Il paradigma di Aquileia

«Aquileia va continuamente riscoperta nel suo profondo significato e valore che ha per la nostra storia passata, ma anche come conseguenza per la nostra storia futura».


Così l’arcivescovo di Udine, mons. Pietro Brollo, ha sintetizzato il significato e la portata del secondo incontro di preparazione al 1° maggio, giorno in cui la Repubblica di Slovenia entrerà a far parte dell’Unione Europea, dal titolo «Il paradigma di Aquileia. Segno e stimolo di collaborazione tra le Chiese e di convivenza tra i popoli».
L’incontro si è svolto, il 30 marzo scorso, nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Rosazzo con la partecipazione di numerose autorità di un folto pubblico attento e qualificato.

Nell’introdurre i lavori il moderatore, mons. Marino Qualizza, ha che detto nel Patriarcato di Aquileia si sono incontrati «diversi popoli e culture, che non sono stati appiattiti ma accolti nello spirito della Pentecoste».

Nel suo indirizzo di saluto il vice presidente del consiglio regionale, Carlo Monai, ha riconosciuto alla Chiesa Udinese di essere stata attenta, più della politica del passato, alla presenza e al rispetto della cultura slovena.

Il sindaco di Manzano, Daniele Macorig, ha sottolineato l’importanza di queste iniziative, che mirano a dare un contenuto più profondo all’avvenimento storico dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea.

«Ritrovarci in luoghi come l’abbazia di Rosazzo — ha sottolineato l’arcivescovo di Udine — ci fa respirare la presenza attuale di una storia passata e ci siamo resi conto, altresì, di come gli incontri di persone che sentono la suggestione di questo luogo, provenienti non solo dal Friuli e da ogni dove, ci fanno davvero capire come la disputa sulle radici, che la nuova realtà europea dovrebbe avere, non è affatto inutile.
Si sta discutendo sull’opportunità se inserire o meno la menzione delle radici cristiane nella Costituzione europea.
Ma al di là del fatto che lo facciano o meno la nostra storia è quella e non possiamo dimenticarlo».

Aquileia antica, ha ricordato mons. Brollo, ha lasciato tracce importanti che stanno alla base della nostra storia e che indicano fusione, incontro di culture, tra quella romana e cristiana, che hanno prodotti i magnifici mosaici della basilica.
Da allora Aquileia è stata «luogo di incontro, di accoglienza, di paternità vissuta non con le caratteristiche di chi conquistava per uniformare tutto, ma rappresentava la capacità di fare unità delle diversità».

Mons. Brollo ha poi ripercorso le tappe della storia del Patriarcato, il quale come provincia ecclesiastica abbracciava un vastissimo territorio che andava dai confini dell’Ungheria fino alle porte di Milano, ed ha illustrato le grandi figure di patriarchi e teologi che lungo i secoli hanno riproposto ed attuato il paradigma di Aquileia.
A cominciare da san Cromazio per arrivare a san Paolino, che nell’opera di conversione dei popoli, che si erano stanziati nel vasto territorio patriarcale, mise in atto già allora «la libertà di coscienza» e diede valore alla cultura.

L’arcivescovo ha poi ricordato il beato Bertrando, ancora principe del ducato, che attuò la volontà di partecipazione del clero al governo spirituale, di crescita comune nel cammino di fede.

La fine del Patriarcato, come entità statale e come metropolia, non hanno posto fine alla storia di una Chiesa, che dai quei periodi è diventata abbastanza triste e nell’ultimo secolo anche cattiva. «Pensiamo — ha detto mons. Brollo — a ciò che le ultime due guerre hanno creato nel rapporto tra le nostre genti, che vivevano insieme, in armonia, ma quando uno statalismo così esasperato ha messo gli uni contro gli altri, ha creato quelle fratture che noi oggi siamo impegnati a sanare. Nella nostra tradizione non c’è la frattura. Chi ha vissuto quelle violenze, non le può dimenticare, ma ugualmente dobbiamo ritrovare il paradigma di Aquileia che ci faccia ritrovare un riferimento capace di farci superare queste difficoltà. Come cristiani dobbiamo dare questo apporto: non mettere insieme semplicemente gli interessi economici, ma le anime della gente che vuole essere se stessa in quella stupenda ricchezza che ci viene data nel momento in cui le diversità non diventano contrapposizioni, ma vengono armonicamente utilizzate».

«Parlare di Aquileia — ha esordito mons. Franc Rodé, prefetto della Congregazione per la Vita religiosa e già arcivescovo di Lubiana — mi sento a mio agio.
L’assenza di tendenze egemoniche nel patriarcato di Aquileia rappresenta qualcosa di straordinario.
Nella storia i popoli europei si sono fatti tutto il male che potevano farsi se conveniva loro. Forse è un’idea pessimista, ma c’è qualche verità. Aquileia, invece, è un’eccezione».
Mons. Rodé si è poi soffermato sulla visione che hanno gli sloveni del Patriarcato e della sua azione sul loro popolo e sulla loro terra.

«Il rispetto delle diversità da parte di Aquileia — ha sottolineato mons. Rodé — è un’eccezione nella storia. La sua azione era improntata a principi diversi, ad un vero spirito cattolico».
A questo spirito si richiama san Paolino nell’opera di evangelizzazione degli sloveni, che si estese su un vasto territorio che va fino al fiume Drava comprendendo gran parte dell’attuale Slovenia.
Paolino è una di quelle figure ieratiche di pastore dell’alto Medio evo, teologo di grande precisione di pensiero, poeta e musico di talento, collaboratore dell’inglese Alcuino alla corte di Carlo Magno, che diventa patriarca di Aquileia dopo la sottomissione dei longobardi allo stato dei franchi».
Nel 796 Paolino convocò «il concilio di Cividale per affermare la vera fede in Gesù vero Dio e vero uomo, correggere certi abusi tra il clero, promuovere la vita spirituale e liturgica tra il popolo, definire le regole del matrimonio cristiano e programmare la missione tra gli sloveni, stabilitisi sul territorio del Patriarcato».

Nell’autunno della stesso anno si riunirono «ad ripas Danubii» Alcuino, i vescovi di Salisburgo e Passau e Paolino e lì stabilirono un metodo particolare di evangelizzazione che fa eccezione per quel tempo ed anche per molti secoli dopo.

«Il metodo promosso da Paolino — ha sottolineato mons. Rodé — era in contrasto con le pratiche di quei tempi rudi e violenti.
L’esperienza disastrosa di una catechizzazione forzata e di un battesimo imposto ai sassoni, consiglia a Paolino di prendere un’altra via per arrivare al cuore dell’uomo.
Si fece difensore di una linea rispettosa della dignità umana, dichiarando che il battesimo non può essere imposto, bensì proposto tramite un insegnamento persuasivo, benigno e dolce perché ciascuno, mosso dal desiderio della sua anima, chiedesse la salvezza.
Queste sono le parole di Paolino:
“Potrei obbligare l’uomo a ricevere il battesimo, non potrei obbligarlo a credere”.
Paolino insistette molto sull’adattamento dei missionari alla mentalità del popolo e non era favorevole al battesimo di massa, ma a quello individuale.
Paolino rifiuta le minacce dell’inferno e della spada per convertire i pagani, sostenendo che la fede va accettata con la convinzione».

Attraverso quest’opera missionaria, di cui mancano i documenti proprio perché condotta pacificamente, il popolo sloveno è entrato nella grande famiglia dei popoli cristiani ed europei ed ha ereditato le tradizioni liturgiche della chiesa di Aquileia: la Pasqua viene chiamata «Velika noč» (Grande notte) e il mattino di Pasqua si ripetono ancora le processioni festose come al mattino della «Grande notte» aquileiese.

Venendo ai nostri giorno mons. Rodé ha detto che l’eredità di Aquileia è di grande attualità.
«Ed è proprio questo immenso retaggio che noi, come futura Europa, dobbiamo conservare, imparando a ripensare al nostro passato.
La strada del nostro futuro è la strada dell’Unione Europea e della nuova vicinanza alla quale siamo chiamati.
Credo proprio che il nostro avvenire possa essere più felice, migliore e più cristiano di quello che ha invece caratterizzato il secolo scorso».
L.M.
DOM 15-04-2004

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