San Canziano – Svet Kocjan


Sopra Mezzana e Vernassino
La chiesetta di San Canziano /svet Kocjàn è situata sul colle omonino che dall’alto dei suoi 726 metri domina le valli del Natisone e dell’Aborna.
«La vista che si gode da quella vetta - scriveva nel 1912 Ivan Trinko - è magnifica: buona parte della pianura friulana, molte dirama­zioni delle Giulie di qua e di là dell‘Isonzo, tra cui il gruppo del Krn, il prossimo Matajur, il Mia, la catena Stol - MonteMaggiore dietro la quale fan capolino il Prestreljenik ed il Canin»
(O. Marinelli, Guida delle Prealpi Giulie, Udine, 1912, pag. 656).

La chiesetta, costruita in stile tardogotico «sloveno» probabilmente nel sec. XV, apparteneva alla parrocchia di Vernassino adagiata sul lato est del monte, come risulta anche dai verbali del canonico Missio che l’aveva visitata, su incarico del Capitolo di Cividale, il 14. 09.1601:
«Continuando la uisita fu uisi­tata la Uen. da Chiesa di s. Canziano annessa a quella di Uernassino come per l’ante detto, in qual è un altar consacrato, mensa decente et buoni mantili, ha l’Ancona uechia, in reliquis in ornato, et etiam in questa chiesa non si tengono suppellettili per esser in loco montuoso et lontanissimo di case, ma quando si celebra si pigliano le cose necessarie in la detta (chiesa) di Uernassi­no.

Il canonico ordinò, tra l’altro, «che la catena che cinge la chiesa de fuoriuia sii leuata in termine di giorni otto», in caso contrario la chiesa sara considerata «interdetta» cioè in essa sarà proibita la celebrazione della santa messa o di altre cerimonie religiose
(Cfr. A. Cracina, Gli Slavi della Val Natisone, Udine 1978, pag. 226).
o, in questo sito, Cultura/letteratura/Mons Cracina/Religiositá e folclore nell'alto Friuli

La funzione e il significato di quella famosa catena che dava fastidio al canonico Michele Missio sono stati ampiamente illustrati nelle puntate riguardanti la chiesetta di San Bartolomeo / svet Arnèj sul monte di Clastra.

Il martire San Canziano

La chiesetta era dedi­cata a San Canziano / svet Kocjàn, un santo martire aqui­lejese che è accomunato nella devozione a San Canzio e a Santa Canzianilla (festa il 30 maggio).
Questi erano romani e di origine nobile ma erano legati in qualche modo anche ad Aquileja dove hanno subito il martirio e per questo motivo sono considerati santi aquileje­si.
«I tre martiri, che la tradi­zione vuole fratelli, caddero sotto Diocleziano agli inizi del sec. IV. La loro «historia» è riferita da Massimo di Torino (sec. V). Furono sepolti ad Aquas Gradatas che corrisponde all’odierna S. Canzian d’Isonzo, dov’è stata scoperta la basilica e la stessa tomba con notevoli resti ossei. La venerazione è attestata anche da una cassetta - reliquiario in argento della fine del sec. V (a Grado) e da Venanzio Fortunato (fine sec. VI).
Il culto era diffuso nell’Italia set­tentrionale (Milano), in Francia e in Germania
(ma soprattutto sul territorio che un tempo era soggetto al patriarcato di Aquileja e in modo par­ticolare nella attuale Slovenia dove esistono numerose loca­lità denominate Kocjàn, Svet Kocjàn in Skocjàn, ndr)»
cfr. Calendario liturgico dell’Arcidiocesi di Udine, 1984-1985, pag. 202/.

Il cognome Coceanig

La devozione a San Canziano / svét Kocjàn nella comunità di Vernassino, di cui era uno dei compatroni, ha favorito la nascita del cogno­me patronimico sloveno Coceànig / Kocjànič o Kočjanič (= il figlio di Canziano), un cognome tipico del luogo che da qui è emigra­to a Cepletischis, Pechinie, Sorzento e nella pianura friula­na.
In Friuli, invece, ha favori­to la nascita dei cognomi Cocean, Coceani, Coceano, dif­fusi soprattutto nella parte orientale del territorio friulano, dove la devozione a questo santo era più viva e più sentita.

Le chiesette votive delle Valli

Le chiesette «votive» delle valli del Natisone sono molto antiche. Lo si deduce anche dai «titoli» o dai santi cui sono state dedicate.
Le più antiche sono quelle dedicate a S. Lorenzo, S. Michele, S. Martino, S. Giovanni Battista, S. Pietro e S. Andrea.
Seguono poi le chiese dedicate a S. Bartolomeo, S. Giacomo, S. Canziano, S. Maria Mad­dalena, S. Antonio Abate, S. Daniele e S. Leonardo.
E’ significativo che tutti questi «titoli» sono presenti anche nella forania di S. Pietro al Natisone.

Nella famosa Bolla di Papa Celestino III (24.11.1192) si parla della «Ecclesia S. Petri de Algida cum capellis suis».
La chiesa-madre di S. Pietro degli Slavi aveva già allora diverse chiese filiali la cui ori­gine deve essere però collocata in un periodo precedente.
Queste «cappelle» hanno subi­to una trasformazione stilistica nel 15° secolo, passando dal romanico al (tardo) gotico che dall’Europa centrale (Praga), attraverso la attuale Slovenia (Ptuj, Kranj, Škofja Loka) ha raggiunto le valli del Natisone fino a lambire la pianura friu­lana
(cfr. Le conferenze del 18. ciclo degli incontri cultura­li «Benečanski kultumi dnevi» di S. Pietro al Natisone, appe­na conclusi).

Le entrate della chiesa

Nel settembre del 1601 la chiesa di S. Primo e Feliciano di Vernassino alla quale erano soggette le filiali di San Can­ziano e San Giorgio - scrive il canonico Michele Missio di Cividale nella sua più volte citata relazione - «caua d’affit­to for(men) to stara uno, contadi (= contanti) L. 6 et un capreto et L. 5 da lonardo Galina, et questi sono affitti antichi; de moderni (caua) de liuello L. 30 s. 7, et con questa Intrata noi gouernamo tre Chiese in clusa la presente »
(cfr. Cracina, Gli Slavi..., pag. 222).

Le entrate coprivano le spese, infatti il cameraro, tale Gasparo Blasutigh, affermò che «habbiamo quanto spende­mo per bisogno della chiesa» dato che la chiesa possedeva allora «mezo terreno dal qual si caua quindici, uinti più et meno conzi de uino»; era inol­tre proprietaria di «una canipa (= cantina), due prati et questi si danno alla mittà» (= a mez­zadria). Inoltre «diuersi paga­no de liuello francabile L. 10» che servivano tra l’altro a pagare «le opere che conzano le uiti» (= la manodopera nella potatura delle viti).
La chiesa doveva poi pagare «ogni anno alle monache del monasterio Maggiore (di Civi­dale) for(men)to stari 3, soldi L. 6, galline n° 3, un polastro et una grauernata così detta in nostra lingua fatta di latti, coa­gulati», dato che il Monastero di S. Maria in Valle vantava dei diritti su alcuni terreni piantati a vite. Per «grauernata» si intende tutto il prodotto del latte lavorato in una giornata nella locale «latte­ria turnaria».
Dagli «Instromenti» o con­tratti, reperibili presso l’archi­vio parrocchiale di Vernassino e dalle «vacchette» (quaderni delle entrate ed uscite) della stessa chiesa, conservate nell’archivio parrocchiale di S. Pietro al Natisone, risulta che il patrimonio delle tre chiese di Vernassino è notevolmente aumentato negli anni successi­vi. I livelli da capitale erano alla fine del 1700 una trentina e venivano pagati annualmente da persone di Vernassino (la maggioranza), ma anche di Blasin, Sorzento, Tarcetta, Oculis, Mersino, Stermizza, Rodda.
Anche i terreni (prati, pascoli, arativo, vigne e boschi) erano piuttosto nume­rosi ed erano dislocati non solo «nelle pertinenze di Costa e di Vernassino» ma anche a Mon­temaggiore, Cepletischis, Gabrovizza, Azzida e Mersino, come avremo modo di annotare in seguito.

La chiesa ricavava qualche staja di frumento da livelli (tri­buti) antichi e recenti («Eredi di qm. Pietro Birtigh di Rodda pagano ab antiquo formenti stara uno»; «Altri di Costa pagano ogi anno di censo for­mento»/ 1812/). Nel 1691, ad esempio, sono stati raccolti cir­ca 8 staja di frumento (6 qli, dato che uno stajo o staro equi-valeva a circa 75 kg.).
La chiesa possedeva nel paese di Vernassino una casa, chiamata nel 1601 semplice­mente «canipa» (= cantina), che è stata poi ampliata e ristrutturata. Essa veniva affit­tata alla gente del posto e nel 1786 è descritta come «un casamento coperto di copi, consistente in una cucina con camera sopra, ed indi anco sopra il granaro con orticello annesso, posto in detta villa di Vernassino». La suddetta casa è diventata in seguito l’abita­zione del parroco o casa canonica che è attualmente in via di ristrutturazione.

Circa il 40% delle entrate, se la stagione era buona, pro­venova dalla vendita del famo­so vino «cividino» tipico della zona di Vernassino. Nel 1691, ad esempio, le vigne di pro­prietà della chiesa avevano prodotto 28 conzi di vino, cir­ca 20 ettolitri, dato che un con­zo equivaleva pressapoco a 70 litri. Venduto a L. 13 il conzo aveva dato un reddito di L. 364. Nello stesso anno la ren­dita di tutti i livelli, sia da capitale che d’affitto, aveva fruttato L. 496.
Le viti erano dunque preziose e in vari con­tratti di locazione si specifica che nei terreni dati in affitto «non sono comprese le viti, che servono a beneficio della Veneranda Chiesa».

L'amministrazione della chiesa di San Canziano

La chiesa di San Canziano sopra Vernassino veniva amministrata dal cameraro, eletto ogni anno dai capifami­glia, mentre il vicario di San Pietro e il Capitolo di Cividale avevano soltanto il compito di controllare che l’amministra­zione fosse sana ed oculata. Con le entrate, cui abbiamo accennato nella puntata prece­dente, «il comune di Vernassino» sopperiva comodamente alle necessità delle sue tre chie­se e quando alla fine del 1800 il Governo italiano ha incame­rato i terreni di proprietà della chiesa, ha fatto un torto ed ha arrecato un danno materiale soprattutto ai fedeli che da quel momento hanno dovuto cercare altre entrate sostitutive, ad es. le elemosine o «àmožne».
I terreni di proprietà della chiesa, chiamati comunemente «cierkunce», venivano dati in locazione attorno alla festa di San Martino vescovo (11 novembre) e nei contratti si specifica sempre che i fittavoli si obbligavano «a ben lavorare e coltivare dette terre ad uso di buoni coloni, a non peggiorare il terreno», altrimenti scattava­no le sanzioni e il risarcimento dei danni.
Sui documenti della chiesa troviamo alcune annota­zioni interessanti anche dal punto di vista toponimico. I nomi dei terreni sui quali la chiesa vantava, a vario titolo, dei diritti, sono annotati a parti­re dalla fine del 1500 e si sono conservati, nella stragrande maggioranza, fino ai nostri giorni. Ciò ci consente di poter conoscere con assoluta preci­sione l’ubicazione di questi terreni che attualmente hanno altri proprietari e altre destinazioni.

I numerosi terreni della chiesa

Annotiamo prima di tutto i nomi dei terreni posti nelle «pertinenze» o vicinanze di Costa e Vemassino (tra paren­tesi la forma del microtoponi­mo nella grafia slovena moder­na e l’anno in cui il documento é stato scritto):
- «un campo nel­le pertinenze di Vernassino chiamato Nacrassi» (Na Kràsi 1608);
«un campo chiamato Sapogliam (Za poljam) drio la casa di Agnete Blasutigh, cam­po posto nelle pertinenze di detta villa di Vernassino detto Sabre gan» (Za brégan -1632);
«Martin Gundaro de Azzida lavora un pezzo di terra detto Velicagniua (Velika nji­va), un pezzo nominato Sadre­pi (Zatrépi, in altri documenti: Natrep, Na treppo, Natrep);
- un prato detto Rauni (Ràvni) di tre mede di fieno
- et un altro detto Dolinizza (Dolinica) di due mede in circa» (1637);
- «un pezzo di terra chiamato Rau­nizza (Ravnica);
- pezzo di terra chiamato Jamizza» (Jàmica -1676);
- «un pezzo di terra prativa detto Illovizza (Jlovica) con arbori di uiti» (1675);
- un pez­zo di terra detto Nabregu (Na brégu),
- un roncho prativo detto Criba» (Hrìp – 1636);
- «un campo detto Sagrobio (Za gr6bj o),
- altro campo prativo detto Sauartam (Za vàrtam),
- altro detto Pothiso (Pod hišo), altro detto Sacostagnam (Za kostànjam), un peceto di - pascolo detto Buzariah (Bùčarja, in altri documenti: Buzzeria, Na Buzariagh),
- un prato detto Nautreh (Na ùtreh), - un campo detto Plagnaue (Planjàve),
- un campo con prativo annesso non compresi li arbori con uiti detto Sarugné ( Za runjò, in altri documenti Saraugno – 1750);
- «un pezzo di terra boschivo chiamato Urobu (V robu), sive Vuorgha (Vòrha),
- due pezzetti di terra nelle pertinenze di Costa, una chiamata Draga e l’altra Podoban» (Pod dòban),
- due pezzi di terra, uno chiamato Sagubanci­no cletio (Za gubànčino kletjo) arrativo e prativo,
- li pezzi di terra, uno prattivo nominato Sa S. Juriam( Za svétim Jùrjam), chiamato U Varhu (V vàrhu),
- un orto detto Sa zircuno cletio (Za cirkuno kletjò),
- denominato Pot Cerienzan (Pod Čeriencan),to Na uode (Na vodè) con due nogheri,
- u Ronzagh (V r6ncalì vel V rénkah),
- u Rauni (V rauvni),
- Sa caso­nam» (Za kazonam – 1785);
- «la terra della ragione di detta chiesa chiamata Vilazi (V lazi) vel Naopoci (Na opoci o Na opoki – 1803); - «campo detto Perclepaugnaze (Per klepàvnjace o Perk1epavnjake),
- due pezzi di terra prativa chiamati Ugrivag (V grivah - 1803);
- «pezzo di terra chiamato U Polùogah (V poluogah - 1785);
- «due prati detti Rieca (Rieca),
- pascolo detto Potcrassio» (Pod kràsjo -1757);
- «pezzo di terra chiama­to Patuodo (Pod vodo),
- pezzo di terra chiamato Potbriegam» (Pod briegam – 1790);
- «un pez­zo di modoleto chiamato Vslie­bach (V žliebah) item altri due Baiarzi in detta - villa,
roncho di metili due chiamato Ugiabach» (V džjàvah - 1721);
- «un campo a parte prativo situato nelle pertinenze della villa di Costa in luoco chiamato - U goregni Illovìzi» (V gorénji ilovici -179 1);
- «un pezzo di terra chia­mato Podra’> (1652);
- «terra Nacrasi (Na krasi) sive Parbla­sinicliet» (Par Blažini klieti -1812);
- «terra detta Uvosrede» (V osriede - 1843);
- «pezzo di terra chiamato Driegni (Drienje) parte arativo e parte prattivo, item un pezzo di terra detto Parclieti» (Par klieti -1779);
- «un pezzo di pascolo detto Dobij» (Dobje, V dobji -1750);
- «un campo detto par Corene» (Par Koréne – 1791).

La chiesa dei santi Primo e Feliciano possedeva terreni o esercitava su di essi dei diritti anche al di fuori e lontano dalle «pertinenze di Vernassino.
Da un contratto del 16. 8. 1575 risulta che il signor «Bia­sio d’Attimis (alla presenza del cameraro Mattia Zanutich di Vernassino - superiore) ha ven­duto alla chiesa delli Santi Pri­mosio e Feliciano un affitto perpetuo di Frumento staia uno, di danaro L.12 e di un capreto all’anno, pagabili dalli possessori d’un terreno situato in Rodda», chiamato «Berga­gnam» (Berganjam).
Il docu­mento originale in latino è sta­to trascritto il 10.5.1786 dal notaio Giacomo Nussi di Civi­dale il quale afferma di averlo copiato tale e quale da «un pic­ciolo antico libretto di instru­menti» (= contratti) di proprietà della chiesa di Vernassino del quale purtroppo non esiste più alcuna traccia.

Abbiamo già fatto notare che nel 1601 un certo «Lonar­do Galina» pagava L. 5 per un affitto e dava ogni anno un capretto alla chiesa di Vernas­sino. Questa imposta annuale si è conservata intatta fino al secolo scorso, infatti nel 1843 «Jellina Giacomo e compagni di .Jelina(...) pagano ogni anno per un pezzo di terra posto in Montemaggiore (...). Più un capretto che si lascia al Parro­co» (di S. Pietro). 1110.2.1652 «Vrban figliolo del qm. Andreae Goles di Mon­temaggiore (probabilmente di Stermizza, ndr) ha dato, vendu­to et alienato alla v.da Chiesa dei S.ti Primosio e Feliciano un pezzo di terra arrativa di seminazion di pesenatli 3 in circa posto nelle pertinenze di Montemaggiore chiamato Namocila» (Na močila).

Nello stesso anno (1652) un certo Tommaso Loszach (di Losaz) ha venduto alla stessa chiesa «un pezzo di terra arra­tiva che semina pesenali 12 in circa chiamato Pilach posto nelle pertinenze di Montemag­giore».

Da un «instrumento libera­torio con Pietro e Gaspare Batistig di Mersino» del 1691 risulta che la chiesa di Vernas­sino possedeva nei paraggi di Mersino «un campo chiamato Naledina (Na ledina), un cam­po detto Potchisso (Pod hišo), nudo arrativo, un altro campo detto Poduenicam (Po venikam = Pod vinjikam?)... un prato di tre settori in circa chiamato Solaria (Solarja).

Il 10.2.1652 un certo «Luca Trinca di Cepletischis» donò o cedette alla chiesa di Vernassi­no «un prato di un metile chia­mato Rucischia, un altro pezzo per un metile chiamato Sabrech (Za brég), un altro prato di un metile chiamato Camugna» (Kamùnja) terreni posti nelle vicinanze di Cepletischis.
Nel­lo stesso anno «Marin Lazzar» di Gabrovizza lavorava in affit­to «un pezzo (di terra) di sette metili chiamato Celia» Čéla?).

La suddetta chiesa possede­va inoltre «un pezzo di terra prativa con alquanti arbori con uiti posto nelle pertinenze di Gabrovizza loco detto Sacra­sgnacam (Za kràsnjakam -1745; in altro documento del 1776: «Crasgnach ovvero Nacrassi».
Alla fine del 1700 questo terreno «piantato con Modoli, Nogari» e viti veniva lavorato da un certo Stefano Gos di Gabrovizza il quale arrecò un danno alla proprietà della chiesa «per aver tagliato una Nogara» (= noce). Dopo due sopraluoghi effettuati dal perito nel 1798 e nel 1799 il Gos fu costretto a riparare il danno.

La celebrazione delle messe nella chiesa di San Canziano

Ma ritorniamo ad occuparci della chiesetta filiale di San Canziano. Qui si celebravano otto sante messe all’anno:
1)Domenica dopo San Michele,
2)Dedicazione di San Canzia­no,
3)Domenica dopo la festa di San Vito,
4)Nel giorno di san Matteo,
5)Nel giorno di San Canciano,
6)Nel giorno di San Marco,
7)La domenica dopo San Canciano,
8)La 2° domenica dopo Pasqua


(Dal «Rottolo» degli anni 1820-1821-1822).

E’ interessante far notare che «la metà delle mes­se a S. Canciano vengono pagate dalla chiesa di Pon­teacco e le altre dalla chiesa di Vernassino» (Dal «Rottolo» degli anni 1827-1828).
La chiesa di San Canziano era dunque in comproprietà con la comunità di Ponteacco almeno «in spiritualibus» e richiamava sul monte sia i fedeli di Ver­nassino che quelli di Ponteacco e Mezzana.

L'abbandono della chiesa

L’ abbandono definitivo della chiesetta di San Canziano al suo destino o meglio alle intemperie che in un paio di decenni l’hanno ridotta a un rudere, risale al 1935.
I motivi che hanno indotto l’autorità ecclesiastica ad adot­tare un provvedimento così grave, si ricavano dal «Libro storico della Cappellania curata di Vernassino (San Pietro al Natisone) - dal 1932 al 1941 completo» (vol 1).
«Qui in paese e frazioni - scrive don Succaglia Zaccaria nel 1934 - alle volte si sente suonare l ‘armonica (...). Si va a ballare alle volte durante il carnevale a Mezzana, paese di cura d’anime sotto la parrocchia di S. Pietro. Di questo (problema) quindi si distrighi il Rev.mo Parroco di San Pietro e Vica­rio Foraneo».
Esistevano dunque dei lega­mi di amicizia, dei rapporti di buon vicinato tra gli abitanti di Vernassino e quelli di Mezzana - Ponteacco, favoriti anche dal­la chiesetta di San Canziano che li accomunava durante le feste religiose.
Nel corso delle feste patronali si svolgeva anche il ballo che a partire dal­la metà del 1800 era fortemen­te osteggiato dall’autorità reli­giosa. E non senza motivo, dato che in tali occasioni si verificavano degli eccessi con grave scandalo dei fedeli (baruffe, ubriachezze, compor­tamenti disdicevoli ecc.).
E il sacerdote era costretto talvolta a intervenire eliminando la par­te esteriore della festa religiosa, anticipando la messa o tra­sferendo la festività per dissua­dere in qualche modo la gente a non organizzare feste da bal­lo.
Per capire ciò che è succes­so a San Canziano nel 1935 è necessario tener conto anche di queste circostanze.

La causa dell'abbandono

«In questo giorno - annota don Succaglia il 16 giugno 1935 - avvenne un gran can­can, ire e diverbi contro di me da parte della mia popolazione e di quella di Mezzana.
Era la festa di San Canziano, che cadeva proprio in questo gior­no (Domenica dopo la festa di San Vito, ndr) ed io celebrai nella chiesetta del Santo, avvertendo già per tempo i signori di Mezzana, ma questi non vollero sentire (ragioni). Essi volevano la festa il giorno 23 giugno, ma questo era impossibile dal lato morale poiché per quel giorno voleva­no preparare una grande festa da ballo ed alla chiesetta dove­vano convenire tutte le ragazze d’ogni stirpe e nazione per bere coi giovani. il sacerdote poi fra canti di ubriachi dove­va celebrare il sacrifìcio della messa (...).
Si celebrò quindi il 16 giugno giorno in cui cadde la festa. Da qui l’ira e l’odio dei Mezzanesi contro di me; ma nulla m’importa, poichè così evitai scandali maggiori. Da questo giorno pensai già di abolire la festa».

Il motivo per abolire la festa e per chiudere la chiesa venne di lì a poco, come ci informa lo stesso don Succaglia in una nota del 17 agosto 193S. «Vado a San Canziano - scrive il sacerdote - ove celebro per implorare da Dio la pioggia per la grande siccità. Un quat­tro o cinque giorni dopo vengo a conoscenza di un fatto gravissimo e sacrilego nello stesso tempo.
Alcuni nefandi (non si sa chi, ma sono di Mezzana e Ponteacco di certo) ruppero la porta d’ingresso, entrarono nella chiesa di San Canziano e asportarono le reliquie dell’altare ed al posto di esse misero la stagnola dei ciocco­latini.
San Canziano venne così violata e profanata. In seguito a questo fatto sacrilego fù tolta per sempre la sagra di San Canziano che avveniva la pri­ma domenica dopo San Vito martire.
Ci furono critiche e proteste per questa punizione, ma la colpa non è mia».


Il grave provvedimento era stato preso dall’Autorità eccle­siastica, come riferisce nel cita­to «Libro storico» don Angelo Cracina, il successore di don Zaccaria Succaglia nella cura d’anime a Vemassino. «La ter­za domenica di giugno - sotto­linea don Angelo - ricorre la solennità di San Canziano tito­lare della chiesetta sita sul monte omonimo. Essendo que­sta stata profanata, non è pos­sibile per ora officiarla, però si può trasferire la solennità nel­la chiesa curaziale (di Vernas­sino). Da notarsi un forte mal­contento in mezzo alla popolazione perché da circa quattro anni non, si celebra lassù. Le Autorità superiori ecclesiasti­che sono d’avviso di non porre mano a restauri essendo stata in passato quella festa occasio­ne di parecchi disordini quanto alla decenza» (1938).

E così è stato segnato il destino della chiesetta il cui tetto è crollato alla fine degli anni 50 mentre il muro del lato nord è inclinato pericolo­samente e rischia di cadere. L’antico splendore della chie­setta è ora testimoniato dall’elegante portale gotico dietro al quale si intravvedono solo rovine e desolazione.
B. Zuanella – DOM 1993

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