Il Patriarcato di Aquileia

Antro e la grotta
Antro e la grotta


Alla fine dell’VIII secolo intervenne in Europa un profondo mutamento politico con l’espansione dei Franchi.
L’avvento del Sacro Romano Impero e poi dell’Impero Germanico ebbero una influenza rilevante anche in Italia e in Friuli, dove gli sviluppi della nuova situazione furono determinanti.

Il risultato politico più importante nell’Italia del Nord fu l’ascesa del Patriarcato di Aquileia a dignitá statale, attraverso una serie di atti dell’autorità imperiale e di disinvolte manovre politico-militari dei patriarchi.
Le une e le altre toccarono da vicino anche le Valli del Natisone.

Carlo Magno

Il susseguirsi degli eventi registra la calata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi, nel 773.

Presa Pavia nel 774 battendo i Longobardi, Carlo Magno lasciò in vita il ducato longobardo di Cividale.
Ma il duca ebbe la cattiva idea di ribellarsi e fu sconfitto sul Piave.
Allora il Friuli divenne una contea franca.

I Franchi proseguirono in diverse fasi la guerra con­tro gli Avari, il cui territorio confinava con quello del­l’Italia longobarda, riuscendo a batterli sul Danubio e portando il ducato del Friuli fin sulla Sava.

Il Patriarcato di Aquileia assurge a dignità statale. Conseguenze per le Valli.

Rievocazione storica dell'ingresso del Pattriarca
Rievocazione storica dell'ingresso del Pattriarca
Rievocazione storica dell'ingresso del Patriarca
Rievocazione storica dell'ingresso del Patriarca
La crescita del patriarcato di Aquileia cominciò con il rico­noscimento da parte imperiale di vari domini feudali patriarcali in Friuli, pochi anni dopo la morte dell’ul­timo patriarca longobardo, Paolino.
Fu allora che Forum Iulii venne ribattezzata Civitas Austriae, in virtù della sua posizione orientale rispetto all'impero franco.
Nel frattempo il Friuli entrò in una mutevole serie di realtà politico-territoriali.
Nell'836 venne elevato alla dignità di ‘marca’, cioè di grande feudo di frontiera; quindi venne ampliato nella ‘Marca Veronensis et Aquileiensis’, spaziando dall’Adige alle porte di Emona (Lubiana).

Berenghario marchese del Friuli e primo re d'Italia

A capo di questa marca fu posto Berengario, con il titolo di marchese del Friuli; Berengario riusci ad ampliare ancora il suo dominio in Italia, fino al Lazio, ed assunse il titolo di Re d’Italia.
Ormai stava concludendosi il IX secolo.
Proprio a questa scadenza, nell’888 il diacono Felice ottenne un piccolo feudo ad Antro, che successivamente diventerà proprietà diretta di Aquileia.

Negli anni successivi il Friuli venne incluso politicamente nel ducato di Baviera e quindi nel ducato di Carinzia, già Carantania.

Cresceva intanto all’interno di questi stati il feudo patriarcale i cui confini, all’atto della sua consacrazione a stato temporale, giungevano al Livenza, con tutto il bacino del Tagliamento e dell’Isonzo, e fino a buona parte dell’Istria.
Ne restava esclusa Grado, che apparteneva a Venezia, allora ancora una stella nascente.
La consacrazione a stato del Patriarcato del Friuli, da parte dell’imperatore Enrico IV, avvenne nel 1077 e il potere temporale patriarcale durò oltre trecentocinquant’anni.
Naturalmente l’investitura comportò l’impegno alla fedeltà, per cui la prima serie di patriarchi furono chiamati ghibellini e furono quasi tutti tedeschi.

Esce dall’interesse del presente scritto seguire le vicende territoriali, militari ed economiche del patriarcato.
Entro questa realtà politica si affermarono, con una nuova organizzazione sociale, i caratteri del feudalesimo.
Insieme ai territori del patriarcato, assegnati ai nobili in feudo (alcuni molto estesi e militarmente forti, come la contea di Gorizia) esistevano quelli di proprietà diretta del patriarca ed amministrati in suo nome dai ‘gastaldi’.
Un vero mosaico.

La gastaldia di Cividale e la Gastaldia di Antro

Fra le gastaldie più importanti ci fu quella di Cividale.
A11’interno di essa vi erano invece numerosi feudi nobiliari ed ecclesiastici minori.
La Gastaldia di Antro, che comprendeva buona parte delle Valli del Natisone, aveva una amministrazione distinta.
Anche qui singole ‘villae’ (villaggi), o semplicemente singoli ap­pezzamenti o fondi rurali, erano feudi appartenenti a famiglie nobili, in gran parte cividalesi, oppure a mo­nasteri ed ordini religiosi.
Un esempio di questi è Castelmonte.
Santa Maria del Monte, l'antico castello-santuario, feudo del Capitolo di Cividale
Santa Maria del Monte, l'antico castello-santuario, feudo del Capitolo di Cividale
Ancora castelmonte in un disegno di G. Sturolo
Ancora castelmonte in un disegno di G. Sturolo

L'immigrazione slava

Il patriarcato, che ebbe il nome di Patria del Friuli, con un Parlamento aristocratico ed ecclesiastico al vertice e capitale amministrativa Cividale, non contrastò la colonizzazione slava.
Anzi, i Franchi, fin dal loro arrivo, l’avevano favorita.

L'immigrazione slava divenne particolarmente sollecitata dai patriarchi, a conclusione delle devastanti incursioni degli Ungari.

Esse ebbero una cadenza, salvo qualche intervallo, pressocchè annuale a partire dall’892 fino al 955; più di sessant’anni.
Riguardarono tutto il centro Europa, ma una buona trentina di tali incursioni attraversarono il Friuli, entrandovi dalla porta naturale costituita dalla valle di Vipacco.
Una larga fascia del Friuli risultò devastata in tal misura da prendere il nome di ‘Vastata Hungarorum’.

I coloni slavi in Friuli si insediarono in questa fascia, fin oltre il Tagliamento.
Di tale colonizzazione rimane solo la documentazione storica, numerose tracce nella toponomastica locale e nel lessico friulano e veneto.

La Valli del Natisone

Non fu così nelle Valli del Natisone dove la conser­vazione dei caratteri etnico-culturali venne favorita dalla continuità del territorio con la Gastaldia di Tol­mino, la Contea di Gorizia e la Carniola, dall’intensi­tà dell’insediamento e dall’originale organizzazione sociale ed economica.

I coloni slavi ed i loro discendenti, di carattere mite e profondamente legati alla terra ed alle attività agricole, preferirono insediarsi nelle valli più interne e sulle alture, in modo da poter vivere pacificamente e con migliori possibilità di proteggere i villaggi, il bestiame ed i propri beni.

Nell’insieme gli storici convengono nel constatare che questa popolazione trovò buone condizioni ambientali e politiche per poter sviluppare una propria organizzazione sociale.
La base economica era la terra, gestita come bene comune, familiare e comunitario.

Le vicinie

L’autorità era basata sulle assemblee di villaggio dei capifamiglia, le cosiddette vicinie, presiedute dai decani.

La vicinia amministrava i beni comunali costituiti dai pascoli e in certi casi dai terreni arativi, che si assegnavano di anno in anno, in base al numero dei membri della famiglia, secondo l’antico uso slavo.
La vicinia provvedeva anche all’amministrazione della chiesa e funzionava da tribunale per le questioni interne.

Le due Contrade di Antro e Merso

Nella Schiavonia apparve nel periodo patriarcale una seconda istanza, quella delle due Contrade, rispettivamente di Antro e di Merso.

Queste erano costituite dalle assemblee dei decani delle rispettive vicinie.
Esse regolavano le questioni interne alle due contrade, eleggendo ciascuna un decano grande.
Le contrade esercitarono in parte anche la giurisdizione civile e penale maggiore.
Il sistema comunitario convisse in parte con quello feudale, perchè i titolari di feudi nobiliari ed ecclesiastici erano nel medesimo tempo giurisdicenti nelle villae.
A ciò si aggiungano i poteri del Gastaldo di Antro, supremo regolatore dei rapporti sociali, che in qualità di rappresentante diretto del patriarca, provvedeva al realizzo delle imposizioni in denaro e nel reclutamento di soldati.
Nel 1328 la gastaldia doveva al patriarca 52 decene di pedoni, che si fanno corrispondere a circa 3.000 abitanti.

Il panorama archeologico di questo periodo

Il panorama archeologico legato a questo periodo è alquanto ricco, soprattutto di fortilizi e castelli.
All’imbocco della Valle del Natisone si erge il castello di Gronumbergo (o Carcos);
Il castello di Gronumbergo disegnato da G. Sturolo
Il castello di Gronumbergo disegnato da G. Sturolo
tre castelli, di uno dei quali rimangono i resti, a Biacis, proteggevano il gua­do del Tiglio;
un piccolo palazzo fortificato, di cui sono andate perse le tracce, proteggeva invece il guado di San Pietro, Broda, dalla sua posizione elevata, al­l’incirca nel posto dove ora è stato demolito il vecchio collegio.
Guado di Broda a S. Pietro al Natisone
Guado di Broda a S. Pietro al Natisone
Paolo Petricig

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