Il Promemoria di don Giuseppe Cramaro

Il seguente promemoria del Sac. D. GIUSEPPE CRAMARO (nato a Plastichis nel 1897 e morto a Campeglio nel 1974) parla della campagna del Fascismo, contro l’uso della parlata slovena nell‘esercizio del ministero sacerdotale nella Arcidiocesi di Udine.


Nel trigesimo della sua morte, il prof Attilio Bonetto dava alla stampa una piccola, ma interessante biografia di Lui. Nella quale ha messo in rilievo la pietà, lo zelo, l’intelligenza e la profònda umanità del sacerdote Cramaro.
Noi vogliamo qui ricordare anche un ‘altra sua virtù, molto evidente in lui:
la fortezza cristiana che fece di lui un intrepido difensore dei diritti naturali del suo popolo e di quelli della Chiesa contro i soprusi della politica e la debolezza delle persone responsabili ecclesiastiche.
Leggendo il suo promemoria se ne può avere un’idea.
Quando accadevano i fatti da lui menzionati, egli aveva da poco lasciata la cura di Oseacco, in Val Resia, dove aveva trascorso dieci anni e composto il famoso catechismo in resiano.
Ad Antro si scontrò subito con il governo fascista e con i suoi rappresentanti locali a causa del loro divieto sull’uso della lingua popolare nell’esercizio del sacro ministero.
Di questo problema che solo ora pare risolto, egli si occupò anche dopo aver assunta la cura della parrocchia di Premariacco (1947).
Nell’ottobre 1960 S.E. mons. Vouk, arcivescovo di Lubiana, gli fissò un appuntamento a Venezia per informarlo che aveva parlato a papa Giovanni XXIII del ripristino dell’antico uso pastorale conculcato dal fascismo e non ancora riconosciuto dall ‘autorità diocesana.
A quell ‘appuntamento era presente anche lo scrivente.
Nel 1969 don Cram aro lasciò Premariacco per vivere in quiescenza a Campeglio, mio paese natale.

Il Promemoria

Nella zona ad immemorabili si predicava, si insegnavano le preghiere (queste si dicevano anche in chiesa, meno le preghiere liturgiche) in sloveno; e la dottrina cristiana veniva pure insegnata in sloveno, con un testo approvato dall’Arcivescovo di Udine, già verso il 1888 (1).
L’autorità civile volle più e più volte che la predicazione venisse fatta in italiano (2). v
La cosa sarebbe buona se la predicazione in tale lingua fosse stata intesa, ma purtroppo, quell’autorità la quale tanto s’affannava per il cambiamento, non aveva mai pensato, ad intensificare l’istruzione di queste popolazioni alloglotte, cosicchè fino al 1933 (=XI0 era fascista) si poteva dire che la zona alloglotta era l’ultima regione per le scuole, non solo in Friuli, ma in tutto il Veneto.
La cosa si era fatta nota più volte all’autorità interessata, ma senza alcun esito.

Ma ecco che il giorno 16 agosto 1933-XI0: i sacerdoti D. Cuffolo di Lasiz, D. Qualizza di Vernasso, D. Cramaro di Antro e D. Simiz di Mersino, vengono chiamati a S. Pietro al Natisone dal Tenente dei RR.CC. di Cividale: sig. Vincenzo Batteatti ed ebbero da lui l’ordine, perentorio, di sostituire la lingua slovena, nella predicazione e nell’insegnamento della dottrina ai fanciulli con la lingua italiana (3).
I sacerdoti suddetti dichiararono di non poter assolutamente ricevere simili ordini, se non dal Vescovo loro, da cui esclusivamente dipendevano ed al quale debbono unicamente rendere ragione del proprio operato.
E tale dichiarazione fu ripetuta in iscritto quando il Tenente presentò in iscritto l’ordine perché venisse accettato con l’apposizione della firma.

Prima cura dei sacerdoti fu di informare il proprio Arcivescovo Mons. Giuseppe Nogara della cosa anche per avere le debite istruzioni sul modo di comportarsi.
Egli disse di aver avuto conoscenza dì quegli ordini; disse che essi furono trasmessi da Roma, dal Duce (13); che egli, appena richiesto da S.E. il prefetto Temistole Testa, perché volesse passare alla loro applicazione, aveva chiesto direttamente a Roma perché non aveva autorità per dare simili ordini; disse infine che in attesa di una risposta, sì accettassero quelli, perché diversamente tutti i Sacerdoti sarebbero condotti al confino.
Assicurò che si sarebbe adoperato a far cessare tutte le vessazioni degli elementi locali. Ciò succedeva il 24 agosto.
Due giorni dopo il Ten. Bateatti, a Cividale, ferma sulla pubblica piazza il sàc. Cramaro lo avverte che da quel momento doveva considerano diffidato come primo oppositore degli ordini superiori dati dal Prefetto in pieno accordo con l’Arcivescovo.

Sapeva già quanto i Sacerdoti avevano detto al colloquio avuto con l’Arcivescovo e preannunciava la sua visita nelle canoniche nel pomeriggio della giornata.
Il Sac. Cramaro eccepì l’autorità del tenente per l’ammonizione e protestò contro il trattamento su una pubbuca via, per questo ebbe l’invito formale di presentarsi al suo ufficio alle ore 12. Ci andò, ma il Tenente fu irreperibile.
Nel pomeriggio, accompagnato dal maresciallo Giora di S. Pietro, venne ad Antro; fu firmato l’ordine portato ed egli partì imbronciatissimo.

Gli elementi verdi locali e tutti coloro che avevano degli interessi e delle speranze, credettero giunta l’ora propizia per sfogare le antiche passioni contro i Sacerdoti identificati ormai, secondo loro, per disfattisti, sabotatori e iugoslavi; ed incominciò lo stillicidio di vessazioni e di calunnie, in cui nessuno fu rispettato.
La campagna era fomentata dagli elementi del clero, che volevano diventare, ad ogni costo, eroi nazionali, e cercavano di rifarsi la verginità ecclesiastica perduta attraverso l’attività equivocamente politica (parole dette dall’Arcivescovo al prefetto e ripetute al sac. Guyon e Cramaro a Rosazzo).

Tale stato di cose persuase D. Cramaro a recarsi a Roma per incontrare S.E. Mons. Nogara di ritorno dalla Terra Santa (4), ed esporgli minutamente la situazione e chiedere alle altissime Gerarchie una inchiesta sulla condotta e sull’operato dei Sacerdoti più bersagliati.
Partì egli il giorno 24 settembre ed il 27 mattina si trovava a Roma insieme al M.R. Don Zufferli (5) nel collegio dei PP. Stimatini.
Furono subito ricevuti da mons. Nogara, al quale esposero in un colloquio di oltre un’ora, la situazione anormale della Zona e gli fecero vedere l’urgenza di una chiarificazione.
Monsignor Nogara fu oltremodo impressionato dalle informazioni ricevute e pregò i due Sacerdoti a voler rimanere a disposizione sua, perchè nel pomeriggio, verso le 15, li avrebbe chiamati in Vaticano, nella speranza di poter ottenere un’udienza da S.E. Mons. Pizzardo (6) addetto alla Segreteria di Stato per gli affari straordinari.
Alle 13 infatti i due Sacerdoti chiamati telefonicamente, furono avvertiti che l’appuntamento era fissato per le ore 16 e che quindi a quell’ora essi dovevano trovarsi davanti al portone di bronzo (7). Alle ore 15 e 30 ci si trovava al posto di consegna, di fronte alle guardie svizzere, fra due carabinieri reali che ci squadravano da capo a piedi.
All’ora stabilita Mons. Nogara usciva frettolosamente sul portone e fece cenno ai due di entrare; lo sì seguì quasi di corsa e con l’ascensore si salì alla Segreteria di Stato.

Dopo un quarto d’ora di anticamera, piacevole anticamera perchè Mons. Nogara ci intrattenne con i suoi ricordi sulla vita di corte... fummo introdotti presso Mons. Pizzardo.
Ci si trovava nella sala dei diplomatici! Si prese posto al tavolo dell’illustre Monsignore.
E S.E. Mons. Nogara fece brevemente l’istoriato degli avvenimenti e dei provvedimenti circa il linguaggio; poi invitò il sac. Cramaro ad illustrare ed a chiarire gli ultimi dati di fatto.
Questi, fatta la descrizione dei luoghi, degli abitanti, delle condizioni e del grado di istruzione concessa dai giovani fino a quest’epoca, protestò contro il provvedimento ed ancora contro il modo usato nel mandarlo ad effetto.
Da vero diplomatico l’ecc.mo Mons. Pizzardo non volle credere a quanto affermavo:
“In 68 anni di appartenenza all’Italia (8), obbiettò, è mai possibile che la popolazione ignori la lingua italiana?”.
Invocai allora la questione di principio e risposi:
“Sorvolando il fatto che ancor oggi alla fine dell’undicesimo anno dell’era fascista, in un raggio di quasi quattro Kmq. esiste nella mia cura una sola scuola elementare che conduce il bambino alla V0 classe, a me sembra che la questione della predicazione è una questione di diritto divino-positivo ed emìnentemente magisteriale alla quale la Chiesa non può rinunciare”.
M’interruppe e disse che il sacerdote deve adoperarsi per quanto gli è possibile anche per far penetrare la lingua nazionale fra le sue popolazioni.
Accennò che a Bolzano, nel giorno del - Corpus Domini - si sarebbe potuto avere una grandiosa manifestazione di fede, perchè le autorità avrebbero partecipato inquadrate alla processione con i balilla e le piccole italiane (9), se si fosse cantato in italiano e che la manifestazione non potè aver luogo per l’ostinazione del Vicario generale della diocesi, che non volle rinunciare ai canti tedeschi.
Osservai che non era il caso di preferire una parata più o meno sentita ed ostentata in una festa, all’efficacia di una predicazione nella lingua del popolo.
Replicò che i tempi sono anormali e che bisogna adattarsi perchè la S. Sede non sa che fare.
Essa deve piangere continuamente ora con le questioni del goriziano, ora per quelle dell’Alto Adige, che per esempio, in questi due anni, con oltre 28 persone proposte, non si è ancora potuto provvedere per la nomina del Vescovo di Gorizia (10).
Per cui il S. Padre afflitto, ha detto:
“Ci andrò io!”
Che se il clero fosse stato più obbediente anche alle autorità civili, si sarebbero evitate questioni.
Risposi che se la Chiesa avesse dovuto adattarsi ai poteri civili, giusto il suo desiderio, non avrebbe avuto le glorie dei martiri, non avremo oggi il sacro colle Vaticano col palazzo pontificio.
Tornai alla questione di principio, citai le parole del Papa nelle quali egli osservava che
“i missionari non dovevano predicare nè questo nè quel nazionalismo, ma la Chiesa cattolica e l’insegnamento del Cristo nella lingua del popolo e che egli, il Papa, si preoccupava del clero indigeno proprio per tale insegnamento,
“O, dissi, il dono delle lingue nel giorno di Pentecoste deve suffragare questa tesi, oppure fu una sciocchezza”.
Replicò Mons. Pizzardo che quelli erano altri tempi; a cui io:
“ Ma lo Spirito Santo è sempre lo stesso!”
(risa di Mons. Nogara e sue).

Se dunque la predicazione è un affare di diritto divino-positivo, dissi, vedrei volentieri la Chiesa nella sua doverosa intransigenza, mandare al martirio i suoi Sacerdoti per proteggere tale diritto.
E noi Sacerdoti abbiamo detto al nostro Arcivescovo che eravamo pronti a tutto, se egli l’avesse richiesto”.
Mi volle dar delle direttive sul modo di comportarsi nella predicazione:
“Prima, disse, faccia la predica in italiano, poi faccia la spiegazione in sloveno”.
Gli dissi che ciò era assolutamente vietato dalle autorità e che anche con ciò non si poteva dire risolto l’affare di principio.
Estrassi a questo punto “L’Avvenire d’Italia” (11) comprato nella notte a Bologna e lessi ciò che gli Italiani scrivevano per la questione linguistica a Malta.
Ecco il comunicato:
“La Tribuna ha da Malta che la nuova lettera patente del Governo ha prodotto dolorosa impressione in tutta l’isola.
Il governo di Londra ha voluto vibrare un altro colpo alla libertà degli isolani.
Ormai la costituzione è priva di qualsiasi contenuto e valore.
Dichiarando materia riservata e cioè di interesse imperiale ora questo ora quello istituto o questione, il Governo autonomo dell’isola è andato a gambe all’aria.
Gli isolani si vedono diminuiti ed offesi nella loro dignità.
In questi ultimi tempi ogni lettera patente ha limitato la loro libertà.
Circa poi quei provvedimenti a carattere anti italiano, non si vede come all’Inghilterra, la quale pretende di aver tradizioni di libertà, possono far ombra una scuola italiana, e un istituto culturale italiano.
Si è in un campo esclusivamente culturale e si fa con la mente uno sforzo che sia veramente l’Inghilterra che combatte la lingua di Dante, tanto la cosa sembra incredibile”.
Se gli Italiani, obiettai, per una questione puramente culturale, chiedono il ristabilimento della lingua, perchè la Chiesa, per una questione eminentemente spirituale cede così facilmente e senza neppure una protesta?

A questo punto cominciò a parlare mons. Nogara facendo osservare che l’autorità civile aveva invaso un campo eminentemente ecclesiastico e giurisdiziale, ledente il Concordato; e chiese che si intraprendessero delle trattative, la cui base avrebbe dovuto essere l’accettazione dei seguenti cinque punti:

A

Le prediche fossero pure in lingua italiana, ma si conservasse il riassunto nella lingua volgare;

B

L’insegnamento del catechismo ai fanciulli sul testo ufficiale della diocesi, ma fino alla terza classe scolastica, tale insegnamento fosse impartito in lingua volgare;

C

Che a carico dei sacerdoti, direttamente presi di mira, fosse aperta un’inchiesta per assodare le responsabilità di ciascuno;

D

Al trattamento economico dei sacerdoti della zona, si provvedesse civilmente, come si fa per i parroci.

E

L’istruzione scolastica intensificata mediante l’apertura di nuove scuole.

Alla domanda di mons. Pizzardo se egli mons. Nogara, avesse avuto una qualche risposta da parte della Segreteria di Stato di Sua Santità, mons. Nogara rispose di aver avuto, prima di andare in terra Santa, da mons. Ottaviani la risposta:
“Episcopus utatur munere suo” (12)
e lamentava che una tale risposta era assolutamente inadeguata alla gravità della questione.
Alla domanda di D. Cramaro se dalle trattative col R. Governo si avesse potuto nutrire qualche speranza d’intesa, mons. Pizzardo rispose che non c’era da nutrire soverchie speranze, perchè l’ordine emanato veniva direttamente dal Duce (13).
S.E. mons. Nogara ebbe l’ordine di stendere le sue richieste in apposito memoriale che sarebbe stato mandato al R. Governo, ed uscimmo dai sacri appartamenti.

L’indomani mattina il sottoscritto, insieme al compagno, si recarono di nuovo in Vaticano per visitare mons. Tardini.
Vi furono ammessi subito e gli raccontarono tutto ciò che era successo.
Egli disse che da mons. Pizzardo non c’era da aspettare nulla, perchè non gli tornava conto di avere dei grattacapi diplomatici e che, secondo lui, l’unica e la più efficace via era d’informare direttamente il Santo Padre, perchè tutte le lettere che a lui sono indirizzate, le legge personalmente.
Fu allora che i due scrissero al Papa la seguente lettera:


Beatissimo Padre, i sottoscritti sacerdoti esercitanti il proprio ministero fra le popolazioni slovene dell’Arcidiocesi di Udine, mandati dagli oltre trenta confratelli della zona ad incontrare, qui a Roma il proprio Arcivescovo, onde informare lui ed insieme a lui Vostra Santità della gravissima situazione creatasi nella Slavia italiana (14) in seguito all’ordine tassativo e perentorio di S.E. il Capo del governo italiano, circa la predicazione e l’insegnamento della dottrina cristiana unicamente e solo nella lingua italiana (delle quali ingiunzioni accludono copia autentica) non avendo potuto avvicinare Voi, Beatissimo Padre, si permettono di esporrre umilmente con la presente, quanto appresso.

Sottacendo il fatto che le ingiunzioni in parola ledono evidentemente l’art. 22 del Concordato (15), e schiantano d’un colpo la vita religiosa di una popolazione di oltre ventimila anime, debbono far presente che con questo provvedimento il clero locale viene messo in una condizione di palese impossibilità ad esercitare il proprio ministero.
Infatti come deve il sacerdote istruire nella lingua italiana una popolazione che parla ed intende tuttora solo lo sloveno?
E come deve uniformarsi alle regole della Chiesa ed in specie al decreto “Quam Singulari” sulla prima comunione, se il bambino appena in terza classe elementare comincia a balbettare l’italiano?
Essendo proibita ogni parola in lingua slovena, deve egli insegnare la lingua nella dottrina, oppure le verità eterne?
Qui i bambini, date le distanze, la pessima viabilità, l’inclemenza delle stagioni, cominciano a frequentare la scuola verso gli otto anni, cosicchè il sacerdote non può in alcun modo iniziare l’insegnamento religioso in lingua italiana, prima dei nove o dieci anni, nè può pretendere una congrua preparazione alla prima S. Comunione, se non dopo gli undici anni.
La popolazione medesima si sente crudamente colpita nel profondo sentimento religioso, in seguito all’interdizione della predicazione e dell’istruzione nella propria lingua, interdizione che non ha precedenti nella storia, e depreca acerbamente sia l’invadenza dell’autorità civile, sia la remissività dei sacerdoti in ciò che costituisce il patrimonio più sacro della Chiesa.
Per la qual cosa la medesima popolazione ha dichiarato di rifiutarsi a stipendiare più oltre il proprio sacerdote, quando questi non volesse più prestare il servizio religioso nella propria lingua da essa intesa e parlata. Santità!
Si è andati per le case a sequestrare il catechismo sloveno come fosse un corpo di reato (16).
E successo il fatto che agenti intimidatori ed a-religiosi, si sono presentati nelle famiglie ove si recita il rosario in sloveno ogni sera, ed hanno minacciato la denuncia, se non avessero voluto smettere con quelle preghiere.
E successo il fatto che dei bambini invitati dai genitori a recitare le orazioni nella loro lingua in uso, si sono rifiutati ed hanno dichiarato di denunciare gli stessi propri genitori, se essi avessero voluto continuare a farli pregare in sloveno.
Può il sacerdote, in coscienza, rimanere al proprio posto per assistere alla distruzione sistematica e violenta di tutto un passato religioso ed al tramonto della preghiera familiare e comune chea tutt’oggi ha preservato questa patriarcale popolazione dalla tabe dei vizi, dell’agnosticismo e del pragmatismo odierno?

E qui dobbiamo far presente che si è andati anche contro il disposto dello art. 43 del Concordato, perchè a diversi sacerdoti, il Tenente dei carabinieri avrebbe interdetto anche il lavoro nell’Azione Cattolica.
I sottoscritti Sacerdoti furono, col proprio Arcivescovo mons. Nogara, in udienza da mons. Pizzardo il giorno 28 c.m. ed ebbero da lui dichiarazioni che dai negoziati col R. Governo ben poco ci sarebbe da sperare perchè, ci disse, dopo sessantasette anni di appartenenza all’Italia, ormai tutti dovrebbero conoscere l’italiano.
Santità, lo Stato italiano dimentica di aver trascurato l’istruzione primaria dal 1866 ad oggi, fra le popolazioni rurali e montane della Slavia italiana (14); ora soltanto il governo fascista ha portato un qualche incremento nell’istruzione primaria, ma ancora assolutamente inadeguato ai bisogni locali. L’autorità religiosa con un’esatta inchiesta, può rendersi edotta della veridicità del nostro asserto.

I Sacerdoti del Vìcariato Foraneo di S. Pietro al Natisone (Ud.) ai quali ancora non fu data alcuna precisa direttiva, la desidererebbero e con là presente umilmente la chiedono a Vostra Santità, onde tranquillizare la propria coscienza, tanto più che essi sono continuamente pedinati, osservati e discussi dall’autorità civile.
Usque ad effusionem sanguinis!
Chinandoci al bacio del Sacro Piede.

Roma, 27 settembre 1933.

Alla lettera non fu data risposta alcuna; soltanto mons. Nogara ebbe qualche sentore perchè chiese cosa fosse stato presentato in Vaticano oltre il suo memoriale.
Le vessazioni ai sacerdoti continuarono, anche perchè volute dai sacerdoti dell’altra sponda (17).

L’invocata inchiesta non venne, i superiori ecclesiastici dissimulavano tutto volutamente, per non aver beghe.
E tutto procedette per il proprio verso.
Il sottoscritto, però, non s’acquetò e scrisse al Prefetto di Udine lamentando lo stato di fatto, chiedendo nuove scuole e l’energia elettrica, per poter in tutti i modi intensificare l’istruzione dei fanciulli nella lingua.

Fu lui, don Cramaro, chiamato telegraficamente dal Prefetto, e in un colloquio abbastanza lungo e animato, si venne alla conclusione che l’Autorità avrebbe provveduto ad incrementare le scuole, avrebbe fornito l’energia elettrica a tutta la zona ed avrebbe provveduto a tacitare ringhiosi elementi locali.
E ciò fu in parte mantenuto perchè la scuola di Pegliano fu provvista subito dell’insegnante; furono iniziate pratiche per condurre l’energia elettrica, la quale giunse nella zona il 5 gennaio 1934.
In quest’opera la popolazione delle diverse borgate andò a gara nel fornire gratuitamente i pali e nel metterli a posto.
Ammirabile in ciò la popolazione di Pegliano che, senza essere benificata direttamente, pure forni compatta e legname e mano d’opera.
Fu una vittoria che impressionò e indispose vieppiù i nemici del prete.
Il prete in questi paraggi, doveva essere l’umile servo di tutti, il cane battuto che non poteva ribellarsi mai.
Colui che osava emergere comunque, doveva essere liquidato dai famigerati massoni libidinosi del dominio incontrastato.

Un po’ alla volta la popolazione si calmò, anche mercè la persuasione dei sacerdoti.
Accettò il fatto compiuto della lingua, però l’efficacia dell’istruzione diminuì sempre più.
Ed i posteri potranno dire dove arriverà la popolazione che fino al provvedimento era religiosissima e di una moralità, almeno in montagna, incontaminata.
(Dal: “NOVI MATAJUR” - maggio-giugno 1975)

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