
e ben 19 cappellanie:
San Pietro cappellano stabile,
Azzida cappellano stabile (606 ab.),
Vernasso cappellano stabile (454 ab.),
Vernassino cappellano stabile (551 ab.),
Ponteacco cappellano festivo (399 ab.),
Sorzento cappellano festivo (252 ab.), terza messa di San Pietro (429 ab.),
Tercimonte cappellano stabile (1.056 ab.),
Montemaggiore cappellano stabile (552 ab.),
Rodda cappellano stabile (579 ab.),
Mersino cappellano stabile (534 ab.),
Brischis cappellano stabile (426 ab.),
Antro cappellano stabile (714 ab.),
Biacis cappellano festivo (135 ab.),
Pegliano cappellano festivo (229 ab.),
Lasiz cappellano quasi stabile (260 ab.),
Erbezzo-Montefosca cappellano stabile (879 ab.).
Totale popolazione 7.835. Dei 20 preti si valuta la scienza: buona n. 3; sufficiente n. 4, scadente n. 6. La condotta: buona n. 7, sufficiente n. 8, scadente 4 (Nazzi, cit.).

Questa, invece la situazione della vicaria di San Leonardo descritta da don Antonio Banchig di Tarcetta nel 1886:
don Pietro Podrecca cappellano parrocchiale,
don Antonio Gus cappellano di Liessa,
don Antonio Trusnich cappellano di Topolò,
don Pietro Cernotta in casa sua a Cosizza,
don Giuseppe Bernich in casa sua a Tribil,
don Francesco Skaunich cappellano di Stregna,
don Antonio Droli cappellano di Cravero (78 a.),
don Valentino Cuffolo cappellano di Oblizza,
don Giuseppe Jussa festivo a Clastra.
Tutti sono, assicura il vicario sono «di condotta esemplare ed edificante; qui non esistono legati, né istituzioni canoniche, né indulgenze perpetue» (Nazzi cit).

La vicaria di Drenchia, staccatasi dalla parrocchia di Volče nella Valle dell’Isonzo e passata dalla giurisdizione arcidiaconale di Tolmino a quella del Capitolo di Cividale nel 1779, contava solo la cappellania di San Volfango.
Giorgio Banchig
DOM n. 15 - 2011

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