Undicimila anni di un piccolo popolo

Vicende delle Valli del Natisone, dalla preistoria all’Impero d’Austria
di Enrico Bonessa
A cosa serve conoscere la propria storia? Principalmente a due finalità: sapere da dove proveniamo e di conseguenza capire chi e cosa siamo. Serve, infine, a dare il giusto valore al concetto di patria, cioè la ‘terra dei padri’. Una parola che per quanto breve racchiude in sé i due elementi su cui poggia la nostra identità: il sangue, attraverso il quale vivono fisicamente e spiritualmente in noi i nostri antenati, e il suolo dove vissero e a cui siamo tradizionalmente legati.

In realtà, quando si parla di storia ci si riferisce al periodo iniziato con la nascita o, meglio, col perfezionamento e la diffusione della scrittura. È infatti grazie a quest’ultima se abbiamo i veri e proprî documenti sulle vicende umane. Per tale motivo, le epoche precedenti formano la preistoria e la protostoria. La prima è caratterizzata dall’età della pietra, a sua volta suddivisa in paleolitico, mesolitico e neolitico; la seconda, invece, corrisponde all’età dei metalli: dopo un primo periodo transitorio del rame (detto anche eneolitico) si giunse all’età del bronzo e infine del ferro, epoca durante la quale si diffuse in Europa la scrittura.

Tuttavia, fino al cosiddetto basso medioevo i documenti relativi alle Valli del Natisone si contano letteralmente sulle dita di una mano e perciò quelli di cui disponiamo riguardano essenzialmente gli ultimi otto secoli e mezzo. Un periodo che potrebbe sembrare sufficientemente lungo per comprendere il proprio passato, ma che appare relativamente breve se pensiamo che l’uomo ha fatto la sua comparsa in queste verdi vallate quantomeno dalla fine di un’epoca chiamata Paleolitico superiore e cioè 11.000 anni fa. Benché quegli anni non abbiano tutti la medesima importanza, se facessimo comunque una proporzione su un essere umano, sarebbe un po’ come se un tredicenne ricordasse solamente il suo ultimo anno di vita.

Malgrado la mancanza dei documenti, è tuttavia possibile ricostruire fatti ed eventi grazie all’aiuto di altre scienze, prima fra tutte l’archeologia. Vediamo quindi cos’hanno scoperto gli archeologi e iniziamo così il nostro viaggio attraverso i millennî.

L’età della pietra



Come abbiamo già anticipato, i reperti sinora trovati attestano che gli uomini comparvero in queste vallate durante l’età della pietra, cioè 11.000 anni fa, quando stava giungendo al termine l’ultimo periodo glaciale. Quei primi, e primitivi, abitatori non erano stanziali ma si spostavano a seconda delle risorse di cibo poiché erano raccoglitori e cacciatori, non ancora agricoltori. Le Valli del Natisone erano ricche di cacciagione e le varie grotte disseminate sul territorio (e nelle quali non c’era più il rischio di trovare enormi e temibili ospiti come gli orsi delle caverne) venivano usate in inverno come ripari provvisorî e stazioni di caccia, forse frequentate da gruppi ‘specializzati’ mentre il grosso della (o delle) tribù rimaneva in un abitato più o meno stabile. È probabile che con le stagioni miti e calde quegli uomini rimanessero più verso le alture.

Le grotte in cui sono sinora affiorati alcuni reperti sono quelle di Biarzo, Cladrecis, Pulfero, Tercimonte (almeno due), Specognis, Savogna, Obenetto e Antro. Generalmente sono state trovate schegge di selce, frutto della lavorazione di quella roccia per ricavare i varî utensili e tra questi persino gli aghi per cucire le pelli. Non immaginiamoci quegli uomini come isolati in una zona circoscritta, perché i cristalli di rocca del primo mesolitico qui rinvenuti sono necessariamente provenienti da altre aree, forse d’oltralpe, quindi attesterebbero contatti tra gruppi di cacciatori sin da quell’epoca.

La popolazione doveva essere molto esigua ma le dedichiamo comunque un certo spazio, trattandosi del primo nucleo umano della zona. La scarsa numerosità era per certi aspetti vitale, anche perché un gruppo di appena trenta individui necessitava di decine di chilometri quadrati per sopravvivere. Quei primi abitatori non solo si nutrivano di bacche, frutti, caprioli, cervi, cinghiali, piccoli animali come ad esempio la marmotta, e forse lo stambecco, ma erano molto dediti alla pesca, grazie alla presenza di diffusi corsi d’acqua ricchi di trote, ciprinidi e timalli.

Circa 6.000 anni fa le temperature si alzarono, il clima divenne molto più umido e si diffusero nuove piante. L’insediamento a valle poté essere verosimilmente stabile e vi fu un possibile aumento della popolazione, scardinando i precedenti equilibrî e riducendo la possibilità di procacciare cibo a sufficienza tramite i vecchi metodi. Tutto ciò condusse a sostituirli con la coltivazione, certamente più efficace e proveniente, attraverso una lenta diffusione plurimillenaria, dalla Mesopotamia.

Così, durante il neolitico (quando si iniziò a levigare la pietra creando strumenti sempre più perfezionati) e il successivo eneolitico (quando si lavorava, oltre alla pietra, il rame), gli abitanti delle Valli divennero via via stanziali e ciò favorì innanzitutto la diffusione dell’agricoltura con una prima fase orticola e poi con coltivazioni di cereali, forse di orzo; insieme ad essa si diffuse l’allevamento di maiali, bovini, ovini e caprini, sfruttando le alture per la pastorizia come forse si fece persino sul Matajur. Non dimentichiamoci dell’artigianato, perché la nascita dei villaggi consentì ad esempio di creare forni in cui cuocere le ceramiche come ciotole, piatti, bicchieri e scodelle, le quali venivano decorate in maniera sempre più ingegnosa (impressione di polpastrelli, unghie, denti di lupo e infine cordoncini, proseguendo con le pitture).

I primi villaggi neolitici dovevano forse trovarsi nei dintorni di San Pietro (tra Sedla e Duola) e di Biacis e li potremmo immaginare composti da una manciata di semplici capanne fatte di legno e di paglia. Altri resti neolitici sono stati trovati a Tercimonte, Gabrovizza e alle pendici del monte San Giovanni (Tribil inferiore), ma non sono necessariamente legati a dei veri insediamenti stabili.

Le antiche lastre



Di quel periodo dovrebbero essere i manufatti più importanti di tutte le Valli del Natisone, ovvero le due Lastre di Antro, ubicate una a Biacis e l’altra a Tarcetta. Non sappiamo perché si trovino lì, ma presumiamo siano comunque nelle loro collocazioni originarie, che dovevano quindi corrispondere a dei luoghi molto importanti da un punto di vista religioso. Inoltre, c’è da ricordarne almeno una terza a Merso Superiore, oggi distrutta, che però non è detto fosse coeva a queste; così come, al contrario, non sarebbe da escludere l’esistenza di altre.

Si tratta di due megaliti piatti, appoggiati su dei supporti di pietra a mo’ di tavolo: su di essi sono visibili diversi segni non sempre di facile interpretazione ma che riconducono ad antichi riti magico-propiziatorî finalizzati anche a questioni agrarie. Oltre a simboli cristiani successivi (e altri forse aggiunti vandalicamente in tempi recenti), quelli più antichi rappresenterebbero concetti di spazio-tempo o di equilibrio cosmico, elementi agrarî, astrali e così via.

Appare anche un simbolo definito da alcuni come una ‘tria’ e pare difficile che un gioco potesse venire inciso su una pietra sacra in epoche in cui la sacralità era profondamente rispettata. È più probabile, invece, che si tratti di una cosiddetta triplice cinta, evocatrice di significati cosmici o geomantici. Simboli analoghi sono visibili anche altrove, come nella località di Parigla, sul fianco del Mladesena sopra Vernasso, o un altro di sconosciuta provenienza e oggi ubicato sulla gradinata che conduce alla grotta di Antro.

Sono tracce, avvolte da un manto di mistero, di un’antica religione primordiale legata alle energie della terra e del cielo, alle quali si sono poi sovrapposti simboli successivi. Le credenze di quella popolazione locale dovettero perdurare forse fino all’età del ferro, quando nell’area vi fu l’afflusso o l’influenza dei veneti. Tuttavia, le lastre e i luoghi ove si trovavano mantennero una grande importanza per millennî, addirittura fino all’epoca austroungarica.

Le età del bronzo e del ferro:

il castelliere, i veneti e i celti



Mentre un’ascia trovata a Savogna ci conduce rapidamente dal neolitico alla prima età del bronzo, vicino alla già citata Sedla si erge il monte Barda sul quale venne forse costruita in quell’epoca la prima fortificazione delle Valli. Non troppo distante da lì, durante la tarda età del bronzo fu invece innalzato presso l’odierno Ponte San Quirino un castelliere. Si trattava di un’imponente struttura murata di pianta quadrata al cui interno esisteva un piccolo abitato ben protetto. L’edificio era simile a quelli disseminati in Friuli, nel Carso e nelle zone adriatiche ed era opera d’una popolazione che presentava quindi un’omogeneità o almeno delle affinità culturali con quelle delle zone citate.

La sua ubicazione è quella tipica dei castellieri, poiché venne scelta sfruttando le difese fluviali: esso infatti si trovava su uno spuntone di terreno incuneato tra l’Alberone e il Natisone. Nel suo perimetro sono state rinvenute svariate ceramiche della medesima epoca, rivelando somiglianze con quelle diffuse tra la Pannonia e la pianura padana e testimoniando così l’inserimento delle Valli del Natisone in un vasto complesso di scambî commerciali e culturali.

Come già accennato, durante la successiva età del ferro si diffusero nelle zone circostanti le prime popolazioni indoeuropee o ariane: i veneti (nell’attuale Friuli) e gli illiri (nell’attuale Slovenia, in Istria e in Dalmazia). Non sappiamo se nelle Valli vi fu un afflusso di quelle genti o se si trattò di una semplice vicinanza: qualunque cosa fosse accaduta, modificò la cultura locale facendole assumere un’impronta veneta.

Sappiamo che a quell’epoca si diffusero nuove credenze religiose: infatti, nelle necropoli di Sedla e di San Quirino (risalenti proprio a un periodo compreso tra l’VIII e il V secolo a.C.) i corpi non venivano più inumati, cioè sepolti, ma bruciati proprio come facevano le popolazioni ariane. Nelle stesse tombe sono stati trovati corredi funebri fatti di bracciali, fibule, ceramiche. Un oggetto simile è stato scoperto a Podvarschis e ciò fa pensare che anche lì si trovasse una tomba a incinerazione, nella quale si bruciava il corpo del defunto.

Oggi capita di trovare pochissimi oggetti metallici di quell’epoca, e quei pochi di uso agricolo, anche perché c’era l’abitudine di conservare gelosamente il bronzo per poi rifonderlo. Talvolta capitava che dopo un’accurata conservazione in un ripostiglio segreto, il metallo venisse dimenticato e scoperto magari dopo tremila anni, come accaduto a Celò di Pulfero. Sino ad ora, pare che i nuclei abitati si concentrassero in un’area piuttosto circoscritta tra Azzida, Sedla, San Pietro, San Quirino e i monti Barda e Roba.

Non abbiamo ancora molti elementi per descrivere la realtà di allora: possiamo solo pensare che rimase alquanto primitiva ma era comunque luogo di un importante passaggio commerciale. Molto probabilmente, infatti, la valle del Natisone era inserita in quella rete di vie carovaniere su cui si muovevano i mercanti tra il mare Adriatico e l’Europa centro-settentrionale. Ci stiamo riferendo alla famosa ‘via dell’ambra’ attraverso la quale non si trasportava ovviamente solo quella merce, proveniente dal mar Baltico e assai preziosa per il mondo mediterraneo. Dalla valle del Natisone si raggiungeva, da una parte, il mare Adriatico e, dall’altra, l’Isonzo, quindi il Predil per poi inoltrarsi verso le odierne Slovenia e Carinzia.

La presenza veneta, o il suo influsso, durò fino al V-IV secolo a.C. quando un’altra popolazione ariana proveniente dal nord dilagò in quasi tutta Europa stabilendosi anche in Carnia, nell’attuale Slovenia (chiamata fino a due secoli fa Carnìola), in Carinzia e nelle zone vicine: ci riferiamo ai celti, qui chiamati carni o gallo-carni. A differenza dei veneti, commercianti e non aggressivi, i celti erano un popolo guerriero con un’avanzata tecnologia siderurgica e vennero definiti da Aristotele «temerarî oltre la paura». Come nel caso dei veneti, non siamo sicuri se le Valli fossero state invase da quelle genti o se ne subirono solo l’influenza culturale: propendiamo per la prima ipotesi, poiché in varie località si sono trovate delle loro tracce.

I carni riutilizzarono la fortificazione sul monte Barda, strategicamente funzionale per il controllo sulle due vallate del Natisone e dell’Alberone e dove è stato rinvenuto un oggetto che per noi assume un significato simbolico, cioè una spada celtica di ferro con tanto di fodero decorato. Chissà se fu tra quelle che dovettero cozzare con le lame di Roma, in piena e inarrestabile espansione e la cui aquila avrebbe presto dominato e plasmato queste terre per quasi sei secoli.

L’aquila di Roma



Nel 181 a.C. i romani fondarono la colonia di Aquileia, la quale assunse sempre più importanza. La repubblica aveva la necessità di rendere sicuri i confini sulle Alpi orientali, ma la volontà di conquista di Roma trovò sulla sua strada la fiera voglia di libertà dei carni. Il risultato fu un’ultima offensiva militare condotta da Marco Emilio Scauro nel 115 a.C. e che probabilmente ebbe anche qui un combattimento. Questo lo farebbero pensare i ritrovamenti di decine di cosiddette ‘ghiande-missili’, cioè micidiali proiettili di piombo usati dai frombolieri, disseminate sul monte Barda forse espugnato dalle truppe romane.

Per lungo tempo i legionari avrebbero presidiato le vallate dell’Alberone e del Natisone dall’alto dei due monti Barda e Roba. Talvolta qualcuno di loro perdette lassù una monetina della propria paga e capita di ritrovarne ancora oggi, così come riaffiorano borchie dei loro calzari. I romani poterono quindi impadronirsi di un’importante via di comunicazione lungo il Natisone che si sarebbe ulteriormente affermata nel periodo successivo.

Transiti commerciali sempre più intensi dovettero scorrere in uno e nell’altro senso da Aquileia verso il Norico (cioè verso l’Austria e la Slovenia). Di monete romane se ne sono trovate occasionalmente un po’ ovunque (San Pietro, Lasiz, Brischis, San Quirino, Ponteacco, Cernizza, Costne, Tribil, Gabrovizza e Ossiach). Alcune di esse fanno pensare a offerte votive agli dèi, ma il fatto che non manchino quelle d’oro indicherebbe l’esistenza di commerci anche importanti, favoriti da una strada costeggiante il Natisone. Questa era lastricata e munita di solchi carrai, nonché di un ponte in pietra tra San Quirino e Vernasso. Sarà proprio la presenza di questa via commerciale a far trasformare, alcuni decennî più tardi, un vicino castrum in un forum battezzato Forum Iulii, cioè ‘il mercato di Giulio’ (Giulio Cesare), da cui derivò Cividale.

La popolazione venne lentamente romanizzata, nacquero prediali e toponimi di cui restano le tracce ancora oggi (come ad esempio Azzida, Vernasso e Ponteacco); si diffusero nuovi culti e nuovi miti, come quello di Ercole, stratificandosi o sostituendosi ai precedenti; la stessa chiesa di San Quirino potrebbe essere stata costruita dove prima sorgeva un tempio dedicato a Diana, la dea della caccia. Anche a Lasiz e a Costne potrebbero esserci stati luoghi di culto. Epigrafi e imponenti sarcofagi funebri conservarono la memoria di ricchi romani come Publio Veidio Caio e Apilia Caelerina, e se tali reperti non erano dei reimpieghi giunti da altri luoghi, è possibile che i personaggi citati risiedessero in villae rustiche ubicate nella val Natisone. Il collegamento viario diretto con un centro come Aquileia dovette certamente diffondere, dal IV secolo in poi, le nuove credenze cristiane tra la popolazione, per lo più concentrata attorno a San Pietro e Azzida.

Alla fine del III secolo d.C. l’imperatore Diocleziano decise di erigere un sistema difensivo per proteggere l’Italia da ulteriori invasioni barbariche da nord-est. Vennero così creati forti, torri e valli che presero il nome di Claustra Alpium Iuliarum e che si estendevano da Tarsatica (Fiume) attraversando queste zone per creare una linea difensiva non a ridosso dei confini, bensì più spostata verso l’interno della Decima Regio. Nelle Valli vennero così sfruttate precedenti fortificazioni, come quella sul monte Barda a cui si aggiunse un imponente muro (forse costruito piuttosto in fretta) che pare giungesse fino a Scrutto; ne vennero erette di nuove ad Antro, Castelmonte, Montefosca.

Quel limes cessò di funzionare verso il 400 d.C.; gli avvenimenti successivi avrebbero condotto al crollo dell’Impero d’Occidente. Di lì a poco infatti si susseguirono le invasioni visigote col sacco di Aquileia, la distruzione di quest’ultima a opera degli unni, la successiva sconfitta di Odoacre sull’Isonzo e l’invasione ostrogota. Sopravvisse l’Impero romano d’Oriente, che pure qui esercitò brevemente il suo potere.

I longobardi



Dopo la distruzione unna di Aquileia, avvenuta nel 453, il vicino Forum Iulii (oggi Cividale) ne ereditò il ruolo di capitale della Decima Regio e il suo destino avrebbe trascinato con sé le Valli del Natisone. Durante l’anarchia diffusasi in Italia per il disfacimento ostrogoto, Forum Iulii divenne infatti la prima meta cisalpina del più temuto popolo barbaro dell’epoca, quello dei longobardi. Un popolo scandinavo dedito quasi esclusivamente alla guerra e stabilitosi da tempo in Pannonia.

Con una limpida visione strategica, il re longobardo Alboino decise di abbandonare quell’area lasciandola ai proprî alleati àvari (di razza mongolica) e scese alla testa della sua gente e dei suoi alleati sàssoni, svevi, bulgari, sàrmati verso la più ambita preda barbarica: l’Italia. I longobardi giunsero qui nel 568 e la piccola città romana divenne così sede del primo ducato del nascente regno, estendendo poi il suo nome (Forumiulii poi ‘Friuli’) a tutta la regione, Valli comprese.

Alboino nominò primo duca suo nipote Gisulfo e gli assegnò le principali fare, ovvero famiglie o clan. Una tradizione vuole che i longobardi, discesi con decine di migliaia di guerrieri (fra i 50.000 e i 200.000), migliaia di carri e forse fino a 400.000 individui, passassero lungo queste vallate e che Alboino poté ammirare la pianura friulana dall’alto di un monte detto anticamente ‘del Re’, identificato da qualcuno col Matajur. Ciò pare assolutamente improbabile ed è più verosimile che essi fossero giunti attraverso il Carso dove infatti esiste un monte ancora con tale nome.

Nato quindi il ducato del Friuli, le Valli, grazie ai fortilizî romani e alle armi longobarde, divennero un’importantissima zona di controllo confinario poco distante dalla capitale. Esse conservarono inoltre l’antica importanza viaria e sulle alture vennero disposti punti di controllo sulle direttrici d’accesso alla città, consentendo in caso di invasioni una rapida trasmissione di allarmi attraverso segnalazioni coi fuochi fino a Cividale (allora detta Civitas Fori Iulii, cioè la ‘Città del Friuli’). Tracce di commerci attraverso il rinvenimento di monete sono difficilmente riscontrabili, per il ritorno al baratto. Sono state comunque trovate alcune monete, come ad esempio una d’argento dell’Impero d’Oriente a Calla.

Da un documento di epoca più tarda e di cui parleremo più avanti, si potrebbe ipotizzare che le Valli non dipendessero dal duca friulano, bensì direttamente dal re, il quale risiedeva in Lombardia e che a Cividale aveva un proprio gastaldo preposto ad amministrare i beni reali disseminati sul territorio.

Le due popolazioni, romanica e longobarda, convissero in maniera distinta, poiché i longobardi esclusero le genti locali da quasi ogni forma di potere militare, religioso e amministrativo. La distinzione ‘per sangue’ aveva persino delle implicazioni giuridiche: così come al tempo del regno ostrogoto, il membro di ciascun popolo si appellava alla propria legge.

E se abbiamo delle precise descrizioni fisiche dei longobardi, com’era invece la popolazione autoctona? Grazie a una necropoli scoperta nella località ‘Belvedere’ di San Pietro possiamo sapere che si trattava di gente robusta, dedita a lavori faticosi protratti durante la vita. Gli uomini avevano un’altezza media di 171 cm e vivevano di solito fino a 30-40 anni; le donne, invece, erano mediamente alte 162 cm e vivevano per lo più fino a 30-35 anni. Raramente si raggiungevano i 60 anni di età; l’alimentazione era equilibrata, con prevalenza di carboidrati e vegetali a fibre dure, che procuravano spesso problemi ai denti.

Si trattava di gruppi piuttosto chiusi, scarsamente numerosi e molto probabilmente non erano più concentrati nella sola imboccatura delle Valli: sul monte San Martino a Grimacco, ad esempio, è stato trovato un ‘ripostiglio’ di attrezzi in ferro (zappe, asce e un trapano per lavorare il legno) messi da parte e poi dimenticati.

Tornando ai longobardi, la loro frequentazione nelle Valli non doveva limitarsi a sole funzioni militari o, chissà, a momenti estemporanei come una battuta di caccia. Infatti, se a Savogna è stata trovata una loro spada, a San Pietro e a San Quirino sono state scoperte diverse tombe longobarde, in particolare di uomini sepolti con le proprie armi in onore della loro dignità. Questa presenza di guerrieri proprio in quell’area pare ricondurci a una serie di eventi che avrebbero creato le basi etniche delle Valli: l’arrivo degli slavi.

Gli slavi



Mentre l’Europa veniva scompaginata e mutevolmente ridisegnata da spostamenti di interi popoli, razzie di orde germaniche e mongoliche e la nascita di effimeri regni, un’altra schiatta indoeuropea, quella slava, sarebbe dilagata nel V-VI secolo in tutta l’area orientale del continente, dal mar Baltico ai Balcani, occupando gli spazî lasciati alle loro spalle dai germani e arrivando fino ai confini col regno longobardo e con l’Impero romano d’Oriente.

Non ci sono prove certe sul luogo d’origine degli slavi: gli storici pensano che provenissero dalle paludi del Pripjat (nell’Ucraina nord occidentale) o da una mezzaluna estesa dalla Polonia sud occidentale all’Ucraina nord orientale con al centro la Slovacchia. Si trattava di popolazioni semi-nomadi dedite all’agricoltura e alla caccia, con un’organizzazione sociale comunitaria, piuttosto egualitaria e basata su delle sorti di clan (detti zadruge). Non avevano una forma di civiltà avanzata: ne sono una riprova la mancanza di gerarchie strutturate e una religione non particolarmente complessa, basata sui cicli della natura e una mitologia abbastanza semplice.

Nel VI secolo alcune diramazioni slave calarono nella zona compresa tra le attuali Carinzia e Slovenia, rimanendo dapprima soggette agli àvari per poi fondare, nel VII secolo, un proprio principato detto Carantania. Le prime comparse degli slavi nel Friuli orientale si potrebbero inquadrare nel 610 e, con meno probabilità, nel 663: in quelle due occasioni, gli àvari, ancora legati dall’antico patto di alleanza coi longobardi, calarono dalla Pannonia su richiesta dei re, residenti in quegli anni prima a Milano e poi a Pavia, affinché castigassero i duchi friulani ribelli Gisulfo II e Lupo. In quelle devastatrici orde mongoliche è possibile che fossero frammisti degli slavi.

Il primo riferimento esplicito agli «Sclavis» in loco lo si trova, però, nella Historia Langobardorum scritta da un importante storico cividalese, il diacono Paolo di Warnefrido. Egli ci fa sapere, infatti, che nel 666 il nobile longobardo Arnefrido (figlio del già citato Lupo) calò in Friuli alla testa di guerrieri slavi della Carantania per riprendersi il trono paterno. L’impresa non riuscì e, anzi, egli subì la sconfitta a Nemas (ossia Nimis).

Nelle righe immediatamente successive, Paolo Diacono narra d’una battaglia consumatasi fra i longobardi comandati dal duca Wectari e un ‘esercito’ slavo uscito sconfitto dallo scontro. Stando alla cronaca di quell’episodio, redatta oltre un secolo più tardi e con evidenti esagerazioni nei numeri, vediamo che per sferrare l’attacco gli slavi approfittarono della presunta assenza del duca, la cui fisionomia era loro nota. Le informazioni di cui disponevano, quindi, ci suggeriscono ch’essi fossero già presenti sul posto. Chissà, magari si trattava semplicemente dei superstiti giunti con Arnefrido e qui rimasti per un certo periodo.

La battaglia avvenne nella località di Broxas, presso il ponte sul Natisone, dove gli slavi s’erano accampati. Un luogo che poteva solo essere l’area di San Quirino dove esisteva, accanto ai vecchi insediamenti abitativi, un importante ponte romano in pietra poi crollato. Nel 1486 ne venne costruito uno nuovo leggermente discosto da lì. Ci riferiamo al vicino luogo noto oggi come Ponte San Quirino il cui nome ricalca senza dubbio quello del precedente manufatto e che è semplicemente detto in friulano Puint e in nediško Muost cioè ‘ponte’. Un uso che forse ricalca quello antico, tanto che lo stesso toponimo Broxas sarebbe potuto derivare da una parola longobarda col medesimo significato odierno e non è un caso se in danese e nelle lingue scandinave (da cui derivava quella longobarda) ‘ponte’ si dica bro.

Due misteri: Lauriana e l’insediamento degli slavi



Gli slavi appresero quindi la via per l’Italia, ma nessun documento ci dice quando si fossero stabiliti in queste terre. Insomma, è un vero mistero e trovare una risposta potrebbe far capire quando abbia avuto origine l’attuale tessuto linguistico delle Valli. Ma forse abbiamo un importante indizio. Prima, però, citiamo un episodio svoltosi tra il 700 e il 705, quando il duca longobardo Ferdulfo cadde, insieme ad altri nobili, tentando di espugnare un monte friulano sul quale si erano asserragliati guerrieri slavi.

Non trascorse più d’una quindicina d’anni da quell’avvenimento quando venne avvistata una «inmensam Sclavorum multitudinem» dirigersi verso un luogo detto Lauriana. Un messaggero informò del pericolo il duca Pemmone, il quale avendo residenza a Cividale è molto probabile che in quel momento si trovasse lì. Avvertito, egli ebbe il tempo di preparare l’esercito e avanzare verso il nemico fronteggiandolo proprio in quella località, che quindi non doveva distare troppo dalla capitale. Nella stessa Lauriana, i due popoli strinsero la pace per poi vivere in concordia. Ciò indicherebbe la nascita del primo insediamento slavo in Friuli.

Ma dove si trovava Lauriana? Finora si sono ipotizzate località alquanto improbabili, perché (per non dilungarci troppo) appaiono o troppo lontane dal Friuli o troppo al suo interno. Invece sospettiamo che si trovasse proprio nelle Valli. Come già detto, Lauriana non doveva essere troppo lontana da Cividale, viene indicata come un luogo generico e non una città né un castello, quindi doveva essere un toponimo legato a un’area silvestre o agreste più o meno ampia. E se da lì partì un allarme significa che era necessariamente posta sul confine e si prestava ad avvistamenti a lungo raggio, perciò era ovviamente ubicata su un’altura. Esiste un unico luogo corrispondente a tali caratteristiche e si trova nella zona di Mersino.

Sul cocuzzolo del monte esiste infatti un’isolata chiesetta intitolata a San Lorenzo, la cui posizione offre una straordinaria visuale su tutta la vallata, da Robig a San Quirino, ed è piuttosto probabile che sia stata costruita dove un tempo c’era un importante punto d’osservazione. Il suo stesso nome, Sanctus Laurentius in latino e Svet Louranac in nediško, riprende nell’assonanza l’antico toponimo di Lauriana. Pare proprio un tipico adattamento toponomastico, come spesso accaduto altrove (calza perfettamente il caso di Laurana/Lauriana in Istria diventata Lovran). È ovvio che lo scontro si sarebbe dovuto svolgere a valle e non pare infine un caso se alcuni microtoponimi in zona indichino luoghi di antiche battaglie.

È quindi in quell’occasione che si potrebbe inquadrare l’ingresso di una massa di genti slave nelle Valli e ciò spiegherebbe la totale slavizzazione di un’area latina. Se si fosse trattato di un afflusso lento ed esile, sarebbe invece accaduto il contrario cioè la latinizzazione dei nuovi arrivati.

Un tipo di migrazione meno ‘ad impatto’ potrebbe essere avvenuta attraverso passi minori e più disagevoli. Primo fra tutti quello di Luico/Livek, raggiungibile da Caporetto: viene però da chiedersi quale motivo abbia potuto spingere della gente verso le montagne, quando prima viveva in un’ampia e fertile vallata.

Qualche storico ha anche ipotizzato che genti slave fossero state trasferite qui all’inizio della dominazione carolingia ossia alla fine di quello stesso secolo. Secondo quest’ipotesi ciò sarebbe avvenuto con Erizzo, marchese del Friuli e d’Istria, con l’intento di popolare e far difendere la zona. Ci limitiamo a citare quest’unica teoria perché riteniamo del tutto improbabili altre, secondo cui quegli spostamenti sarebbero avvenuti in epoche successive. La sola notizia relativa a ripopolamenti slavi in aree limitrofe (cioè in radure distribuite fra i boschi del tolminotto) risalgono alla metà del XIII secolo, quando nelle Valli gli slavi risultano invece diffusamente documentati già da decennî.

Se le cose sono però andate come presumiamo, gli slavi, dopo esser stati capaci di tener testa ad abili e feroci guerrieri come i longobardi, si diffusero nelle Valli, dedicandosi pacificamente all’agricoltura e all’allevamento. Assimilarono gli indigeni romanici, conservarono alcuni toponimi, fecero proprie parole di origine latina e aggiunsero alle loro tradizioni (come la sacralità del tiglio) alcune della popolazione autoctona: le stesse lastre di Antro, ossia di Biacis e Tarcetta, ne sono un esempio.

L’Impero carolingio



Una cinquantina d’anni dopo la battaglia di Lauriana, il regno venne conquistato da Carlo Magno e nel 776 la fiera ribellione longobarda friulana fu sedata nel sangue dai franchi. Questi ultimi adottarono ovunque una politica assai diversa rispetto ai precedenti dominatori: invece di escludere le popolazioni locali, le coinvolsero nella difesa armata del nuovo Impero e nell’amministrazione pubblica.

È probabile che ciò avvenisse pure nelle Valli del Natisone con l’instaurazione degli obblighi militari e con l’istituzione delle vicinìe (cioè le assemblee dei capi-famiglia) e forse delle prime forme giudiziarie: tutti argomenti di cui parleremo più avanti. Un fenomeno di certo avvenuto in età carolingia fu la cristianizzazione degli abitanti. Essi conservarono però determinate usanze adattandole alla religione cristiana (di certo già diffusa tra la precedente popolazione romanica) e alla nuova situazione politica. Ancora in epoche successive le vicinìe si sarebbero adunate nei pressi dei tigli, cioè gli alberi sacri degli slavi, e le due lastre di Antro come un’altra probabilmente simile a Merso divennero i luoghi dove si sarebbero riuniti i tribunali delle rispettive contrade. Alcune credenze pre-cristiane dovettero permanere comunque per alcuni secoli ancora.

La vicina Cividale era divenuta la capitale della marca del Friuli e si presume che in quel tempo le Valli non facessero parte dei dominî marchionali, bensì di quelli regî e quindi, come forse già in epoca longobarda, ne poteva disporre solo il re. A spingerci verso quest’ipotesi è un documento dell’888, con cui il re Berengario, già marchese del Friuli e poi imperatore, concedette alcuni beni ubicati nelle Valli a un diacono di nome Felice, il quale vi abitava da tempo.

Se ciò avvenne quando Berengario era da poco divenuto re d’Italia, forse è per il fatto che solo con tale dignità poté disporre della zona mentre come semplice marchese era impossibilitato a farlo. Il sovrano era nativo di Cividale, dove il padre Everardo (anche lui marchese del Friuli nonché genero dell’imperatore Ludovico) aveva una rinomata corte. Berengario, col suo dono, volle forse compiere un gesto generoso verso un diacono particolarmente pio o a cui era legato, magari perché suo cortigiano.

I beni oggetto della donazione erano la chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista «in Antro» (qui indicando forse non un abitato ma semplicemente la grotta, che in latino si dice infatti antrum), un tugurio annesso alla chiesa, lo stesso ‘Antro’ (quindi la grotta), due casali (Raynaldino e Pungolino) e varî beni distribuiti anche vicino a «Broxias». Vengono insomma citati i due luoghi più importanti delle Valli (Antro, che in seguito avrebbe dato il proprio nome a tutta l’area, e Broxas), mentre il resto era forse composto da insediamenti talmente minuscoli da avere più l’aspetto di semplici casali.

Il patriarcato d’Aquileia e la tradizione di un re



Da allora dobbiamo attendere altri tre secoli prima che i documenti ci forniscano finalmente dei dati precisi. In quel lasso di tempo il trono imperiale passò nel 962 alla dinastia sàssone e andarono via via creandosi le condizioni perché nel 1077 l’imperatore Enrico IV conferisse il potere temporale (cioè politico e non solo religioso) alla più importante carica ecclesiastica friulana, ovvero il patriarca d’Aquileia elevato così alla dignità ducale. Pare che fino al 1034 i patriarchi non fossero ancora titolari della gastaldia di Antro, ma nel quarantennio successivo essa dovette finalmente diventare un bene personale (ma ovviamente non privato) della figura patriarcale.

Il dominio dei patriarchi su quest’area emerge tuttavia da una notizia di oltre un secolo più tardi, quando Volchero di Erla (patriarca fra il 1204 e il 1218) concedette al monastero carinziano di Viktring il «locum de Antro», posto presso la terra di Cividale. Purtroppo non abbiamo elementi per dire se si trattasse dell’intera gastaldia, comprendente tutte le Valli e di cui parleremo in seguito, o solo della zona attorno alla grotta e alla chiesa di San Giovanni.

Comunque fosse, il successore di Volchero, ossia Bertoldo di Andechs, riprese possesso del sito considerandone l’importanza strategica in un’epoca di continue guerre. Chissà se tale consapevolezza avesse spinto quest’importante personaggio a edificare ad Antro le case patriarcali, poi evolutesi nel castello di cui parleremo più avanti. E poiché lo stesso Bertoldo introdusse nel 1250 delle novità amministrativo-giudiziarie nell’adiacente gastaldia di Tolmino, varrebbe davvero la pena scoprire s’egli avesse fatto altrettanto in quella di Antro, sancendone magari la suddivisione nelle due convalli di Antro e di Merso, di cui tratteremo più volte in seguito.

Se talvolta dobbiamo affidarci ad alcune ipotesi, non mancano su quell’epoca i dati certi poiché dalla fine del XII secolo cominciamo finalmente ad avere delle informazioni sempre più complete sulle Valli. Prima di tutto sappiamo che la popolazione era relativamente diffusa. Nel 1192, infatti, papa Celestino III donò al Capitolo di Cividale diverse chiese, tra cui quella di San Pietro di Azzida e le cappelle da essa dipendenti. Questo significa che nelle Valli esistevano diversi centri abitati, fondati chissà quando, e proprio in quell’epoca (cioè tra il 1175 e il 1199) troviamo via via citati nei documenti: Azzida, Picon, Vernasso, Cravero, Merso e Topolò. Contemporaneamente, nella vicina Cividale compaiono alcune persone con nomi slavi o soprannomi tipo Sclavuz, quindi probabilmente oriunde delle Valli.

Alla metà del ’200 ecco citate Stregna, San Quirino, Drenchia e Seuza; dagli anni ’70 del secolo: Costa, Mezzana, Sorzento, Clastra, Montefosca, Brischis, Pegliano, Altovizza, Rodda, Oblizza e Cepletischis. Per poi aumentare sempre di più nel ’300: Cosizza, Cladrecis, Tribil, Savogna, Costaperaria e avanti con una cascata di nomi fino a ridisegnare tutta la cartina! Per indicare le Valli nel loro insieme, poi, si usava il nome di Antro, altrimenti detto Landro. Quando invece ci si riferiva a singole chiesette o singoli paesini, si diceva fossero ‘negli Schiavoni’ («in Sclavons», già nel 1258) e poi ‘degli Schiavoni’: l’identità etnica era quindi il conclamato segno distintivo della popolazione in ambito friulano.

A proposito di quell’epoca, citiamo una tradizione polacca, secondo la quale il re Bodeslao II detto ‘l’Ardito’ soggiornò nei pressi di Cividale verso il 1078. È curioso che nel 1305 venisse usato nelle Valli il nome Bodesclau. Chissà, forse la tradizione non era lontana dalla verità e ne rimase memoria in zona attraverso il nome di quel re.

Il castello di Antro e le vicende guerresche delle Valli



I patriarchi mantennero qui un castello, cioè quello di Antro, che è stato erroneamente chiamato da molti storici Ahrensperg tanto da creare non poca confusione sulla storia locale. Esso si trovava più sul fondo valle, presso l’attuale Biacis, non troppo lontano dalla strada e su un rialzo del terreno. Un altro edificio fortificato era ubicato nella vicina e inerpicata San Giovanni, mentre a San Pietro i cividalesi de Portis, feudatarî del luogo, ne avevano uno dove oggi sorge la scuola magistrale. Anche altrove si possono scorgere delle strutture minori, magari inglobate da case private come ad esempio a Sorzento. I patriarchi si recavano ad Antro piuttosto raramente, ma talune occasioni si rivelarono importanti da un punto di vista politico.

Nel 1245 il già citato Bertoldo di Andechs condusse proprio qui delle trattative col conte carinziano Ermanno di Ortenburg e gli edificî non dovevano risultare particolarmente imponenti: ancora un ventennio più tardi, infatti, si parlava di ‘casa’ del patriarca, quindi la struttura fortificata non doveva essere completa. Nel 1265, Gregorio di Montelongo vi si incontrò col duca Ulrico III di Carinzia per stringere una più solida alleanza e concordare l’esecuzione del complesso trattato stabilito l’anno prima. Nel 1270, Filippo di Carinzia, fratello dello stesso Ulrico, volle dimorare per qualche giorno in quella ‘casa’ e protestò per esservi dovuto entrare non in qualità di patriarca, carica alla quale venne eletto ma non riconosciuto dal papa, bensì di Capitano generale del patriarcato.

Nel 1300 invece ci si riferisce espressamente a un castello, quindi la struttura dovette essere ampliata dal patriarca Raimondo della Torre, il quale pose come ‘presidente’ del maniero un turbolento nobile milanese di nome Carlo. L’edificio e le Valli vennero presto coinvolti nelle guerre intestine scoppiate in Friuli.

Nel 1305 Rizzardo IV da Camino, signore di Treviso e vicario imperiale, sostenuto da Enrico di Gorizia-Tirolo duca di Carinzia e da molti castellani ribelli del Friuli, mosse contro il patriarca Ottobono de’ Razzi. In quel periodo burrascoso, il capitano di Tolmino, vale a dire il nobile cividalese Paolo Bojani fedele al patriarca, attaccò e bruciò le case di un certo Camocio ubicate presso il ponte di Azzida.

Nel 1306 fu il conte Mainardo V di Gorizia, nipote del predetto Rizzardo, a tentare di espandersi in Friuli. Giunto a Cividale venne sobillato dal suo violento alleato Giovanni di Villalta, castellano di Urusbergo presso Sanguarzo, a muoversi verso Antro: conquistato il castello, il conte fece bruciare le vicine case dei nobili di Antro. Dopodiché fu la volta di Giovanni di Villalta a venir assediato e attaccato a Urusbergo dai cividalesi e dagli uomini delle Valli (ovvero della gastaldia di Antro, allora detta talvolta «Antro-Tolmino»). L’anno successivo, questi ultimi insieme a quelli delle gastaldie vicine espugnarono improvvisamente Tolmino, occupata dal capitano del conte di Gorizia, e la restituirono così al patriarca.

Oltre alla bellicosità umana, accadevano degli intermezzi forse peggiori delle guerre stesse, come una devastante invasione di locuste nel 1309.

Nel 1348 il conte Enrico III di Gorizia, alleato di Cividale e di molti castellani contro il patriarca Bertrando di San Genesio (assassinato alcuni anni dopo), occupò anche la gastaldia e il fortilizio di Antro. Solo tre anni dopo il conte acconsentì alla loro restituzione, dietro una serie di concessioni ottenute dal nuovo patriarca Nicolò di Lussemburgo. Quest’ultimo fu nel castello nel 1352, allorché investì dei feudi aviti il nobile cividalese Gabrio del Torre.

Il maniero, come vedremo, fu coinvolto negli eventi guerreschi del 1419 e alcuni anni dopo venne concesso alla Comunità di Cividale insieme a tutta la gastaldia. Da allora cadde forse in disuso e senza dubbio il terremoto del 1511 lo danneggiò, rendendo inesorabile la sua lenta rovina. Ne rimase in piedi solo una torre, usata come prigione.

La gastaldia, la giustizia e gli obblighi militari



Come abbiamo visto, tutto il territorio delle Valli era un bene personale dei patriarchi e quindi non veniva dato in feudo ma esisteva invece una gastaldia, concessa in affitto generalmente per un anno dietro una somma non considerevole di due marche: ciò perché la zona era sì strategica ma piuttosto povera e non garantiva chissà quali introiti. Chi ne otteneva la concessione, magari in società con altri, assumeva la carica di gastaldo dal giorno di San Giorgio o talvolta di San Michele (entrambi patroni della Cavalleria) con tutti i relativi diritti e obblighi cioè: redditi, affitti, giurisdizione, onori.

Si trattava insomma di una sorta di appalto: il gastaldo percepiva i proventi annessi al territorio e aveva il compito di amministrare le materie fiscali ed economiche, nonché fornire gli armati in caso di guerra senza però condurli in battaglia e sovrintendere alla giustizia. Ciò non significa ch’egli facesse da giudice: assisteva come garante ai processi e poteva eventualmente decidere se procedere con un appello in caso di condanna nei confronti dell’imputato.

Il primo gastaldo documentato risale al 1213 e i detentori di questa carica vivevano raramente in zona. Pochissimi erano infatti i locali mentre fra gli altri ve ne furono pure alcuni di famiglie friulane piuttosto celebri come quelle dei Savorgnan, dei Formentini e dei Ribisini.

Quasi tutti fra quelli noti dal 1280 alla seconda metà del Trecento erano invece lombardi o toscani, residenti per lo più a Udine e a Cividale. I primi facevano parte di quell’élite privilegiata dai patriarchi appartenenti alla famiglia della Torre che, perduta la signoria di Milano, si stabilì con un largo seguito in Friuli (dove era patriarca Raimondo della Torre) creando una vera casta lombarda, beneficiaria di privilegî e cariche tra cui questa. I secondi erano banchieri, soprattutto del banco Bardi, abituati a investire denaro in maniera imprenditoriale.

Relativemente ai gastaldi, abbiamo notizia che un paio di essi arrecarono danno alla gente del luogo o dei territorî vicini. Inoltre sappiamo che la gastaldia di cui erano titolari aveva dei suoi funzionarî: sin dal 1262 ne è citato il precone, cioè un banditore, e nel 1355 un canipario avuto in comune con quella di Cividale; questi era il responsabile della canipa, cioè il luogo ove si ammassavano prodotti agricoli e vino che erano tenuti a versare i contadini.

La gastaldia veniva donata anche per merito oppure per compensazione come quando, nel 1306, il patriarca Ottobono de’ Razzi ne fece concessione al vescovo di Concordia, ovvero Giacomo di Medea, per aver ceduto al patriarcato il potere temporale su Portogruaro.

Non si conosce l’origine di quest’istituzione: si rifà certamente ai gastaldati longobardi e secondo alcuni autori la sua divisione in due convalli (quelle del Natisone e dell’Alberone, gravitanti su Antro, e quelle del Cosizza e dell’Erbezzo, gravitanti su Merso) derivava da due curtes regiae altomedievali.

Dubitiamo che la suddivisione ‘amministrativa’ e quella giudiziaria (di cui parleremo in seguito) potessero essere così antiche e, azzardando un’ipotesi, sarebbero forse da inquadrare all’epoca del già citato Bertoldo di Andechs. Gli obblighi militari e fiscali, invece, contemplarono sempre la gastaldia nella sua unicità e ciò anche durante il successivo dominio veneziano. In un documento del 1262 relativo a materie fiscali ci si riferisce solo ai vicini (cioè i capifamiglia) di Antro, intendendo evidentemente la gastaldia nel suo complesso.

Da un punto di vista militare, la gastaldia dipendeva da Cividale e a quest’ultima doveva contribuire a seconda delle esigenze cittadine e patriarcali. Nel 1378, ad esempio, essa dovette fornire otto pedoni per difendere Cividale e Rosazzo. Nel 1387 i provveditori della Comunità di Cividale ordinarono che cento uomini della gastaldia di Antro, armati di zappe, pale e mannaie, andassero in rinforzo alle truppe del patriarca, assediate presso Udine dai condottieri monferrini Facino e Filippino Cane i quali erano al servizio dei Carraresi di Padova.

Infine, per quanto riguarda le istituzioni giudiziarie, conosciamo solo due processi di epoca patriarchina che possono tuttavia gettare una fioca luce sugli ordinamenti di allora. Quello più antico è del 1306 e si trattava di un appello svoltosi nel castello patriarcale di Antro; era presieduto da un giudice nominato dal gastaldo, il quale presenziò all’udienza insieme ad altri soggetti, tra cui due capi-villaggio (detti decani) di quella convalle. L’altro, per omicidio quindi penale, era invece di primo grado e risale al 1401; si tenne nella piazza di Antro sotto il tiglio, con un unico giudice e alla presenza del gastaldo e di cinque decani tutti di quella convalle.

I nobili d’Antro e le investiture



Nella diffusa povertà delle Valli, spiccavano comunque delle eccezioni, perché vi risiedeva almeno una famiglia prestigiosa. Abbiamo solo notizie frammentarie ma tuttavia interessanti su alcuni personaggi, i cui nomi suggeriscono un’origine germanica alla pari di molti altri nobili friulani. Nel 1252 un Vernardo de Antro, di antica nobiltà, aveva diversi feudi; nel 1282 un Volrico de Antro venne definito come ministeriale quindi deteneva una carica presso la corte patriarcale o era comunque al servizio del patriarca. Non sappiamo precisamente che tipo di carica potesse avere, ma a darci un probabile indizio in tal senso è un fatto avvenuto tre anni più tardi, quando un certo Pellegrino de Antro vendette illegittimamente alcuni campi facenti parte del feudo ministeriale della cucina patriarcale.

Come già visto, nel 1306 il conte Mainardo di Gorizia bruciò le case dei nobili Vicardo, Giovanni, Giacomo e Marco de Antro, ubicate presso il castello del quale è stato ipotizzato ch’essi fossero gli habitatores. Fino al 1377 abbiamo notizie di varî nobili d’Antro titolari di feudi e questo non significa che si trattasse di un’unica famiglia: il de Antro, infatti, poteva riferirsi a residenti nelle Valli senza che fossero parenti tra loro.

I presunti habitatores del castello sarebbero stati tali in virtù di un’investitura feudale, cioè quella del diritto di abitanza a cui corrispondeva l’obbligo di difendere il maniero. A quel tempo esistevano anche le investiture relative a realtà agricole (cioè i mansi) o alle giurisdizioni su interi villaggi oppure alle avvocazie che conferivano il potere giudiziario su un territorio più o meno ampio. Di tutte queste risultavano beneficiarî soprattutto nobili cividalesi come i de Portis, i Canussio, i Longo, i Formentini, i Bojani; o vicini castellani come gli Orzone, gli Spilimbergo-Zuccola e i Villalta-Urusbergo.

Altre investiture riguardavano invece la fiera di San Quirino, compresa però nella confinante gastaldia di Cividale; nel 1262 ne era titolare il potente e stimato Enrico di Villalta, la cui famiglia aveva il vicino castello di Urusbergo dal quale dipendevano Vernasso e Costa (anch’esse soggette alla gastaldia di Cividale) e Mezzana, nonché l’avvocazia su varî villaggi tra cui San Leonardo. Nel 1342 il patriarca comprò dai Villalta-Caporiacco la giurisdizione e il garitto (cioè una ‘giudicatura’ minore, dal tedesco gericht) di quel mercato, unendolo subito alla gastaldia d’Antro; nel medesimo anno ne divenne ‘custode’ un frate minore di Cividale, tale Bertrando, e nel 1394 i frati minori ne risultavano ancora custodi.

L’antichissimo abitato detto una volta Broxas continuò pertanto a mantenere quelle plurimillenarie caratteristiche commerciali. Abbiamo anche notizia di semplici feste o sagre: quella di San Pietro in Sclavons (1389) e quella di Azzida, a cui nel 1394 partecipò l’importante vescovo di Trieste Enrico di Wildenstein per consacrare la chiesa in qualità di vicario patriarcale.

I traffici commerciali proseguirono lungo l’antica via, che andò chiamandosi Theutonica per il transito di mercanti del mondo germanico, in particolare carinziani, che trasportavano soprattutto ferro fino a Cividale e oltre. A Pulfero (non il paese così chiamato, bensì il valico corrispondente a quello odierno) c’era una dogana dove si pagavano i dazî. Un’altra via, in una delle tre vallate, si chiamava invece Sclavonesca e ciò o per l’identità etnica degli abitanti o per transiti con l’altro versante montano (forse via Luico/Livek). Ognuna di queste strade percorreva quindi una valle delle due contrade di Antro e di Merso.

Quei contatti linguistici col mondo germanico lasciarono ovviamente il segno. È curioso infatti notare che in natisoniano, o nediško, vi sia una concomitanza tra parole di origine tedesca e quelle commerciali. Tra l’altro, non è improbabile che gli stessi mercanti delle Valli si spostassero in Carinzia, Carnìola, Ungheria per compiere affari. I rapporti più stretti furono ovviamente col mondo friulano, sia per gli aspetti politici, che per quelli religiosi, commerciali e linguistici. A proposito di questi ultimi, purtroppo non abbiamo nulla di scritto nell’idioma di quell’epoca; infatti, nei documenti si usava il latino, cioè la lingua dell’universalità imperiale e cristiana.

Accennando alla cristianità, la giurisdizione spirituale dipendeva dal Capitolo di Cividale e per tale motivo i sacerdoti provennero per secoli da tutte le zone soggette ad esso, cioè svariate aree del Friuli, le stesse Valli del Natisone, Plezzo, Tolmino e così via. Un arcidiacono curava invece gli aspetti economici.

Al Capitolo furono poi concessi non solo particolari diritti fiscali (come ad esempio il quartese degli ovini su tutta la gastaldia) ma soprattutto investiture feudali su diversi villaggi. Allo stesso modo ne beneficiò il monastero femminile di Santa Maria in Valle sin dal 1251. Le investiture, inoltre, vennero via via concesse anche a parecchie famiglie nobili, soprattutto cividalesi. Nel corso dei secoli, circa metà dei villaggi sarebbero dipesi non più dalla gastaldia bensì da soggetti privati o religiosi i quali ne avrebbero amministrata la giustizia.

Il leone alato di Venezia e la Schiavonìa veneta



Nel 1419 Venezia iniziò l’invasione del Friuli. Uno dei suoi primi alleati fu Cividale e il patriarca Ludovico di Teck tentò di respingere i veneziani ponendosi alla testa di un potente esercito inviatogli in rinforzo dal re d’Ungheria. I magiari razziarono i paeselli slavi, occuparono Antro e Castelmonte, tagliarono le viti nel cividalese e distrussero i ponti sulla via di Plezzo. L’anno dopo Venezia attaccò di nuovo conquistando definitivamente il Friuli: le terre dell’antico patriarcato divennero così parte della Repubblica prendendo il nome di Patria del Friuli, al cui capo c’era un Luogotenente che dipendeva dal Senato e la cui residenza era a Udine.

Il leone alato di San Marco sarebbe così diventato per quasi quattro secoli la bandiera della Schiavonìa, nome con cui venne chiamata quell’area benché altre genti slave si trovassero pure nel tolminotto, nelle valli del Torre e dello Iudrio. La vecchia gastaldia di Antro fu avocata a sé dalla Repubblica e nel dicembre del 1424 venne concessa annualmente per 290 ducati alla Comunità di Cividale. Dopodiché, quest’ultima supplicò la Serenissima di non porla più all’asta poiché la Città considerava quel territorio e il ‘fortilizio’ di Antro molto utili per la propria difesa.

La gastaldia venne quindi assorbita da quella di Cividale come d’altronde la medesima sorte toccò ad altre (Manzano, Brazzano e Nebola, Albana e Collobrida). Tuttavia, per tutto il Quattrocento e fino al Cinquecento inoltrato, si usò spesso la dicitura di «Gastaldo di Cividale e delle contrade di Antro e di Merso»: ciò dimostra che la divisione ‘amministrativa’ nelle due convalli fosse precedente all’istituzione degli arenghi cinquecenteschi, di cui tratteremo più avanti, suggerendo inoltre che sarebbe potuta avvenire prima dell’epoca veneziana.

Quella decisione potrebbe apparire come una limitazione dell’autonomia ma in realtà accadde proprio il contrario. Come vedremo, all’area di Antro fu innanzitutto concessa una sua indipendenza giudiziaria, identicamente alle già citate ex gastaldie incorporate in quella di Cividale.

In secondo luogo le vennero riconosciuti degli importanti beneficî fiscali: di tutte le tasse statali, la Schiavonìa doveva infatti versare a Venezia solo il cosiddetto sussidio, proprio come stabilito per altre zone slave dipendenti dall’allargata gastaldia cividalese. Si pagavano tuttavia i dazî ai titolari dei rispettivi appalti, come ad esempio quelli del vino o della macina.

In terzo luogo non sarebbe più stata obbligata a fornire armati a Cividale né allo Stato in caso di guerra, bensì solo a difendere i passi di Pulfero e Luico (verso Caporetto), Clabuzzaro, Clinaz e San Nicolò (lungo lo Iudrio) con 200 uomini. Inoltre doveva fornire manodopera per fortificare la vicina città e in seguito anche la fortezza di Palma, ma nel ’600 gli stessi schiavoni avrebbero optato per una contribuzione di 1 lira per ogni maschio dai 16 ai 60 anni. Il sistema difensivo gravitava comunque su Cividale: esso partiva dalle quattro porte cittadine ramificandosi in tutto il territorio circostante; per semplificare possiamo dire che da porta Brossana dipendevano i paesi della contrada di Antro e da porta San Domenico quelli di Merso.

Di tale peculiarità militare abbiamo dati certi solo dal 1492, quando veniva definita ‘antichissima’, ma è certamente di epoca veneziana perché, come abbiamo già visto, durante quella patriarchina Cividale imponeva alle Valli un contributo di armati a seconda del bisogno. Presumiamo che tale novità nascesse dopo l’assorbimento della gastaldia a cui abbiamo già accennato.

Per datare l’origine di quell’obbligo militare, potrebbe aiutarci proprio quel numero di 200 uomini, certamente non casuale e che doveva esser stato valutato considerando approssimativamente un uomo per ogni famiglia valligiana. Azzardando quindi una stima, alla nascita di tale regola gli abitanti si sarebbero dovuti aggirare sulle 1.400 unità e se nel 1425 circa la Schiavonìa aveva «oltra mille» sudditi, pare che i conti tornino.

A proposito di dati demografici, i primi esatti iniziano quasi un secolo dopo: nel 1509 gli abitanti erano 3.166, dediti all’allevamento e all’agricoltura (gli animali erano più numerosi rispetto alle zone di pianura: i buoi da giogo erano 544, gli armenti 869, i vitelli 754, gli equini 63, le capre e le pecore 6020). Nel 1588 i valligiani erano 3.904 e 2.700 appena sette anni più tardi. Un calo così brusco pare impressionante ma sarebbe da verificare l’omogeneità e la correttezza di calcolo nei censimenti, tant’è che nel 1637 gli abitanti risultavano essere, infatti, circa 4.000.

Le vicinìe e l’arengo



Oltre alle caratteristiche sopra elencate, la Schiavonìa ottenne o meglio ebbe rinforzata una particolare autonomia amministrativa e giudiziaria, verosimilmente di origine patriarchina, strutturata su due contrade: quella di Antro (cioè la convalle del Natisone e dell’Alberone) e quella di Merso (spesso detta di San Leonardo, comprendente le valli del Cosizza e dell’Erbezzo). Ciascuna contrada, o convalle, era a sua volta suddivisa in comuni: a fine Cinquecento questi erano complessivamente 33, comprendenti 72 villaggi, poi aumentarono arrivando a 36 (21 nella contrada di Antro e 15 in quella di Merso) con un centinaio scarso di villaggi.

La struttura ‘amministrativa’ era piramidale e partiva dal basso con le cosiddette vicinìe composte da tutti i capifamiglia di ogni singolo comune. Nelle riunioni delle vicinìe si trattavano problemi quotidiani: strade, comugne (cioè le campagne a uso collettivo), boschi, questioni prettamente paesane e così via. A capo della vicinìa veniva eletto periodicamente il decano e quest’ultimo si avvaleva dell’aiuto di due compaesani chiamati l’uno giurato (avente il compito di giudicare su questioni minori) e l’altro estimatore. Il primo decano risulta documentato nel 1259 ed era quello di Drenchia, di nome Stojan.

Tutti i decani formavano gli arenghi o vicinìe delle rispettive contrade e, tutti insieme, un’assemblea più importante detta arengo grande che si riuniva sotto i tigli di San Quirino e ciò dopo aver ottenuta l’autorizzazione da parte delle autorità pubbliche veneziane. A capo dell’arengo grande c’erano due sindici, ciascuno eletto dalla propria contrada e coadiuvato da un rispettivo giurato grande. In quest’assemblea si dibatteva di argomenti più importanti e di interesse generale; molto probabilmente le votazioni non si svolgevano come nei consigli di tutta la Repubblica, con la consueta ballotazione anonima (che consisteva nel porre in un’urna una palla o dorata o nera corrispondenti a un ‘sì’ o a un ‘no’), bensì tramite il conficcamento di un bastone nel suolo.

Un cancelliere, cioè un segretario assistito a sua volta da un ‘vice’, prendeva nota delle decisioni assunte alle riunioni dell’arengo. I cancellieri fungevano da pubblici ufficiali ed erano spesso notai cividalesi (da ricordare che il notaio era una figura meno importante di quella dell’avvocato: il notaio non era laureato e faceva anche da perito agrimensore). In certe situazioni si decideva di presentare alle autorità pubbliche istanze e lagnanze: per tali motivi si inviavano anche ambascerie al Senato di Venezia, avvalendosi a volte di rinomati giuristi friulani come ad esempio Tiberio Deciani.

Mentre le vicinìe paesane e delle convalli dovevano essere più o meno antiche, l’arengo era evidentemente una derivazione della contadinanza della Patria del Friuli: quest’ultima venne creata da Venezia nel 1518 per coinvolgere i ceti rurali nell’amministrazione pubblica. Quando, nel 1559, Cividale venne separata dalla Patria col suo territorio, qui sorsero due arenghi locali uno dei quali era, appunto, quello della Schiavonìa. Mentre l’altro era soggetto alla Magnifica Comunità di Cividale, questo dipendeva direttamente dalle autorità pubbliche veneziane.

La carica di sindico della propria contrada era tenuta in gran conto, tanto da riscontrare casi in cui si compivano delle vere e proprie campagne elettorali che ricordano un po’ quelle moderne. Nel 1646, ad esempio, il sindico uscente Gregorio Galanda andò promettendo a quelli della contrada di Antro che qualora rieletto si sarebbe recato in ambasceria al Senato di Venezia per l’abolizione di varî balzelli e oneri. Fu però ripreso dal provveditore veneto di Cividale!

Le banche giudiziarie e i giusdicenti feudali



Quasi simboleggiando quelle autonomie, a San Quirino non svettavano solo i tigli, ma pure le forche permanenti con cui si effettuavano le esecuzioni capitali. A quella struttura amministrativa, infatti, si aggiungevano le banche, dette localmente praude, cioè i due tribunali delle rispettive convalli ai quali abbiamo già accennato: essi ebbero una particolare evoluzione diciamo ‘democratica’ nel XV secolo, conferendo il potere giudiziario alla gente del luogo.

Ogni anno si procedeva all’elezione di un collegio di 12 giudici per ognuna delle due contrade: quelli di Antro venivano eletti dalla corrispondente vicinìa e quelli di Merso dai loro predecessori uscenti. I poteri delle due banche erano un po’ diversi, infatti quella di Antro giudicava in materia civile e penale potendo persino emettere sentenze di morte; quella di Merso, invece, giudicava autonomamente solo in materia civile, mentre per la materia penale doveva riunirsi con l’altra. Questa differenza di poteri e il primato della banca di Antro su quella di Merso indicherebbero che la seconda era una ‘costola’ della prima.

I tribunali si riunivano dove c’erano le rispettive lastre. Ad Antro ce n’erano due, vale a dire quelle preistoriche di Biacis e di Tarcetta; l’altra banca aveva la propria lastra a Merso di Sopra (purtroppo andata distrutta) e si trovava davanti alla chiesa di Sant’Antonio. Così come avveniva durante gli arenghi, un cancelliere trascriveva le sentenze in italiano, anche se si dibatteva nell’idioma slavo locale. Poiché la quasi totalità della gente del luogo non sapeva redigere un atto e ben pochi erano in grado di leggere e scrivere, ci si avvaleva spesso di notai e avvocati esterni con gravi costi. I processi si svolgevano in presenza del gastaldo, garante pubblico senza voce. Alcuni imputati o rei venivano segregati provvisoriamente in una torre del castello di Antro che fungeva da prigione.

Tutti questi poteri giudiziarî avevano un livello superiore, combaciante cogli stessi organi politici dai quali dipendeva comunque la Schiavonìa: infatti, qualora il condannato volesse ricorrere in appello, in caso di condanne civili lo poteva fare presso i giudici della Magnifica Comunità di Cividale e per quelle penali presso il provveditore veneto (di cui parleremo più avanti). In realtà, la prassi era utilizzare l’altra banca come corte d’appello, perché gli schiavoni non volevano intromissioni da parte del gastaldo che spesso interveniva affinché i condannati ricorressero in appello (forse per abusi nelle sentenze).

Questa struttura giudiziaria non valeva per tutti i paesi, perché i feudatarî, per lo più cividalesi, giudicavano nei villaggi di cui erano investiti e alcuni di essi (come i de Portis o il Monastero di Santa Maria in Valle) avevano in certi casi anche il potere di emettere sentenze di morte, a cui però non si ricorse praticamente mai. I processi nei feudi si svolgevano di solito nella piazza del paese alla presenza di tutti i vicini del feudo stesso (cioè i capifamiglia).

Il feudatario, agendo in nome di Venezia e usando il plurale majestatis, si avvaleva dell’ausilio di un cancelliere (e, spesso, presumiamo di un interprete) adottando scrupolosamente il procedimento giudiziario per giungere così a una sentenza. Questa, se conduceva alla comminazione di una pena, si limitava tutt’al più a una multa. Le sentenze venivano lette davanti ai vicini e poi vidimate sia dalla cancelleria del provveditore veneto sia da quest’ultimo, il quale risiedeva a Cividale.

Terra di confine e di scambio



Se i rapporti furono assolutamente più intensi col mondo friulano, fino a tutto il Quattrocento proseguirono gli scambî con le zone tedesche, goriziane e ‘cragnoline’ (cioè quelle asburgiche della Carnìola o ‘Cragno’, corrispondenti all’attuale Slovenia). Questo valeva pure per valenti artigiani, poiché non pensiamo che si fossero limitati a un lapicida proveniente dall’odierna Škofia Loka, cioè Andreas von Lack. Egli, nell’ultimo quarto di quel secolo, firmò suoi lavori in alcune chiese e ovviamente in tedesco, essendo stata quella la lingua scritta nelle terre che dall’Ottocento si sarebbero chiamate ‘Slovenia’.

Nel 1500, però, la contea di Gorizia venne ereditata dagli Asburgo e otto anni dopo scoppiò la guerra tra Venezia e il vicino Impero. Pare che le Valli non avessero a subire chissà quali danni: nel 1508 i lanzichenecchi, risaliti dal Collio, assalirono prima Cividale e poi Castelmonte. Nel 1516 la pace di Noyon stabilì che la vicina gastaldia di Tolmino passasse all’Impero, quindi la Schiavonìa si trovò a ridosso di un confine piuttosto problematico.

Durante quel conflitto, gli schiavoni dovettero attivarsi per l’eventuale difesa di Cividale e i paesi delle due contrade di Antro e di Merso vennero collegati a un’organizzazione difensiva che, come visto, partiva dai borghi cividalesi ramificandosi in tutto il territorio circostante. Nel 1533 gli schiavoni tentarono di liberarsi di tale obbligo ma senza successo.

Dopo la guerra e la definizione dei confini, nel 1535 il Senato di Venezia iniziò a favorire i commerci che transitavano dalla Carinzia verso il mare lungo la strada passante per Gemona: l’antichissima via che costeggiava il Natisone venne così penalizzata. Purtroppo Cividale, da cui dipendeva la Schiavonìa, era ancora priva di un suo interlocutore veneziano e probabilmente dovette subire le decisioni del Luogotenente della Patria del Friuli, residente nell’avversaria Udine dalla quale subiva indubbiamente una certa influenza.

Gli schiavoni e le autorità veneziane



Per l’antica rivalità con Udine, l’orgogliosa Cividale riuscì finalmente a ottenere dal Senato di Venezia un suo provveditore, cioè un patrizio veneto avente le funzioni di governatore e magistrato e che rimaneva a tale carica per circa sedici mesi. Come già detto, nel 1559 Cividale con tutto il suo territorio, e quindi anche la Schiavonìa, divenne autonoma dalla Patria del Friuli. Questa novità fu molto importante per i sudditi delle Valli, perché nacque uno sporadico ma positivo rapporto tra loro e i provveditori.

Questi ultimi, nati ed educati in un ambiente votato al governo della Repubblica, dimostrarono sempre un grande affetto verso gli schiavoni. Li consideravano gente buona, onesta, testarda, fedele allo Stato e ottimi combattenti. I provveditori spesso compivano dei sopralluoghi in tutto il territorio per verificare coi loro stessi occhi la realtà di cui erano responsabili e in varie occasioni si lamentarono col Senato non solo per la miseria sofferta dagli schiavoni, ma pure per i soprusi a cui questi ultimi erano sottoposti, soprattutto agli inizî del Seicento, tanto da spingerne alcuni a emigrare oltre confine perché esasperati.

Infatti, se da un canto i feudatarî, monache comprese, trattavano i popolani peggio dei servi infischiandosene delle leggi statali, gli stessi giudici delle banche emanavano a volte sentenze esorbitanti, anche perché quegli organi locali erano non di rado in balìa di gente ignorante e prepotente spesso condizionata da rapporti personali. Infine, quando rozzi contadini venivano incaricati dai giusdicenti feudali a gestire le cose sul posto, si assisteva a ogni forma di eccesso tra compaesani. Il piccolo potere ‘di seconda mano’ ottenuto, magari in buona fede, dal signore del luogo diventava la patente per opprimere gli altri abitanti del villaggio.

Ecco che il provveditore si rivelava l’unica autorità giusta e imparziale a cui chiedere aiuto tramite le udienze come ‘governatore’ o al quale eventualmente appellarsi come magistrato, anche se ciò accadeva assai di rado. La sensibilità dei provveditori si manifestava in varie occasioni: ad esempio, essi non trascuravano la peculiarità linguistica degli schiavoni e anzi intervenivano presso le altre autorità veneziane tra cui il Senato affinché si tenesse in considerazione l’idioma slavo. Ciò per non sfavorire né penalizzare questi sudditi, altrimenti incapaci di comprendere le direttive pubbliche magari nate per tutelare dei sacrosanti diritti, come nel caso di riordini fondiarî.

In quegli stessi anni, le Valli e Cividale subirono una sciagurata decisione di cui avrebbero scontato insieme le conseguenze. Abbiamo già visto che nel 1535 il Senato iniziò a privilegiare la strada passante per Gemona e Pontebba, sfavorendo volutamente quella del Natisone. Tuttavia, importanti commerci continuarono a passare di qui ma dazî e proibizioni si inasprirono nel 1553 fino a una sostanziale chiusura commerciale della strada, avvenuta nel 1603.

Nel frattempo, gli arciducali costruirono al di là del confine una strada alternativa che da Plezzo passava per Tolmino fino a Duino e Trieste. I provveditori veneti si prodigarono per decennî presso il Senato affinché si riaprisse la strada del Natisone (detta ‘del Ferro’), ma le proteste e gli interessi di Gemona ebbero la meglio su Cividale e sulla Schiavonìa, condannati a un rapido declino economico. Neppure la scoperta del mercurio a Cisgne, avvenuta nel 1517, riuscì ad aiutare la situazione economica.

Per comprendere l’entità della decadenza, l’appalto del dazio di Pulfero (o del ‘Pùffaro’), che una volta si vendeva per ben 2.000 ducati, alla fine del ’500 era già crollato a soli 800 ducati. Continuò il contrabbando di ogni sorta di merce, animali compresi, tanto da valutare l’arruolamento di soldati pagati da porre sul confine. Quando le autorità (cioè i cavalieri dei provveditori coi loro birri) volevano ripristinare la legalità, dovevano talvolta vedersela con la popolazione locale fino al punto di subire brutali linciaggi come accaduto nel 1763.

Al di là del contrabbando, il confine caratterizzò la Schiavonìa per secoli sia per motivi sanitarî che bellici. Quando dal territorio asburgico giungevano notizie di epidemie, veniva tempestivamente attivata una fitta serie di posti di guardia detti caselli della sanità. Ciò avveniva di continuo e non a torto perché, prima che questa prassi diventasse rigorosa, proprio attraverso il passo di Luico penetrò dalle terre arciducali la peste che falcidiò Cividale nel 1598-1599. E sebbene gli schiavoni fossero esentati dalla guardia sanitaria, abbiamo visto che avevano quasi completamente in mano quella militare.

Nonostante manifestassero una natura niente affatto guerriera, essi erano considerati dai provveditori veneti adattissimi a divenire ottimi soldati e non solo per la loro attitudine alla disciplina. Per tale motivo, nel 1595 il provveditore Domenico Bon propose al Senato che si creassero tra i valligiani delle vere cèrnide (cioè delle milizie contadine) il cui addestramento venisse affidato a un capitano che parlasse la loro lingua e che le armi fossero consegnate loro permanentemente e non solo in caso di guerra. Nel 1606 Tomaso Lippomano suggerì di addestrare e aumentare gli archibugieri in Schiavonìa proprio per le loro potenzialità militari. E se nel 1602 Francesco Boldù si lamentava della difficoltà di ricavare i 200 uomini per la difesa ai passi, appena dodici anni dopo Vincenzo Querini disse al Senato che gli armati potevano essere aumentati a 300. I giudizî positivi in questo senso durarono fino al XVIII secolo e, con o senza armi, vi furono varie occasioni in cui gli schiavoni ebbero modo di dimostrare il loro valore.

Ad esempio, nel 1612 vennero avvistati 400 fanti e 100 cavalieri imperiali sul confine: i valligiani, benché disarmati o muniti solo di forconi o armi bianche, accorsero coraggiosamente in massa per impedire un’eventuale invasione. E ancora, durante la guerra di Gradisca (1615-1617) combattuta sempre contro gli Asburgo, gli schiavoni pagarono di tasca propria un capitano (Simone Soberli da Sorzento); operarono come veri e proprî guastatori nelle zone conquistate da Venezia nel caporettano e sull’Isonzo; provvidero a proprie spese al mantenimento delle strade; ai passi costruirono trincee, muraglie, casoni di legno e fortini (forse per tale motivo, presso Varch non lungi da Clinaz, esiste ancora il toponimo Fortin); infine affrontarono in quattro combattimenti, due ai passi e due sui monti, gli invasori imperiali (ovvero gli uscocchi), ricacciandoli sempre indietro, ammazzandone alcuni e facendo prigionieri.

I poveri montanari e le famiglie notabili



La situazione sociale delle Valli non era certo facile. Non solo la vita dei contadini era dura come in qualunque altra landa, ma qui si aggiungevano le difficoltà dell’ambiente montano. Quest’ultimo, tuttavia, favoriva alcune attività come l’allevamento, la pastorizia, il commercio di legnami (e il conseguente artigianato come quello di prodotti in vimini), alcune coltivazioni e la molatura e ciò grazie alla ricca presenza di corsi d’acqua (a inizio Seicento la Schiavonìa contava ben 39 mulini). Le case erano piuttosto povere e fino al XVIII secolo avevano spesso il tetto di paglia, quindi erano soggette a facili incendî; talvolta capitava che vi si intrufolassero i lupi, acchiappando i bambini trasformati in prede tenere e succulente. Se la fame dei lupi si placava talvolta con tali vittime, altre e ben più numerose erano quelle dovute invece alla fame dei valligiani, perché in taluni periodi la carestia diventava un vero flagello. Ad esse, poi, se ne aggiungevano altre per il freddo.

Non mancavano, ovviamente, i gioiosi momenti delle feste patronali con balli e musica; così come lo stare insieme durante le ricorrenze religiose o nelle gelide e ventose serate d’inverno, magari ascoltando le antiche e inquietanti leggende sulle krivapete giusto per provare qualche brivido in più lungo la schiena. Racconti poi dimenticati però quando in primavera le Valli esplodevano in tutta la loro bellezza, diventando un tripudio di fiori e di profumi.

Malgrado la povertà diffusa, nel Sei-Settecento emersero le prime famiglie notabili. Non si trattava solo di benestanti, come ad esempio i Tropina, ma di un primo ceto borghese sicuramente arricchitosi coi commerci e che diede alcuni notai in epoca veneziana: i Tomasettig con quattro notai dal 1656, i Cucavaz con cinque dal 1700, poi i Podrecca dal 1776 e altri cognomi ancora tipo Rucli, Iussa, Cedarmaz, Battistig e Miani alla fine del Settecento.

Sin dal XVIII secolo, alcune famiglie trasferitesi anche da tempo a Cividale si distinsero positivamente. Ricordiamo i nobili Tomasettig, con Stefano (valente avvocato e Soprintendente per la banca di Antro) e suo nipote Lorenzo (abate e pure lui avvocato, autore di uno studio per il rilancio economico della Schiavonìa), e i Sòberli (da pronunciare con la ‘esse’ dolce), divenuti proprietarî di importanti palazzi cittadini come quello dei conti de Nordis.

Quest’ambiente fece germogliare i semi da cui fiorirono nell’Ottocento intellettuali e politici di rilevanza regionale e transnazionale e l’intraprendenza di certi valligiani fu inoltre favorita dalle opportunità offerte dalla rivoluzione francese. Benché non c’entri molto con la precedente lista, aggiungiamo anche un Codromaz, che in quel secolo era proprietario della cosiddetta ‘casa di Paolo Diacono’, cioè il primo storico che parlò degli slavi in loco.

L’invasione francese e la caduta di Venezia:

l’Impero austriaco e il dominio di Napoleone



La rivoluzione francese del 1789 e le successive campagne napoleoniche avrebbero sconquassato tutta l’Europa. Venezia rimase neutrale e nel 1796 iniziarono attraverso il Friuli le mobilitazioni austriache. Ma nell’anno seguente, probabili spie francesi spacciatesi per ingegneri imperiali effettuarono dettagliatissimi sopralluoghi nella valle del Natisone, nel cividalese e a Castelmonte. Si preparava, insomma, l’invasione.

Dopo la battaglia del Tagliamento, la divisione del generale Guieu giunse a Cividale attraversandola con 9.000 uomini, tra fanti «piccioli, pezzenti» e con le scarpe rotte, eleganti ‘cacciatori a cavallo’ con berrettoni di pelo e bianchi mantelli, decine di carri con vivandiere, donnacce, feriti e vettovaglie. Proseguirono verso Caporetto e mentre costeggiavano il Natisone diedero battaglia a circa 400 austriaci a Stupizza, la quale fu bombardata perché vi si asserragliò un centinaio di imperiali.

Non sappiamo se la Schiavonìa fosse stata risparmiata dai saccheggi francesi, come quelli avvenuti in tutto il cividalese, ma la paura fu comunque grande. Per certi aspetti la presenza francese fu invece positiva: la polizia venne presto impiegata per porre fine a vere e proprie grassazioni diffuse tra il Natisone e lo Judrio. Infine, gli schiavoni tentarono di rendersi indipendenti da Cividale presentando la supplica direttamente a Napoleone, che sappiamo essere passato per la valle del Natisone: egli la rigirò al Governo del Friuli il quale a sua volta chiese lumi alla Municipalità di Cividale, cioè l’amministrazione comunale. Quest’ultima dovette opporvisi ed ecco forse il motivo per cui gli schiavoni la assaltarono nel ’97.

Con l’occupazione, il governo centrale del Friuli mantenne i due tribunali nelle contrade di Antro e di Merso, trasformandoli però in due giudicature di prima istanza, riducendo i 12 giudici a 3 per le cause civili e a uno solo per quelle penali, aggiungendo altresì due avvocati per i poveri come da secoli era già una consuetudine nella vicina Cividale. Nel 1797, col trattato di Campoformido (firmato nella Villa Manin di Passariano), Napoleone cedette l’ex Repubblica di Venezia all’Impero d’Austria. Cessava così l’antico dominio, rimasto però nella memoria e nel cuore degli schiavoni.

Dopo la burrasca francese, l’Austria ripristinò sostanzialmente i vecchi ordinamenti e fino al secondo decennio dell’Ottocento fu un susseguirsi di cambiamenti, perché nel 1805 tornarono i francesi e poi nuovamente gli austriaci. Anche la Schiavonìa entrò a far parte del cosiddetto Regno d’Italia, dominio dell’autoincoronato Imperatore dei francesi Napoleone I. Gli arenghi furono aboliti (l’ultimo si tenne nel 1804 sotto i tigli di San Quirino) e a San Pietro, capoluogo dell’omonimo ‘cantone’, fu istituita una giudicatura di pace creata al posto delle antiche banche.

La definizione dei confini era causa di attriti tra l’Austria e Napoleone. Quest’ultimo, che nel 1797 fu anche in queste zone, incaricò il figliastro Eugenio Beauharnais, suo viceré, di ispezionare in particolare l’area tra Udine e Caporetto e poi su fino a Plezzo. L’Imperatore, infatti, la considerava molto importante da un punto di vista strategico-difensivo e voleva che si costruisse una fortezza tra Udine e Caporetto.

Non si sbagliava: nel 1809, l’Austria e la Francia entrarono in guerra e l’arciduca Giovanni d’Asburgo entrò alla testa delle sue armate in Friuli, passando proprio lungo la valle del Natisone. Fu un’occupazione durata solo un mese e interrotta per portare soccorso a Vienna assediata.

Il mondo cambiava, l’antico ordine del feudalesimo, delle comunità locali, delle vicinìe, andava sparendo, smontato pezzo per pezzo con tutte le sue tradizioni talvolta millenarie. Sorgeva una nuova visione della politica, dell’economia e della società. I vecchi privilegî vennero man mano aboliti e al loro posto favorita l’economia. Tutto doveva essere riorganizzato con nuovi criterî, come ad esempio i 36 comuni dell’antica Schiavonìa Veneta che vennero raggruppati negli 8 del Cantone di San Pietro degli Schiavi (San Pietro, Tarcetta, Rodda, Savogna, Grimacco, Drenchia, Stregna e San Leonardo).

Tutto doveva essere censito: abitanti, preti, professioni, animali, immobili e così via. Persino gli studenti! Nella Schiavonìa non esistevano scuole pubbliche né private, e alcuni giovani si recavano a studiare a Cividale: complessivamente essi erano 26 di varie località (senza contare quelle del caporettano). La diffusione della cultura scolastica si aggiungeva così a quella del seminario.

A proposito dei sacerdoti, la loro presenza nella Schiavonìa si rese congeniale alle autorità poiché essi dovevano informare capillarmente i contadini per come procedere coi raccolti e quindi ottimizzare la produzione. In ambito contadino, poi, non erano rari gli allarmi di epidemie agli animali, come quella (detta ‘male della sava’) che colpì Vernasso. Per prevenirne di ulteriori si chiusero i soliti passi sullo Iudrio.

La politica napoleonica non era solo concentrata sul territorio, ma era ovviamente proiettata verso l’espansione dell’Impero. La leva obbligatoria inviava giovani locali a ispessire le fila delle armate che per il sovrano francese combattevano dalla Russia alla Spagna. Ma le travolgenti e ambiziose campagne napoleoniche resero l’Impero di breve durata, lasciando comunque un segno che stravolse per sempre il volto dell’Europa. Con la sconfitta francese, nel 1813 in Friuli tornarono acclamati gli austriaci e nel 1814 anche la Schiavonìa entrò nel nascente Regno del Lombardo-Veneto.

Nuovamente sotto l’Impero austriaco

Il sentimento risorgimentale italiano



Al loro ritorno, gli austriaci non ripristinarono più gli antichi ordinamenti ma proseguirono sulla strada già segnata dall’Impero francese. Nel distretto (cioè l’ex cantone) di San Pietro degli Schiavi conservarono la divisione territoriale in 8 comuni ai quali sovrintendeva un imperial-regio Commissario; le vicinìe continuarono tuttavia a essere una prassi, in certi casi anche fino all’abolizione delle comugne avvenuta nel 1839, dopodiché non ebbero più senso di esistere. Nel 1818 il distretto venne aggregato al Mandamento e alla viceprefettura di Cividale, così come lo stesso dipendeva dalla pretura cividalese.

Per quanto riguarda la cultura, in epoca austriaca si fondarono quattro scuole elementari maschili di lingua italiana, così come l’italiano proseguì a essere la lingua ufficiale benché il locale idioma slavo venisse usato nella quotidianità quasi con un rispetto religioso. Il primo direttore del Museo di Cividale, il monsignor Michele della Torre di Valsassina, diede inizio agli scavi pure nelle Valli, segnando l’inizio delle ricerche storiche che avrebbero gettato le basi per una conoscenza del proprio passato e che ora cerchiamo qui di riassumere.

Ma non era certamente la cultura a essere tenuta in conto dai valligiani. Si radicò una percezione tutt’altro che positiva nei confronti del dominio austriaco, visto come un negatore degli antichi privilegî e piuttosto esigente con le tasse. Ai motivi di disaffezione se ne aggiungevano altri: se all’epoca veneziana l’impegno militare era ridotto alla sola difesa territoriale, sotto gli Asburgo venne estesa anche qui la leva militare per estrazione a sorte e di una durata che tra servizio effettivo e permanenza nella riserva poteva durare fino a otto anni. Carestie ed epidemie fecero il resto.

Rimase la memoria del dominio veneziano, col suo potere paternalistico, rispettoso delle autonomie e con una pressione fiscale leggera. E così, in pieno entusiasmo risorgimentale, identificare la latina Venezia nella latina Italia fu un passaggio quasi immediato. Per tale motivo si manifestò un fenomeno molto particolare: invece del vicino Impero multinazionale, gli slavi delle Valli scelsero l’idealizzata Italia. Era un sentimento non circoscritto alle classi abbienti, fortemente legate alla cultura italiana; persino i sacerdoti, infatti, si schierarono a favore del nascente regno e ciò dovette determinare una capillare propaganda tra il popolo.

Fu così che gli antichi schiavoni versarono il sangue per il tricolore della Repubblica di San Marco, imbracciando numerosi le armi in Friuli nel 1848 fino a essere chiamati come «fratelli slavi» da Nicolò Tommaseo. Alcuni si sacrificarono l’anno successivo alla difesa della stessa Venezia, la loro antica capitale. Per un approfondimento, rimandiamo al contributo di Michela Iussa su quell’epoca.

Ripristinato l’ordine, già nel 1850 gli otto Comuni chiesero a Radetzky, Governatore del Lombardo Veneto, la concessione di «una Giudicatura propria e locale di I.a Istanza» con un personale che conoscesse «oltre l’Italiano, la lingua slava». Al ricorso era allegata la documentazione relativa ai privilegî goduti durante il lungo dominio veneziano.

Quasi tre anni dopo, l’imperial-regio Ministero della Giustizia confermava però la dipendenza dalla Pretura di Cividale, garantendo «il possibile riguardo alla nazionalità degli abitanti» nonché l’impiego di dipendenti in sede di giudizio che parlassero l’«idioma Slavo»: ciò era in sintonia con la razionalizzazione statale dell’Impero e la tolleranza multiculturale austriaca, antico retaggio del Sacro Romano Impero. Analoghi tentativi si ripeterono, sempre senza successo, nel 1861 e pare nel 1864. È curioso notare la concomitanza fra richieste autonomistiche e moti bellico-rivoluzionarî.

Ai sentimenti filo-italiani si affiancava quindi la ricerca di una tutela linguistica. Nel 1851 fu la volta di alcuni sacerdoti delle Valli a muoversi in tal senso, chiedendo l’introduzione nelle scuole di un catechismo in lingua slovena, pubblicato da don Giuseppe Podrecca e autorizzato nella diocesi di Gorizia. Le autorità scolastiche interpellarono quindi la Curia di Udine la quale incaricò alcuni sacerdoti valligiani per un accurato esame linguistico e teologico. L’opera venne duramente bocciata dagli studiosi, anche per le differenze linguistiche rispetto all’idioma locale, e a rincarar la dose intervennero i timori per pericolose derive panslavistiche.

In questa contraddittorietà generale, la nostalgia per il passato regime aumentava e con essa il desiderio di riconfluire nel mondo latino. Alla nascita del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861, i valligiani manifestarono il loro entusiasmo con grandi festeggiamenti sfidando le autorità austriache. Finalmente, dopo i moti mazziniani del 1864 e la guerra del 1866, il Lombardo Veneto venne assegnato al regno sabaudo. La Slavia, come altre zone, dovette attendere diversi mesi prima che l’Italia e l’Austria giungessero a un accordo sui confini e finalmente fece il suo ingresso nel Regno sabaudo.

Ovviamente, l’idea-forza di ‘Italia’ conduceva all’unità politica del Regno passando proprio attraverso quella culturale e programmi scolastici omogenei per tutto lo Stato, trascurando per forza di cose qualunque altro idioma della penisola, dialetto o lingua che fosse. Il fiorentino di Dante, considerato la lingua nobile d’Italia sin dal Rinascimento e qui usato per secoli (epoca austriaca compresa), assurgeva ovunque a idioma unico e unitario. Lo stesso Giovanni Clodig, importante intellettuale e combattente valligiano, insieme al suo amico Pacifico Valussi, principale intellettuale e giornalista friulano, auspicarono tale fraterna e necessaria fusione nazionale con gli slavi entrati nel Regno.

Ma la particolare diversità linguistica delle Valli avrebbe innescato diffidenze e malumori, ulteriormente acuiti nel clima post-risorgimentale. Solo diciassette anni dopo l’annessione, l’ ‘italianissimo’ garibaldino Carlo Podrecca avrebbe generato però uno straordinario dibattito sulla questione linguistica della Slavia italiana, sintetizzandone finalmente quelle contraddittorietà identitarie così uniche e irripetibili. Ma questa è un’altra storia.



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B. Zuanella, innumerevoli contributi storici e toponomastici pubblicati sul sito www.lintver.it

FONTI ARCHIVISTICHE:



Archivio del Capitolo di Cividale (presso Biblioteca Museo Archeologico Nazionale di Cividale)
Archivio della Magnifica Comunità (presso Biblioteca Museo Archeologico Nazionale di Cividale)
Archivio de Portis (presso Archivio di Stato di Udine)
Archivio Notarile Antico (presso Archivio di Stato di Udine)
Giurisdizioni feudali (presso Archivio di Stato di Udine)
Senato, Dispacci dei Rettori, Udine e Friuli (presso Archivio di Stato di Venezia)
Enrico Bonessa
Tratto da "Slavia Friulana - storia per il futuro".

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