Quando la Slavia divenne parte del Regno d’Italia

Nel luglio del 1866, mentre Garibaldi avanzava in Trentino, il generale Cialdini attraversava il Veneto e raggiungeva il Friuli, dal quale gli austriaci si erano ritirati con una mossa rapida e ben organizzata.
Dopo aver riletto con l’occhio critico del gesuita di Tarcetta, p. Antonio Banchig (1814 - 1891), alcune situazioni della seconda (1859) e terza guerra d’indipendenza (1866), in questo e nei prossimi numeri del nostro giornale ci soffermeremo sugli avvenimenti militari e politici che portarono la Slavia e il Friuli sotto il Regno Sabaudo, sul significato e la portata del plebiscito indetto dall’Italia il 21 e 22 ottobre 1866 e sulla definizione dei confini tra l’Italia e l’Austria alla fine delle lunghe trattative in cui, oltre ai due stati contendenti, era chiamata in causa anche la Francia, alla quale l’Austra aveva ceduto il Veneto e il Friuli, e per certi versi anche la Prussia.

I plebisciti del 1860 spinsero le popolazioni del Friuli ad intensificare le manifestazioni antiaustriache e invogliarono molti giovani ad emigrare nelle regioni “liberate”.
Nella notte che seguì la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, grandi fuochi, espressione di festa e di gioia, furono accesi anche sulle montagne delle valli del Natisone, depositi di armi furono tenuti a Pulfero come in altri centri del Friuli. «Durante i moti del 1864, ventiquattro giovani slavi fecero una parata in uniformi garibaldine avanti alla chiesa di S. Canciano sopra Vernassino» 1. C. Podrecca, Slavia Italiana, Cividale 1884, p. 25
Si arrivò così alla vigilia della terza guerra d’indipendenza (1866) che portò al plebiscito e all’inclusione del Friuli e della Slavia nel Regno d’Italia.

Le ostilità con l’Austria iniziarono il 20 giugno quando l’Italia consegnava la dichiarazione di guerra all’arciduca Alberto, comandante austriaco in Italia.
La notizia arrivò presto anche in Friuli e provocò una mobilitazione generale di quanti attendevano la liberazione.
«Nei primi di luglio, nel Cividalese, fu costituita una “banda” agli ordini di Mattia Zuzzi di Codroipo, che per qualche giorno ramingò da Pulfero a Canebola perseguitata dalla polizia.
Verso il 19 luglio la banda si sciolse poiché le vittorie prussiane sull’Elba, la ritirata degli Austriaci e la marcia dell’esercito di spedizione del gen. Cialdini, le avevano tolto ogni ragione di vivere. I fucili di cui era armata la banda, e che erano giunti da Ferrara, vennero ritirati e custoditi dall’ing. Giovanni Manzini di Pulfero che li conservò fino il 22 luglio, quando furono consegnati al Municipio di Udine per armare la guardia cittadina provvisoria.
Ne ricevette in cambio una lettera d’encomio» 2. E. D’Agostini, Ricordi militari del Friuli, II, Udine 1881, p. 62

Nel mese di luglio, mentre Giuseppe Garibaldi avanzava in Trentino, il generale Enrico Cialdini attraversava il Veneto e raggiungeva il Friuli, dal quale gli austriaci si erano ritirati con una mossa rapida e ben organizzata.
A San Pietro al Natisone sventolavano già le bandiere tricolori per accogliere le truppe italiane, ma all’improvviso si sparse la voce che stavano per tornare gli austriaci; le bandiere scomparvero e il paese assunse il suo aspetto quotidiano. Don Antonio Banchig, parroco di San Leonardo, nel suo taccuino descrive così quei momenti di incertezza:
«Addì 27 luglio 1866 giungono 450 soldati Piemontesi a Stupizza e si fermarono fino al 30. Il 6 agosto ritornarono e l'indomani si ritirarono fino al Tagliamento. Il 12 scendono giù da Stupizza gli Austriaci e il 13 sono a San Pietro e a Cividale, il 16 a San Leonardo, il 18 partono.
Il 21 ottobre arrivano i Piemontesi; plebiscito a suon di remonica a San Pietro e a San Leonardo in località Nabarbie.
I suonatori di remonica ogni sera per tutto l'anno passavano per le borgate suonando e gridando: Viva Vittorio Emanuele II re d'Italia con Roma capitale!» 3. A. Cracina, Don Pietro Cernoia, Gorizia 1964, p. 11

La situazione sul fronte militare, quindi, è stata fino alla fine alquanto incerta: gli austriaci, che avevano abbandonato Udine, erano ancora presenti nei distretti di Tolmezzo, Moggio, Gemona Tarcento e Cividale.
Quando in agosto anche queste zone furono liberate, si aprì la questione dei confini. La nuova rappresentanza della provincia friulana, insediata dal regio commissario Quintino Sella, protestò con un promemoria del 21 agosto 1866 contro il cosiddetto confine amministrativo (che si identificava con il confine esistente allora tra la Slavia e il Goriziano), caldeggiando allo stesso tempo la creazione di un confine che arrivasse per lo meno all’Isonzo. In un dispaccio del 24 agosto diramato da Quintino Sella si parla di una rettifica confinaria: l’Austria cederebbe all’Italia Cervignano ed Aquileia, ricevendo in cambio una stretta striscia tra le montagne e lo Iudrio, fra Colovrat e Prepotto.
Si susseguivano voci e supposizioni, mentre il “Giornale di Udine” il 1° ottobre accusa «un certo prete, parroco del distretto di S. Pietro… che fa propaganda tra i villici ignoranti per dimostrare che la loro lingua ed i loro interessi li portano a Lubiana… del resto sono buoni patriotti quanto noi, e non ascolteranno certo le suggestioni di quel cattivo parroco».

«Nella stampa slovena di quel periodo appaiono di tanto in tanto notizie secondo le quali non sarebbe male scambiare una fetta di territorio italiano nel Goriziano con la Benecia;
queste notizie anzi sembrava dovessero avere una più che probabile conferma.
Il trattato di pace del 3 ottobre a Vienna sancì invece un’intesa diversa:
l’imperatore d’Austria concedeva l’unione del regno Lombardo - Veneto al regno d’Italia e il confine del territorio ceduto veniva determinato sulla base degli esistenti confini amministrativi del Regno Lombardo - Veneto.
I propositi di un’eventuale modifica dei confini cadevano in tal modo definitivamente da ambo le parti».

Il 21 e 22 ottobre nel Veneto e in Friuli venne organizzato il plebiscito con il quale venne confermato quanto già deciso dal trattato di pace.
Al plebiscito, che si svolgeva in modo solenne e pubblico, erano chiamati a partecipare i maschi che avevano compiuto i 21 anni.
L’adesione al plebiscito ed i “sì” a questa semplice frase: «Dichiariamo la nostra unione con il regno d’Italia sotto il governo monarchico costituzionale di Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori» fu quasi totale:
su 3687 “sì” ci fu un solo “no” a San Leonardo (i “sì” furono 688 a San Pietro, 313 a Drenchia, 421 a Grimacco, 352 a Rodda, 607 a San Leonardo, 404 a Savogna, 440 a Stregna, 462 a Tarcetta), ma non ci sono dati su quanti, pur avendone diritto, non hanno partecipato al plebiscito, dando così ascolto ai consigli di quel “cattivo parroco”. 4. V. Melik, Gli sloveni della Benecia, in La storia della Slavia Italiana, S. Pietro al Natisone - Trieste 1978, pp. 112 — 113
Giorgio Banchig

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