Un processo del 1401

Giorgio Banchig racconta del verbale di un processo che testimonia l'autonomia giudiziaria della Benečija. L'intero verbale è pubblicato su questo sito in VICENDE STORICHE sotto il titolo: Causa di un omicidio a Tarcetta.

Antro, lunedì 10 ottobre 1401.

C'è animazione sulla piazza del paese: gruppi di Valligiani ed alcuni nobili di Cividale come ser Rodulfo de Portis, Pertoldo di Spegnimbergo, Jurio de Porta Brossana si sono dati convegno qui per assistere ad un processo per omicidio.

Sotto il tiglio c'è una grossa lastra di pietra (miza) appoggiata su quattro colonne pure di pietra: è la sede del tribunale.

Arrivano i Decani: Pietro di Slatina, Zampa di Montefosca, Mattia di Miars, Matteo di Lasiz e Gregorio di Pegliano e dopo qualche minuto si fanno avanti fra la folla il giudice Leonardo e ser Enrico fu Tolcherino di Cividale, il Gastaldo ossia il rappresentante del Patriarca di Aquileia nelle nostre Valli.

Gastaldo, Giudice e Decani prendono posto dietro la lastra sotto il tiglio, il notaio Giovanni fu Michele di Cividale sistema le sue pergamene mentre vengono chiamati gli imputati: Alessio fu Tomaso di Tarcetta, massaro del Patriarca e suo fratello Giovanni.

Questi in precedenza avevano confessato, senza tortura, di aver ucciso un certo Marcuzio fu Juri di Tarcetta e la deposizione era stata accolta e scritta dal suddetto notaio.

Si costituiscono parte civile ser Adamo de Formentinis di Cividale (Marcuzio era stato suo massaro), la moglie dell'ucciso Michele e il figlio Vorich i quali chiedono che venga fatta giustizia.

Si alza il notaio che legge in latino e slavo (latine et sclabonice) la deposizione degli imputati secondo la quale il delitto fu consumato in questo modo: Marcuzio, tempo addietro aveva ucciso un parènte di Alessio e Giovanni e non solo non si era mai riappacificato con loro nè aveva fatto alcuna offerta alla Chiesa per l'anima dell'ucciso, ma continuamente provocava e minacciava i due fratelli.

Il giorno della festa di 5. Giacomo di Biacis mentre Alessio stava seduto con altri uomini in piazza, arriva Giovanni e gli dice: " Qui alla sagra c'è Marcuzio, l'uomo che ha ucciso il nostro parente, vieni con me lo uccidiamo così ci vendichiamo dell'affronto fattoci ".

Il giorno della festa di 5. Giacomo di Biacis mentre Alessio stava seduto con altri uomini in piazza, arriva Giovanni e gli dice: " Qui alla sagra c'è Marcuzio, l'uomo che ha ucciso il nostro parente, vieni con me lo uccidiamo così ci vendichiamo dell'affronto fattoci ".

Ma Alessio rispose: " Non macchiamoci anche noi di un delitto ma piuttosto andiamo dal banditore e preghiamolo di mandar via il nostro nemico ". E mentre i due si dirigevano verso il banditore, Marcuzio, passando vicino a loro diede uno spintone a Giovani, il quale inferocito pose mano al pugnale e assieme al fratello, armato di una lancia, uccise il malcapitato.

Letta la confessione degli imputati il Giudice e i Decani si appartano per decidere la sentenza e dopo aver u4ito per ben tre volte il parere degli uomini della contrada di Antro, assolsero e mandarono liberi gli imputati perchè commisero il delitto provocati gravemente da Marcuzio e nello stesso tempo in-giunsero alle due famiglie in causa di non diffendersi in avvenire in alcun modo nè con parole nè con atti, pena 11 pagamento di una multa di cinquanta ducati d'oro di cui metà sarebbero andati al Gastaldo e metà al Patriarca di Aquileia ".

Ho voluto riportare nei particolari questo singolare processo perchè costituisce una prova ed una conferma del fatto che fin dal tempo dei Patriarchi di Aquileia l'amministrazione della giustizia nelle nostre Valli avveniva con la diretta partecipazione della popolazione e dei suoi rappresentanti. Fatto rarissimo questo nel Friuli medievale dal momento che in quei tempi il potere giudiziario era. esercitato esclusivamente dal Signore feudale o dal suo vassallo.

A dire il vero non è molto facile spiegare l'origine (Slava, Longobarda,...) di questo modo di giudicare e seguirne senza difficoltà e dubbi l'evoluzione storica, i cambiamenti e le modifiche che si sono verificate nella composizione del collegio giudicante, nei modi e nei luoghi dell'amministrazione della giustizia anche perchè alcuni paesi delle Valli erano sotto la giurisdizione diretta di Istituti religiosi o di Signori privati che ne avevano avuto il possesso.

Si può avere un'immagine abbastanza chiara di questo Istituto giuridico nel 500-600 all'epoca in cui il governo veneto che si adoperava per limitare le giurisdizioni private del Friuli, confermò l'autonomia giudiziaria delle Banche come si può leggere in un documento del 1627 "Confermiamo alli fedeli huomini et abitanti nelle convalli di Schiavonia di Antro e Merso la giurisdizione Civile, Criminale et Criminalissima col mero et misto imperio delli lochi chiamati le Banche di Antro et Merso giudicando con assistenza del Gastaldo... con tutti usi, ragioni... come da tempo immemorabile è stato anche da loro maggiori goduta et possessa senza alterazione a diminuzione alcuna...

Le Banche dunque erano due: Antro e Merso.

Nella Banca di Antro venivano eletti 2 giudici dai capifamiglia dei paesi che comprendevano la contrada; invece nella convalle di Merso i 2 giudici che scadevano dall'incarico eleggevano i loro successori.

Il collegio dei dodici giudici (chiamata dvanajstiga) aveva il potere di giudicare sia le cause (praude) civili che penali quindi anche i casi di omicidio.

I condannati da una potevano appellarsi all'altra Banca poi al Provveditore veneto di Cividale ed infine a Venezia. Più volte il Provveditore di Cividale tentò di appropriarsi del diritto delle Banche di giudicare " in Criminale" ma Venezia puntualmente richiamava all'ordine il suo rappresentante come si legge in questo documento dove si ordina di " far rilasciare di prigione Gaspare Troppina essendo giudizio (del Provveditore) incompetente... rimettendo il processo alli' 2 Huomini et Gastaldo non appartenendo a lei il reputare immeritevoli essi popoli di quelli privilegi... ".

Le pene inflitte ai condannati consistevano in multe, prigionia che si scontava nella torre castellana di Biacis e la berlina, mediante la " dada ". Era questa una specie di morsa in cui si chiudeva una gamba o un braccio del reo il quale, secondo la gravità della colpa doveva rimanere all'aria aperta per 12, 24 o più ore.

Ritorneremo su questo argomento così importante e significativo per la storia delle nostre Valli man mano che riusciremo a chiarire i punti oscuri che ancora ci rimangono circa l'origine e l'evoluzione di questo Istituto.

E perchè la storia non sia un semplice ricordo di quello che è stato e una rassegna di cimeli da museo cercheremo di trarre degli agganci con l'attuale realtà dell'amministrazione della cosa pubblica in generale e quella della giustizia in particolare che mostra segni di crisi profonda anche nelle nostre Valli.
G.B.

Realizzazione della pagina Nino Specogna



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