San Bartolomeo – Sv. Arnej

sul monte di Clastra
Dopo essere state abbandonate al loro destino, le chiesette votive di cui ci occupiamo, hanno subìto entro pochi anni un notevole degrado e pian piano si sono diroccate, aggredite dalle intempe­rie e dalla vegetazione. Lo sman­tellamento delle strutture murarie è stato poi completato dai proprie­tari dei prati e dei terreni adiacenti, i quali hanno utilizzato le belle pietre squadrate per costruire stavoli e fienili.
Questo destino è stato riservato alla chiesetta di S. Giorgio sopra Vernassino della quale si sono conservate soltanto alcune pietre e alla chiesetta di S. Bartolomeo della quale si intui­scono a mala pena i contorni (circa cento anni fa esisteva anco­ra il muro perimetrale ridotto già allora all’altezza di un metro). Come appare dalle fotografie già pubblicate, soltanto la chiesetta di S. Egidio non ha subito un danno così irreparabile e non è escluso che se ne possa tentare un recupe­ro, anche se parziale e limitato alle strutture architettoniche che si sono conservate.

La chiesetta di San Bartolomeo

La chiesetta di S. Bartolomeo / Svet Arnèj era costruita sulla cima del monte omonimo (624 m.) dal quale si gode una vista stupenda sulle valli di Savogna e di S. Leonardo e sulla pianura friulana.

«La chiesetta era quasi coeva di quella di S. Andrea di Cravero, cioè risalente alla prima metà del sec. XV (1440-1442). Il 22 Agosto 1442 è menzionata la custodia della festa di S. Bartolomeo nella villa di Clastra, in favore di Bertoldo de Pace di Cividale»
(cfr. T. Venuti, Chiesette Votive, Udine 1985, pag. 113).

Oltre al santo principa­le si veneravano anche altri santi «collaterali» (S. Biagio, S. Marco, S. Floriano e S. Quirino).
Particolarmente interessante è la devozione a S. Quirino, protettore del bestiame, cui era dedicato anche un altare nella chiesa par­rocchiale (oggi a Maria S.S.).

Cognomi Quirincig, Curinig, Curincig

Così si spiega anche la presenza sul ter­ritorio della parrocchia di S. Leonardo dei cognomi, oggi scomparsi, Quirincig, Curinig, Curincig
(cfr. B. Z. Slovenski priimki v občini Svet Lenart -Dom, 1988, n019, pag.3).

La festa della dedicazione della chiesa si celebrava nel giorno di S. Bartolomeo (24 agosto), mentre durante l’anno si celebravano altre 14 messe (4 messe per pio Legato, messa nel giorno di S. Giuseppe, 5 messe di anniversario, 3 nel giorno delle confessioni e una nel giorno dei conti).
Da notare infine che a S. Bartolomeo, uno dei 12 apostoli, è dedicata anche la famo­sa chiesetta tardogotica situata a Vernasso (metà del 1400).

La popolarità di questo santo è dovu­ta anche al fatto di essere diventa­to il patrono dei pastori e, col tempo, un punto di riferimento stagionale. A lui, infatti, sono stati dedicati diversi proverbi e modi di dire legati al mondo contadino (previsioni del tempo, crescita e maturazione dei prodotti dei campi, raccolta di erbe medicina­li) come ha spiegato Niko Kuret nella sua opera dedicata alle tradi­zioni degli sloveni
(Praznično leto Slovencev, Celje 1967, lI, pag. 256-259).

La costruzione della chiesa

La chiesa di S. Bartolomeo è stata costruita nel 15. secolo in stile tardogotico «sloveno».
Così la descrive il canonico Missio di Cividale che la visitò il 12 maggio 1602:
«Continuando la uisita fu uisitata la Ueneranda Chiesa de Santo Bartolomio situata sul monte de Clastra in qual si ritroua un altare consacrato con quattro santi de rileuo et tutta la palla dorata, et boni mantili con mensa decente». Tra gli oggetti più pre­ziosi viene annotato « un calice con la patena tutta d’argento dora­to, una croce di rame dorata col penello, un campanello del sanc­tus, un mesal Romano»
(cfr. A. Cracina, Gli Slavi della val Natisone, Udine 1978, pag.238).

La chiesa aveva un atrio o pronao e anche un campanile a vela in cui era collocata una campana come risulta dal Rottolo dei censi e livelli della chiesa stessa (1704-1807).
Nel 1602 cameraro della chie­sa di S. Bartolomeo era un certo Juan Iussigh di Clastra il quale dichiarò al canonico Missio che la chiesa ricavava dai suoi ronchi soltanto 6 conzi di vino all’anno «et altro non so che habbia».

Le entrate della chiesa

Allora la chiesa era povera, aveva poche entrate ma poi acquisì a vario titolo diversi terreni e altre entrate annuali.
In una nota del 1791, contenuta nel Rottolo citato, si parla di «Esazioni perpetue in frumento, vino et in contanti» mentre i quaderni dei conti annua­li annotano regolarmente censi, livelli ed affitti, alcuni molto anti­chi, acquisiti nel 1645, 1659, 1689, 1690, 1702, 1717, 1719, come appare dei relativi «Instromenti» (= contratti notari­li).
In un libretto del 1728 sono segnati, tra le entrate, gli affitti di «due solari» di proprietà della chiesa situati nel paese di Clastra, tredici livelli (=canoni d’affitto che si pagano per un prato, campo, fondo ecc.), alcuni censi e qualche danaro ricavato dalla ven­dita di. frumento e fieno.
Negli anni successivi il numero dei «debitori» della chiesa si è stabi­lizzato attorno alle venti unità.
Dai citati quaderni dei conti e da un fascicolo che riporta «Titoli, azio­ni, istromenti ed altre carte pubbli­che e private ed oggetti riguardan­ti il patrimonio della veneranda chiesa di S. Bartolomeo di Clastra», possiamo fare un elenco dei prati e dei campi di proprietà della chiesa che, come si sa, sono stati incamerati dal governo italia­no alla fine del secolo scorso:
«metà del terreno chiamato Pod unza (Pod ùnca), prato detto Nacrassi (Na kràsi), terreno detto Crasiza (Krasfca), prato detto Camagni (Kamanji), prato detto Sotto Barolomio (Pod svétin Arnéjan), prato detto Sabriegam (Za brfegan), terreno arati vo chia­mato Nabriego (Na brfegu), pezzo di prato detto Udobie (V dobje), pezzi di terra detti Nappazzeu (Na paèàu) e Sagrubli o Sagroblami (Za gréblami), altro chiamato Narebri (Na rebri), pezzo di terra arati va chiamata Zara, pezzo di terra arati va chiamato Paruodè (Par uodè) presso Osnetto, pezzo di terra arati va posta nelle perti­nenze di Azzida in luoco detto Uclinze (V klince), un altro pezzo di terra nelle pertinenze di Vernasso in loco detto Naraune (Na ràvne), altri terreni detti Nauertazzi (Na vartàči?), Alnisizza (?), Nacrolvi (?), Nabriesech (Na briezah), Hrusziza (Hrùščica?), Naledine (Na ledine), Pot presechami (Pod presékami), Nacrasseg (Na kràseh), Brisie (Brézje?)».

Le praude

La chiesa doveva talvolta difendere le sue proprietà e i suoi interessi nei confronti di debitori insolventi o di persone che riven­dicavano il possesso di terreni di proprietà della chiesa come risulta dai più volte citati quaderni dei conti: «spese in lite per difesa dei beni della Chiesa» (1778,1781), «Ad Antonio Tomasetigh per saldo delle spese fatte nella causa per la Veneranda chiesa» (1783), «Per la Prauda (= lite, causa) con­tro Nicolo Vogriz e Zuan Vogrig».
Si trattava di somme non indifferenti che venivano pagate per spese processuali ma soprat­tutto per gli avvocati.

Spese straordinarie

Tra le spese straordinarie sostenute dalla chiesa di S. Bartolomeo vanno segnalate quelle relative all’acquisto di un gonfalone di damasco cre­misi (1758) dato che quello precedente era in cattivo stato (nota del 1747) e di una croce d’argento (1753).
Altra spesa importante fu sostenuta nel 1761 quando il «mistro Paulo Allesio» (tagliapietra) fece una «collona et due contracolone, cantoni et profili del atrio della veneranda chiesa di S. Bartolomio». Il lavoro si è reso indispensabile perché già nel 1758 viene segnata una picco­la spesa per «ristorare l’atrio della chiesa disfatto».
Nel 1738 si provvede alla ripara­zione o sostituzione del vec­chio altare ormai deteriorato, costruito nella metà del 16. sec, da «Girolamo Ridolfi Pittore, intagliatore e doratore da Cividale»
(T. Venuti, Chiesette votive, Udine 1985, pag. 113).

La licenza per un nuovo altare era stata data nel 1732 ma soltanto nel 1738 si passò alla realizzazione dell’opera come risulta dalle note di spesa contenute nei quaderni dei conti della chiesa stessa: 1738 «Dati al mistro per indorar l’altare 1.330», 1739 «Per l’altar al signor Mi(stro) Franco Coceano L 120», «Giornate spese dalli uomini e camerari per più volte andar et portai’ statue a Cividale 1. 17», 1740 «Dati all ‘in dorador Coceano L. 191».
Dalle citate note risulta che l’artista, incaricato di rifa­re l’altare e, probabilmente, di ripristinare le statue ricuperate dal vecchio altare era un certo «Gioseffo Coceano» (di Cividale?), di professione doratore.

La chiesa di S. Bartolomeo, come del resto tutte le altre chiese filiali della parrocchia, doveva contribuire anche alle spese della chiesa parrocchiale di S. Leonardo con «rate» o «tangenti» varie. Lo desumo, ad esempio, da alcune note di spesa del 1746 ( del 1771 («dati di sua tangente in croce parochiale L. 6»), 1742 («per la fabrica della Parochiale L. 90»), 1782 («Per resta uro chie­sa Parrocchiale L. 234»), 1778 («dati in ordine al decreto alli deputati della fabrica parochia­le L. 72»), 1785 («Per fabrica parochiale L. 60»), 1802 («In fabrica parocchiale per Decreto L. 150»).

Posizione splendida ma soggetta a intemperie

La chiesetta, posta sulla cima del monte in posizione splendida, era purtroppo battu­ta dai venti del nord e soggetta alle intemperie (soprattutto ful­mini).
Lo si deduce anche dalle frequenti note di spesa, relative alla riparazione della chiesa e soprattutto del tetto, che ricorrono con una certa frequenza sui libri dei conti: «spese per condotte di carri et per manoali ch ‘han fatto più di duecento giornate L. 106; il taglia pietra ha ricevuto per suo lavoro L. 24» (1731), «Per spese in riparo del tetto della chiesa rovinato dal folgore L. 28,6» (1751), «Per ristorare il tetto di chiesa con materiali L. 30» (1754, 1756), «Per ristorar l’atrio della chiesa disfatto L. 5» (1758), «spende in fabrica per Mistro Luca, per legname di fabrica comprato in uilla, manualità portatori di materia­li, peì materiali a Giuseppe Faidutti L. 500» (1764), «aggiustato il tetto della chiesa essendo stato dal vento total­mente rovinato - per coppi n0 200, per mistro Giacomo Cedarmaz muratore L. 24, per calcina, tavele e condotte alla chiesa L. 13» (1771), «Spende in fabrica L. 262, dati per materiali a Petro Faiduti et condota di detti materiali L. 19, per lavori in fabrica L. 60, per calcina, per “morzare” detta calcina et per il porto di detta calcina dalla fornace al suo posto L. 20» (1773) «Per condotta materiali L. 43, per materiali e calcina, coppi n0600, quadri n0100 L. 74» (1781), «Per un carro di coppi, per trasporto coppi, calcina e planelle, per legname e per due muratori L. 337» (1797), «Per restauro del coperto della Ven.da chiesa L. 121» (1804), «Per coppi n0400 L.36» (8.XI. 1807).

Richiesta di una nuova chiesa più accessibile

Come si puo intuire da que­ste ricorrenti note di spesa, la manutenzione della chiesa rap­presentava un onere non indif­ferente per la comunità di Clastra. A ciò bisogna aggiun­gere che la chiesa era distante dal paese e di non facile acces­so soprattutto d’inverno. Perciò i fedeli di Clastra chiesero già nel 1801 all’autorità ecclesiastica di «erreggere in vece (della vecchia) una nuova chiesetta nella villa propria di Clastra col titolare di S. Bartolomio in loco detto “na bearzhu”, fondi di raggione di detta Veneranda Chiesa»
(cfr. I. Venuti, o.c., pag. 114).

La questione però non era tanto semplice, non tutti erano d’accordo di abbandonare e distruggere la chiesa preceden­te alla quale erano sentimental­mente legati.
Di questo avviso era anche il parroco di S. Leonardo il quale si preoccu­pava anche della reazione della gente che avrebbe potuto con­siderare la distruzione della chiesa come una profanazione e un sacrilegio.
Difatti ancora oggi si parla della grandine che per sette anni consecutivi, dopo l’abbandono della chie­setta, avrebbe distrutto i rac­colti sul territorio di Clastra e la gente ha interpretato questo fenomeno come un castigo di Dio.
Un analogo «castigo» sarebbe capitato agli abitanti di Cosizza dopo 16 abbandono della vecchia chiesa di S. Egidio.
Qui, secondo la tradi­zione, sarebbero morte tutte le mucche del paese e soltanto un toro sarebbe sopravvissuto alla ecatombe.

Dopo tante vicissi­tudini finalmente nel 1822 furono rilasciati dall’autorità ecclesiastica e civile i permes­si per l’erezione della nuova chiesa nel paese di Clastra in località Na berjače.

Il 9/7/1823 fu benedetta la prima pietra e il 25/7/1827 si registra il Decreto di benedizione della nuova chiesa
(cfr. I. Venuti, o.c., pag. 114).
Della vecchia chie­setta furono probabilmente recuperati alcuni elementi architettonici e soprattutto le cinque statue del vecchio alta­re ligneo (del 16. sec.?) che ancora oggi decorano il nuovo altare marmoreo risalente al secolo scorso.

Opasilo – le catene di cinta delle chiese

Sul quaderno dei conti del 1750 c’è una interessante annotazione relativa ad una spesa «per altra cena (nel) giorno di dedicazione per cin­ghier la chiesa secondo il anti­co costume».
Nel passato c’era dunque l’usanza di cingere la chiesa con una catena o un nastro per ricordare il giorno della consacrazione della chie­sa stessa che nelle valli del Natisone, ma anche nella parte occidentale della Slovenia, viene chiamàto «opasilo» (= cinta, recinzione, recinto - dal verbo sloveno «opasati» =cin­gere, circondare, fasciare; cfr. anche la voce slovena «pàs» =cinghia, cintura).
Nella ceri­monia della consacrazione della chiesa era compresa anche questa antica tradizione locale probabilmente scono­sciuta in Friuli.
Con questa cerimonia della recinzione («opasilo») l’edificio veniva tolto all’uso profano e destina­to ad un uso sacro; questa «area religiosa» veniva dunque cinta con una catena o altre fascie per rendere ancora più visibile la santità del luogo.
Questa «recinzione » veniva probabilmente rinnovata o ripristinata nel giorno anniver­sano della consacrazione della chiesa
(cfr. Niko Kuret, Praznično leto Slovencev, III, Celje 1970, pag. 128-129).

Molte chiesette erano cinte nel 1600 da queste catene, come risul­ta dai già citati verbali del canom­co Michele Missio di Cividale.
Sembra però che il Missio non conoscesse il significato religioso di queste catene e, credendo si trat­tasse di «superstizioni», ha ordina­to di toglierle (dove ancora esiste­vano), pena l’interdetto della chie­sa stessa.
Infatti, nel mese di settembre del 1601, dopo aver visitato la chiesetta di S. Canziano sopra Vernassino, ordina «che la catena che cinge la chiesa di fuoriuia sj leuata in termine di giorni Otto. Aliter la chiesa sij interdetta»
(cfr. A. Cracina, Gli Slavi della val Natisone, Udine 1978, pag. 226).

Accanto a questa tradizione di «cinghiar» le chiese per ricordare il giorno della consacrazione, esi­steva la tradizione specifica di cin­gere o di circondare con catene le chiese dedicate a S. Leonardo.
Si tratta di due tradizioni distinte nate da motivazioni diverse.
Il citato canonico Missio, dopo aver visita­to nel settembre del 1601 la chiesa di S. Leonardo presso Rodda ordi­na, tra l’altro, «Che sia leuata la catena che è attorno la Chiesa quanto prima»
(cfr. A. Cracina, o.c., pag. 226).

Le catene attorne alle chiese dedicate a S. Leonardo

Per capire questa usanza dobbiamo sapere che S. Leonardo (morto nel 559 in Francia) è considerato il protettore dei carcerati per avere ottenuto dal re Clodoveo la liberazioni di molti prigionieri.
Il culto a S. Leonardo si sviluppò sul suolo sloveno soprattutto a partire dal 15. secolo quando molti fedeli, liberati dai Turchi, fecero costruire numerose chiese votive in onore di S. Leonardo
(cfr. Leto svetnikov, Ljubljana 1973, pag. 263-264).
E risale probabilmente a quel periodo l’abitudine di cingere le chiese dedicate a S. Leonardo con le cate­ne che i prigionieri, miracolosa­mente liberati, offrivano al loro protettore.
(cfr. Niko Kuret, o.c., pag. 127-130).

Ecco dunque spie­gata la presenza delle catene che cingevano anche la chiesetta di S. Leonardo presso Rodda di cui il Missio non ne conosceva nè l’ori­gine nè il significato (cfr. B(ozo) Z(uanella), Le catene di S. Leonardo, Dom, luglio-agosto 1981, pag. 6).
Da notare inoltre che anche «nei territori dell’Im­pero austriaco sui quali aveva giu­risdizione nelle cose spirituali il Capitolo di Cividale, tutte le chie­se parrocchiali dedicate a S. Leonardo erano cinte da catene di ferro. Dagli Atti delle visite cano­niche del Capitolo di Cividale risulta che non soltanto all’arci dia­cono canonico Missio destavano brutta impressione nel 1601 queste catene di San Leonardo, protettore dei carcerati ma anche al canonico Paolo Flumiani nel 1627 quando, in occasione della visita canonica alla chiesa filiale di Caporetto a Staro Sedlo aveva ordinato di togliere la catena che cingeva la suddetta chiesa. Sei anni più tardi, nel 1633, il canonico Michele Basso ha dovuto ordinare la stessa cosa nei riguardi della stessa chie­sa di Stato Sedlo dato che l’ordi­nanza precedente del 1627 non era stata eseguita e lo stesso canonico, nel 1638, di ritorno dalle visitazio­ai nel Tolninotto dovette constata­re con stupore che quelle disgra­ziate catene erano sempre allo stesso posto! Questa volta però il visitatore non seppe trattenere il suo sdegno e negli Atti scrisse questa frase:
“E’ incredibile a quali superstizioni siano soggette queste gend!”
Seguì naturalmente l’ordine perentorio di togliere una volta per sempre questo “scanda­lo” (...)
Lo stesso canonico Michele Basso, di cui sopra, trovò nel 1633 una catena di ferro attor­no alla chiesa, ora parrocchiale, di Volzana (Volče) vicino a Tolmino e attorno alla chiesa parrocchiale di Bukovo sopra Cerkno, ambedue dedicate a San Leonardo. Seguirono naturalmente le solite ordinazioni... Nonostante tutto questo zelo purificatore si trova ancora oggi una catena che cinge la chiesa di San Leonardo a Cerovo di Sotto (Spodnje Cerovo) nel Corno goriziano!»
(cfr. F(ranc) R(upnik), Ancora sulle catene di S. Leonardo, Dom, Novembre 1981, pag. 5).
B. Zuanella – DOM 1992

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