La sorte della Benecia nei trattati internazionali del 1866

Una nuova luce sulle questioni dell'annessione della Slavia al Regno d'Italia viene dal contributo di Jaromir Beran dal titolo
Il plebiscito e la definizione dei confini del Veneto (1866 e 1867)
Dopo aver tracciato un quadro degli avvenimenti del 1866 che precedettero ed accompagnarono la cessione al Regno d’Italia del Veneto, del Friuli e della Slavia da parte dell’Austria, attraverso la Francia, è venuto il momento di approfondire alcuni aspetti che riguardano la portata ed il significato del plebiscito, al quale furono chiamati gli abitanti delle regioni interessate il 21 e 22 ottobre, e la definizione dei nuovi confini tra l’Italia e l’Austria.
Una nuova luce su queste questioni arriva dal contributo di Jaromir Beran, già docente di Storia del diritto presso la facoltà di Legge dell’Università di Lubiana, e pubblicato nel volume
«Zahodno sosedstvo. Slovenski zgodovinarji o slovensko-italijanskih razmerjih do konca prve svetovne vojne»
I vicini occidentali. Gli storici sloveni sui rapporti italo - sloveni fino alla fine della prima guerra mondiale, edito a Lubiana nel 1996 dall’Istituto di storia Milko Kos del Centro di ricerche scientifiche dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (pp. 105 -119).

Lo studio di Jaroslav Beran è importante perché frutto di una ricerca da lui iniziata nel 1953 e poi approfondita nei mesi di gennaio e febbraio del 1954 negli archivi del ministero degli Esteri di Vienna.
In esso l’autore affronta due questioni importanti:
la prima, di carattere generale, sul significato e il valore del plebiscito che ha confermato l’annessione giuridica e di fatto del Veneto all’Italia,
la seconda la possibilità o meno di un cambiamento dei confini come delineati nell’articolo 4 del trattato, sottoscritto il 3 e ratificato il 12 ottobre da Italia e Austria, in modo che in Austria rimanesse parte della Slavia veneta; ovvero se questa possibilità poteva essere concretizzata a partire dall’armistizio del 25 luglio fino al 3 ottobre.
A queste l’autore una questione preliminare, se cioè si fosse manifestata una qualche attenzione particolare nei confronti degli sloveni della Benecia negli anni critici tra il 1860 e il 1866, quando la questione del Veneto, come quella dello Stato pontificio, divenne per la politica europea un problema fastidioso.

Prima di dare una risposta ai due quesiti Beran si sofferma sul nome geografico Beneška Slovenija — Slavia o Slovenia Veneta e sottolinea che esso è antico ed è stato usato in due trattati internazionali: nella convenzione ratificata il 23 ottobre 1751, a Cormons, da Austria e Repubblica di Venezia a proposito del confine tra i due Stati, dove si trova la denominazione «Sciavonia Veneta», e poi nella convenzione, sottoscritta l’8 novembre 1755, a Gorizia, dove si legge «Venezia Schiavona» e «Veneta Schiavonia».
Beneška Slovenija, quindi, sottolinea Beran ha una base giuridica oltre storica e dovuta all’uso.

Quando, al termine della seconda guerra d’indipendenza, ricorda Beran, l’imperatore d’Austria dovette cedere la Lombardia alla Francia vincitrice, questa non pretese un plebiscito e nei quattro trattati, che posero fine alle ostilità, non si parla di alcun assenso da parte della popolazione lombarda alla cessione della loro regione da parte della Francia al Regno di Sardegna.
I due imperatori non erano impediti da alcuna legislazione interna a cedere ad un altro stato un territorio (cessione) o, successivamente, destinarlo ad uno stato terzo (retro-cessione).
In base al progetto elaborato dall’imperatore francese nel 1959, il Veneto rimaneva «sotto la corona dell’imperatore austriaco», ma contemporaneamente diventava uno degli stati membri della confederazione italiana, come stabilito dai trattati di pace di Villafranca e di Zurigo.

Questo progetto venne reso vano dal processo di unificazione dell’Italia che si fermò di fronte al muro dell’intransigente legittimismo austriaco. Ma l’idea che il Veneto ormai facesse parte della della nuova Italia in costruzione sopravvisse negli anni nell’Europa occidentale e arrivò fino ai confini austriaci.

Già durante la guerra del 1859 tutti i 179 comuni della provincia di Udine con un’iniziativa illegale raccolsero «le schede di adesione» al Regno d’Italia le quali, tramite e due loro rappresentanti, furono consegnate personalmente a Camillo Cavour, presidente del governo del Regno di Sardegna (T. Tessitori, Friuli 1866. Uomini e problemi, Udine 1966, p. 35).

Dai documenti diplomatici consultati, che riguardano lo stato precario del Veneto dal 1860 al 1866, a Beran non risulta che l’Austria si sia interessata della popolazione slovena, di cui però era a conoscenza, presente nella parte orientale della regione
(anche l’Italia ne conosceva la realtà, cfr. Dizionario corografico-universale dell’Italia. Del Veneto, Milano 1854, p. 699).

Jaroslav Beran si sofferma poi sui fatti dell’anno 1866, sui quali gli storici hanno fatto luce completa. Quando l’imperatore Napoleone III si rese conto che l’esercito francese non era nelle condizioni di partecipare ai fatti bellici e neanche di intervenire con le armi per preservare la supremazia della Francia nello scontro tra l’Austria e la Prussia, si adoperò con tutti i mezzi diplomatici per salvare l’onore del suo Paese, ma non riuscì ad assicurargli una posizione di equilibrio tra i due rivali che si contendevano l’egemonia.

L’Italia, che egli sosteneva nella sua lotta per l’unificazione, palesemente cercava di sottrarsi all’influenza della Francia.
La mediazione, che di fronte al pericolo della guerra voleva imporre, era ostacolata anche a causa dell’atteggiamento ostile dell’Austria che non riconosceva l’Italia e con la quale non aveva neppure rapporti diplomatici.

Grazie ad un’intensa opera di mediazione l’imperatore francese in modi diversi interferì in entrambi i trattati di pace — tra Prussia ed Austria e tra Italia e Austria —, nei quali la Francia non era parte in causa.
Nel trattato tra Austria e Italia il sovrano francese viene citato esplicitamente come il destinatario di fiducia del Veneto; egli l’avrebbe poi consegnato all’Italia.
Dal punto di vista del diritto internazionale di allora questo passaggio di regioni da uno Stato all’altro non aveva precedenti.
Giorgio Banchig

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