Rodda


Canti sacri nel comune di Pulfero
In questo nome Rodda, il cui significato rimane ancora da accertare, sono compresi ben diciassette gruppi di case ricoprenti il vasto territorio acclive che partendo da una certa altezza del versante occidentale del Matajur, discende a valle fino a toccare la sponda sinistra del Natisone. Normalmente gli abitanti si dichiarano “di Rodda” per poi specificare la propria borgata con l’aggiunta, se necessaria, della indicazione di Rodda Alta e Bassa; questa distinzione, come vedremo in seguito, assume una certa importanza nella trasformazione ed evoluzione del modo di cantare durante le sacre funzioni.

Le tre chiese di Rodda

La parrocchiale
La parrocchiale
Sopra il vasto territorio della parrocchia vi sono ben tre chiese, tutte e tre di antica data, attorno alle quali sono sorte numerose leggende.
Si tratta di san Ulderico/svet Uorh posta sul costone del monte in luogo isolato, costruita nei secoli XIII/XIV, la cui esatta, primitiva dedicazione sarebbe da attribuire a s.ta Elisabetta Langravia.
Il 13 settembre 1601 fu uisitata la ven.da chiesa di s.ta Helisabetta Langrauia sopra la uila di roda, in questa chiesa non ui è altro, si perché è lontanissima di case et in altissimo monte, si anco perché è unita la sua intrata con le altre due di roda che sono in uila e quando fa bisogno celebrar, le cose necessarie si portano in dette chiese che sono in uila. (Visita past.can. Missio in A. Cracina. Gli slavi del Natisone. Pg. 225).

La seconda, dedicata a San Leonardo abate, risale al tardo quattrocento ed è posta su un vasto pianoro nei pressi della frazione di Osiach.

Infine, la parrocchiale dedicata a san Zenone, costruita nel 1425, sorge all’interno della frazione di Tuomaz (Rodda alta).

Le modificazioni nel canto sacro

La storia di Rodda per quanto concerne il canto religioso, non si discosta dalle altre parrocchie che hanno subito le modificazioni stabilite dal Concilio Vaticano II con l’introduzione della lingua di stato in sostituzione del latino.
La vera rivoluzione però è venuta molto prima, da quando Pre Tita Cruder di Sammardenchia di Tarcento, strenuo difensore della specificità del nostro dialetto, dovette subire il confino durante la prima guerra mondiale, con le solite speciose accuse di austriacantismo.
Ritiratosi al suo paese natale nel 1935, pre Tita fu sostituito nel 1938 dall’energico pre Elio Tracogna di Campeglio, di lingua friulana.
Don Elio conosceva superficialmente il dialetto sloveno che era indispensabile in confessionale, con gli anziani privi di istruzione della lingua italiana.
Le nozioni sufficienti in dialetto sloveno, egli le apprese dalla madre e dalla perpetua, entrambe native della nostra terra.
In breve tempo però don Elio, robusto e possente montanaro con la passione della caccia, riuscì a far adeguare i fedeli alla nuova realtà.

In ogni caso, don Elio ha cercato sempre di rendere il meno possibile traumatico il passaggio dallo sloveno all’italiano, dimostrandosi non solo tollerante nel mantenimento delle tradizioni religiose in genere bensì dando ampio spazio agli anziani che volessero mantenere i canti in uso fino ad allora.
Egli introdusse gradualmente il canto in lingua italiana insegnando alcuni brani popolari ed orecchiabili che ancora oggi sono eseguiti con particolare devozione.
Narra il teste Tonut Ierep, cl. 1913, che nei periodo che precedette la II Guerra mondiale, quando Rodda contava ben settecento abitanti, don Elio organizzò un coro alla grande, con giovani cantori, maschi e femmine, in quantità e volume di voci impressionanti.
Purtroppo l’iniziativa ebbe un periodo molto breve di attività a causa del richiamo alle armi di tutti i giovani maschi e l’altrettanto negativa esplosione del servizio domestico (dikle) delle ragazze che si trasferirono in massa nelle grandi città, ove quasi tutte formarono la propria famiglia.

Don Elio Tracogna trascorse a Rodda tutto il burrascoso periodo della II Guerra mondiale, riuscendo con il buon senso a mantenere lontani dalla gente i nocivi estremismi che tanti danni produssero in altri paesi del comune.

Le quattro tempora ― Vilje

Durante questo periodo rimasero in uso le messe cantate in latino come pure la messa da requiem, tradizionalmente eseguita in occasione della Commemorazione dei defunti (2 nov.) e nelle Quattro Tempora.
La celebrazione delle Quattro Tempora è ancora oggi molto sentita e, messa cantata o meno, al termine di essa il sacerdote si ferma a pregare per i defunti dopo avere cantato il Requiem cui risponde il popolo.
Il Requiem, che ha melodie diverse, comprende l’implorazione per i defunti della parrocchia ed in alcune località anche il brano Dies irae dies illa . Fino ai nostri giorni, a Rodda come altrove sono rimasti in auge altri brani latini come il Miserere, che desta sempre grande commozione specialmente in occasione di funerali; il Te Deum Laudamus, che si canta normalmente alla funzione serale di fine anno accompagnato dallo scampanottio, infine il Veni creator spiritus a capodanno.
A Rodda, stranamente, non esiste memoria dei tre canti antichi tradizionali che erano eseguiti in tutte le altre parrocchie, vale a dire il Te dan je usega veseja/è giorno di grande gioia per Natale, Kristus je od smarti ustal/Cristo è risorto da morte, per Pasqua e l’altrettanto antico Na kolena dol padimo/In ginocchio prostràti, per la benedizione del SS.mo, tutti e tre oggetto di studio da parte di esperti musicologi e su cui ci soffermeremo in altra parte del libro.

Inseriamo qui i testi di due canti dedicati al patrono San Luigi.
Uno viene eseguito durante la processione mentre il secondo è un breve inno.
I motivi di entrambi i brani sono ben noti perché sulla stessa melodia sono stati composti i versi per il patrono di Brischis San Floriano.

Canto per la processione.
1) A te Luigi alziamo il nostro canto
a Te che esulti placido lassù.
Deh tu ascolta o nostro grande santo
o tu Luigi morto per Gesù.

Rit.
O San Luigi
nostro protettor
accogli il nostro cantico
gradisci il nostro amor (bis).

2) Tu sei colui che amò tanto i fratelli
e la sua vita a loro lui donò.
Noi ti preghiamo per la santa chiesa
tu ci insegnasti a vincere o morir. (rit.).

Inno a San Luigi.
Benedetto nei cuori risorge
il tuo nome Luigi che suona
dalle sacre vestigia rintrona
il tuo nome Luigi quaggiù.
(rit.) O Gonzaga, purissimo giglio
germogliato ai divini fulgor /
tu rinserra nei giovani cuori
l ‘amor santo, l’austera virtù.


Le relazioni con Brischis

La vastità del territorio della parrocchia creava non pochi disagi agli abitanti delle frazioni poste più in basso per recarsi alla chiesa di Rodda alta, tanto da indurre parecchi fedeli a servirsi della chiesa di Bnischis, specialmente per la sepoltura dei defunti.
Era inevitabile che i canti ivi appresi, si diffondessero rapidamente a Rodda.

Trascurando le date che non rivestono grande significato, a don Elio si sono succeduti via via don Giuseppe Ribis, dei Gesuiti, l’allora parroco di Brischis prof. Faustino Nazzi, che la ebbe in cura ad interim, don Ferro, Don Luciano Bassi, p. Marino Vit, don Pierino del Fabbro ed infine l’attuale parroco d. Federico Saracino.

Tutti questi sacerdoti, nessuno escluso, con il passare del tempo e la presa di coscienza dei valori linguistici locali, stimolata in prima persona dall’Arcivescovo di Udine mons. Alfredo Battisti, hanno fatto grandi passi e speso molte energie per cancellare dalla mente della gente il complesso di inferiorità creatosi attorno al dialetto sloveno ed al suo canto religioso.

Furono introdotti invece alcuni inni ben noti in tutto il Friuli quali A te l’inno Immacolata, Dal tuo celeste trono, E’ l’ora che pia, Benediteci o Signore, Tu sole vivo, il canto processionale Noi vogliam Dio, come pure A te Luigi alziamo il nostro canto, altrettanto solenne dei precedenti, con l’ulteriore merito di accrescere la devozione al santo protettore Luigi Gonzaga.
Per la precisione il titolare di Rodda è san Zenone che, sembra, non goda di particolare seguito, quasi fosse stato imposto da qualche confraternita che a Rodda aveva possedimenti, e non a scelta dei fedeli, secondo l’uso.
In ogni caso, per la gente della valle il patrono di Rodda con relativa sagra ed inni appositi, è e rimane San Luigi Gonzaga, morto nel 1591 e la cui festa si celebra il 21 di giugno.

Le organiste sorelle Petricig


Durante le ricerche di testimonianze sul luogo, in una domenica di luglio del 1998, abbiamo avuto la fortuna di incontrare al termine del rito religioso sostitutivo della S.Messa, le sorelle Valentina e Angela Petncig di Rodda Alta, entrambe diplomate in pianoforte a Bologna previ precedenti studi iniziati a Trieste.
Le due sorelle sono conosciutissime in tutte le valli, anche per avere composto alcune canzoni in dialetto che ormai fanno parte del nostro patrimonio canoro.
Citeremo solo come esempio
Nedeja pred cerkvijo/domenica sul sagrato e
Tata ukupime violin/Papà, comprami il violino.

In questa circostanza le disponibilissime sorelle ci hanno consentito di registrare un ulteriore inno al Patrono San Luigi da eseguire in processione e ci informano che attraversando tutti i marosi e superando le ingiurie del tempo, sono rimasti a galla tre canti in dialetto sloveno che sono eseguiti ancora oggi e precisamente (ovvio, si potrebbe dire) il notissimo Liepa si roža Marja, l’inno a Maria Ausiliatrice, Marija skuoz živlenje/Maria attraverso la vita, ed il canto funebre che si esegue per i defunti Nobedan na vierie, nobedan na vie/Nessuno ci crede, nessuno lo sa .


Quest’ultimo brano merita una particolare attenzione perché compare sulla rivista della Società Filologica Italiana “Ce fastu?” del 1949, quale contributo in una ricerca fatta dal maestro Ettore Specogna di Erbezzo, dal titolo Il pane dei morti (vedi Erbezzo).

Per la curiosità di qualche lettore va detto che il titolo della rivista si riferisce ad un giudizio espresso dal sommo poeta Dante sul parlare friulano di cui nel De vulgaris eloquentiae, riporta la frase: ...eructavit “Ce fastu?

Alcuni nomi di cantori e poeti

Tonut Jerep, classe 1913
Tonut Jerep, classe 1913
A seguito dell’incompleto elenco di brani, in voga e decaduti, cercheremo di riportare alcuni nomi di persone che nel canto religioso, si sono maggiormente distinte per impegno ed assiduità.
In questo non facile compito che comprende sempre il rischio di antipatiche omissioni, ci sarà di aiuto il già citato Tonut, simpaticissimo personaggio conosciuto in tutta la valle.
Tonut accenna alcuni motivi della sua infanzia e gioventù nel periodo di pre Tita Cruder, quando gli anziani cantori avevano la prerogativa di intonare i canti della tradizione ed un posto fisso sopra il ballatoio posto all’ingresso della chiesa.

Di questi normalmente dodici anziani, simboleggianti gli apostoli, Tonut ne rammenta bene il nome, il casato e le fattezze fisiche.
I sei ricordati dal nostro interlocutore furono:
Berghignan Giovanni, Potokinov;
Giuseppe Saccù, Sakoličovi;
Antonio Morielaz, Batojkih;
Antonio Mucig, Zetaj;
Alessandro ed Antonio Zuanella, Žuanela;
Antonio Sturam, Klemenovi.

Non va dimenticato che Rodda è terra di poeti, come il carabiniere Domenis che dedicò alcune strofe al neo sacerdote Valentino Birtig, anche egli poeta sotto lo pseudonimo di Zdravko da lui scelto, come amava narrare, dal latino del suo nome Valens che significa sano, da cui Zdravko.
A questi poeti va aggiunto, anche se non nativo di Rodda, don Pietro Podrecca di San Pietro, cappellano a Rodda quando compose la notissima Predraga Italja, preljubi moj doml-Carissima Italia, carissima patria mia.
Sacerdoti di Rodda furono don Giovanni Domenis e di Rodda Alta è nativo don Giuseppe Mucig, parroco di Gagliano nonché canonico della Insigne Collegiata di Cividale.

Lo studente di Lubjana

Don Giuseppe conosce molte cose anche se la sua anzianità è relativa.
Egli ricorda il fatto singolare della presenza a Rodda durante la guerra, di un giovane studente di Lubljana particolarmente attivo al recupero dei canti in lingua slovena.
Il parroco di allora, don Elio Tracogna, tollerante ed attento all’evolversi della politica italiana completamente allo sbando, lo lasciò fare di buon grado, gli diede anzi il suo appoggio e così per un certo periodo a Rodda risuonarono in chiesa i canti dei nonni.
Chi fosse questo studente, che ovviamente avrà avuto le sue buone referenze, non è dato sapere con precisione ma, con le conoscenze storiche venute gradualmente a galla, sappiamo che i comandanti partigiani marxisti/Leninisti, trascinavano davanti ai tribunali del popolo chiunque fosse sospettato di avere collegamenti con l’occidente.
In questo modo furono colpiti quasi tutti i preti che, per il fatto di dipendere dalla chiesa di Roma, erano considerati quinte colonne o spie del Vaticano. Quasi tutti i sacerdoti della vicina valle dell’Isonzo, ebbero la palma del martirio per la fedeltà verso la Chiesa Cattolica. Non c’è quindi da meravigliarsi che lo studente, devoto e cattolico, possa essere stato un seminarista di Lubjana che si sentiva minacciato. Queste sono le uniche tracce della sua permanenza a Rodda anche se rimane la convinzione che il frutto delle sue ricerche sia depositato fra le scartoffie della chiesa di Rodda, rimasta per parecchi anni alla mercè di chiunque. (M.Tore Barbina Quattro pergamene (Udine 1982).

In unione con Brischis

L’accorpamento di fatto con la parrocchia di Brischis avvenuto durante la cura pastorale del parroco don Nazzi, non ebbe reazioni di rilievo dati i precedenti movimenti di attrazione volti al fondovalle.
Valga per tutti l’esempio di don Antonio Domenis morto nella sua casa di Domenis, la cui lapide commemorativa redatta in lingua slovena era visibile nel cimitero di Brischis.


Il risveglio che il dinamico giovane parroco produsse a Brischis ebbe rapida ripercussione a Rodda tanto che anche San Zenone fu dotato di un armonium De Marchi alla cui tastiera sedevano le citate sorelle Petricig, organiste ambulanti.

Attorno all’armonium si raccoglievano giovani e meno giovani, in un crescendo di attività canore di tutto rispetto con l’introduzione di messe cantate e nuovi brani mutuati dalla contermine parrocchia di Brischis, molto spesso in fusione di voci fra loro.
Mons. Giuseppe Mucig, nelle vesti di diacono alla messa dello Spadone
Mons. Giuseppe Mucig, nelle vesti di diacono alla messa dello Spadone
Luciano Chiabudini
Nino Specogna





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