Per i giovani

Alla festa delle castagne
Appunti di Storia della Benečija:
DALLA LIBERAZIONE AD OGGI.
Introduzione

Ponte sospeso fra S. Pietro e Oculis
Tu vent'enne, (o giú di lí ma anche su), cosa conosci di ció che é avvenuto il secolo scorso nella nostra Benečija?
La Scuola sicuramente non ti ha aiutato.
Per esperienza personale so che nella Scuola si inizia a studiare dall'antica Grecia nelle Elementari, si ricomincia sempre dalla Grecia nelle Medie, e ancora dall'antica Grecia nelle Superiori, senza andare oltre la Prima Guerra Mondiale (ammesso che vi si arrivi!).
Ecco perché voglio presentarti la nostra storia con un processo inverso, partendo cioé dai nostri giorni per scendere indietro nel tempo.
Per farlo, voglio utilizzare degli appunti di Storia del prof. Paolo Petricig, apparsi su “Atlante toponomastico e ricerca storica nel Comune di San Pietro al Natisone”.
Questi appunti meritano di essere riesumati, perché non corrano il rischio di rimanere lí ammuffiti per sempre.
Sono appunti chiari, semplici, elementari, ma molto efficaci, alla portata di tutti, di facile lettura e soprattutto utilizzabili come premessa e stimolo per eventuali approfondimenti!
Gli appunti giungono fino all'immediato dopoterremoto.
Ne sono successe di cose in seguito nella Benečija (non foss'altro la legge di tutela o la caduta delle dogane), ma sono di facile acquisizione.
Anzi propongo a voi giovani volonterosi di ricercare documenti (articoli di giornale, conferenze, pubblicazioni, ecc.) e di proporli alla pubblicazione in questa sezione storica del LINTVER, cosí da arrivare veramente fino al nostro immediato.
I° Dalla liberazione ad oggi
Liberazione é un termine piuttosto generico, sta a indicare qualsiasi atto tendente a liberare, render liberi, sciogliere da legami o impedimenti di ogni genere.
In senso teologico e religioso poi si parla di liberazione dal male o dai peccati o dall'ignoranza.
Sta anche ad indicare, ed é questo il significato che ci interessa, gli effetti della Guerra di Liberazione avvenuta in Italia durante la seconda guerra mondiale (dal '43 al '45).
E questi effetti furono la liberazione dal nazi-fascismo e dall'occupazione tedesca.
Nulla piú, anche se non é poco.
Nulla di piú perché immediatamente sorsero pastoie nuove, anzi sempre “nuove” e rinnovantesi, che ci hanno assillato e continuano e continueranno ad assillarci.
Si sa quanto sia vero storicamente l'”homo homini lupus” (in pratica “guerra di tutti contro tutti”, sentenza che esprime palesemente l'egoismo umano) e si sa che, per quanto facciamo, continuerá a essere attuale questa sentenza dell'inglese Thomas Hobbes.
Insomma una storia di luci e ombre anche quella della nostra Benečija dopo la liberazione.
Ma é giusto che conosciamo sia queste luci sia queste ombre.
Perché solo cosí saremo in grado di giudicare, di valutare, di scegliere.
Paolo scrive:
Il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia
La prima questione che riguardó la Benecia nel dopoguerra fu quella del nuovo confine fra l’Italia e la Jugoslavia. Le proposte erano diverse, tutte basate sull’accordo che l’Italia avrebbe dovuto cedere alla Jugoslavia almeno una parte dei territori conquistati all’Austria nel 1918.
I1 disaccordo fra le grandi potenze riguardava l’entitá delle perdite. Americani e inglesi erano nettamente favorevoli all’Italia e avrebbero volentieri limitato al minimo le sue perdite territoriali.
L’URSS invece appoggiava le richieste della Jugoslavia che chiedeva Trieste, Gorizia, la Benecia e la Valcanale, comprendendo nel suo territorio Cividale e Tarcento.
La Francia parteggiava per una soluzione di mezzo: Trieste, Gorizia e la Benecia all’Italia, 1’Istria alla Jugoslavia.
Venne istituita una commissione alleata perché si rendesse conto sul posto della volontá delle popolazioni. Non ci furono grandi novitá rispetto alIe previsioni, ma non mancó qualche incidente.
Infine alla conferenza di pace che si svolse a Parigi nel 1946 venne adottato un compromesso sulla base della proposta francese con alcune importanti modifiche.
Trieste non venne assegnata né all’Italia né alla Jugoslavia e, con i comuni del Carso e il territorio di Capodistria, venne inclusa nel Territorio Libero di Trieste, una specie di staterello sottoposto all’amministrazione alleata.
L’idea non venne mai realizzata del tutto. Cosí il Territorio Libero di Trieste rimase in parte sotto l’amministrazione angloamericana, zona A, e in parte sotto quella jugoslava, zona B.
Una soluzione venne trovata nel 1954 dopo una crisi nei rapporti italo-jugoslavi, con il Memorandum di Londra, quando la zona A con Trieste venne affidata all’amministrazione italiana.
L’attesa della popolazione delle Valli del Natisone fu soddisfatta:
la Benecia restava unita al Friuli e all’Italia.
Problemi a causa del nuovo confine
Questo non fu senza problemi.
Contro quanti avevano militato nell’esercito partigiano sloveno ci fu una campagna particolarmente violenta per opera della formazione nazionalista semilegale del cosidetto Corpo dei Volontari della Libertá.
In diversi casi dovette intervenire la giustizia, mentre diversi expartigiani si videro costretti ad emigrare in Jugoslavia ed in altri paesi, accusati di tradimento e posti sotto processo e poi amnistiati molti anni dopo.
Un vero dramma. l'emigrazione di massa
Una seconda vicenda rappresentó un nuovo dramma per le Valli del Natisone: fu quella dell’emigrazione di massa, un vero e proprio esodo prima verso i paesi europei, poi verso quelli extraeuropei: Canada, Australia, Nuova Caledonia, Argentina, ecc.
Fu una conseguenza della politica dei governi che si proponevano di alleggerire il peso della disoccupazione e della miseria mediante ingenti trasferimenti di forza lavoro nei bacini minerari, nelle cerchie urbane in espansione e nei poli industriali dell’Europa settentrionale.
Insieme a quelli friulani e quelli dell’Italia meridionale, i contadini delle Valli del Natisone trovarono occupazione lontano dal proprio paese come manovali, muratori, carpentieri, minatori, operai. Altri trovarono lavoro nelle campagne.

Alunni in classe con la maestra Rema Iussig

Inaugurazione della Scuola Materna di Azzida, 1951
Le ragazze continuarono la tradizionale professione di domestiche, a basso salario, non solo nelle cittá italiane, ma anche a11’estero, in Svizzera, in Francia, in Belgio, in Inghilterra.
L’esodo coinvolse quindi intere famiglie e spesso a casa rimasero solo le persone anziane.
Chi rimase dovette accontentarsi dei redditi dei suoi campicelli o dei cantieri di lavoro a bassissimo salario. Istituzione che parve benefica in realtá poverissima e senza prospettive.

Processione per il congresso Eucaristico
Finalmente qualcosa di positivo: la zona industriale Manzano-Cividale
Lo sviluppo industriale nelle zone della sedia e l’area del Cividalese alleggerí l’esodo all’estero, ma attrasse nuova forza lavoro dalla montagna col fenomeno del pendolarismo, che comunque tendeva a trasformarsi in residenza definitiva presso i poli
industriali ed a Cividale.
Industrializzazione = spopolamento della montagna
L’effetto combinato fu uno spopolamento senza precedenti della montagna, tant’é vero che gli abitanti passarono dai 16 mila del 1951 ai 14 mila de11961, quindi a meno di 10 mila del 1971 e sotto gli 8 nel 1981:
una perdita demografica superiore al 50%.
I1 fenomeno fu natura1mente piú grave in montagna, perché in quei comuni le perdite furono ancora piú consistenti: solo nel ventennio 1951-1971 il comune di
Drenchia perdette il 56% della popolazione, quello di Grimacco il 46%, quello di Stregna il 49%.
I1 comune di San Pietro ebbe un calo del 24%.
Effetti dello spopolamento: invecchiamento della popolazione, natalitá zero, degrado ambientale

Il vecchio municipio di s. Pietro in demolizione
L’effetto fu una rapida senilizzazione della popolazione e una riduzione quasi a zero della natalitá.
In montagna venne abbandonata la coltivazione dei carnpi, dei prati e dei boschi, venne abbandonata la frutticoltura e il patrimonio zootecnico si ridusse a volori minimi, nonostante si fosse costruito un moderno caseificio ad Azzida con il proposito di stimolare gli allevamenti.
I1 territorio prese ad inselvatichirsi in modo irreversibile.
Impulso alla viabilitá stradale
Dagli anni cinquanta in poi venne dato un generale impulso alla viabilitá stradale, in parte giustificato dalle aspirazioni turistiche, in parte dalle ragioni militari ed in parte dovuto anche aIla politica dei lavori pubblici per favorire le imprese e l’occupazione.
Ne11’arco di dieci-quindici anni si raggiunsero risultati notevoli e molti paesi in quota, come Montefosca, Mersino, Montemaggiore, Masseris, ecc., poterono finalmente essere raggiunti dai mezzi motorizzati.
I1 beneficio immediato fu il miglioramento dell’abitabilitá e dei servizi.
La scuola dell'obbligo e i suoi problemi
In campo scolastico si affrontó con decisione il problema linguistico, ma in senso contrario a quanto dettava la costituzione repubblicana.
Si attuó una fitta rete di scuole materne, gestite dall’Opera Nazionale Italia Redenta (sostituita poi da ONMI=Opera Nazionale Maternitá e Infanzia: nota di Rd.). Esse provocarono un ulteriore abbandono della parlata slovena da parte dei bambini e da parte delle famiglie, dove l’uso dell’ita1iano con i bambini divenne generalizzato.
Vennero costruite numerose scuole, ma il crollo demografico ne provocó qualche anno dopo la chiusura.
Nel 1962 la Scuola Media divenne obbligatoria, con un indubbio beneficio per i ragazzi ai quali si apriva la strada degli studi superiori.
L'Istituto professionale di San Pietro
Nel 1950 venne fondato l’Istituto Professionale di Stato di San Pietro al Natisone, che qualificó muratori, falegnami e carpentieri e si dispose a migliorare Ia professionalitá degli emigranti.
Grazie alI’istituzione della scuola media dell’obbligo ed alle migliorate condizioni di vita si superó la situazione di monocultura dell’istituto magistrale e numerosi giovani affrontarono gli studi nei vari indirizzi, compresi quelli tecnici e scientifici.
Si accrebbero le iscrizioni agli studi universitari.
Industrie che se ne vanno, industrie che giungono - Difficoltá, proteste
Le amministrazioni locali seguirono generalmente in modo piuttosto passivo l’evolversi dei fatti, condizionate dall’uniformitá politica, da un esasperato patriottismo, dalla sottomissione alle autoritá costituite. GIi amministratori non riuscirono ad impostare una politica di sviluppo, costretti a dibattersi nei non pochi problemi quotidiani: viabilitá, fognature, acquedotti, illuminazione, ecc. Un passo importante fu l’insediamento, nella zona di San Pietro, della fabbrica di laminati della Danieli, seguita da quella della Elni. Furono una parziale compensazione alle gravi perdite di posti di lavoro nelle attivitá industriali ed estrattive nel dopoguerra: varie cave dell’Italcementi e la sua fornace di Cemur, le cave di pietra piasentina ed i cantieri per la sua lavorazione, la fornace di laterizi a Cemur e via dicendo.
Vi furono vivaci manifestazioni di protesta che si conclusero 1’8 gennaio 1972 in una assemblea popolare notturna a Cemur, con un corteo con cartelli e slogan a San Leonardo. Giá nel 1963 la popolazione di Azzida aveva partecipato ad una manifestazione sotto il municipio di Cividale ed aveva bloccato ad Azzida la strada di Savogna: le proteste, sostenute dal
Comitato per la Rinascita delle Valli del Natisone, erano dirette contro l’uso indiscriminato del territorio per le esercitazioni militari a fuoco. Si giunse perfino al blocco del poligono di tiro.
A Vernasso le proteste si indirizzavano contro 1’Italcementi a causa dei pericoli, dei danni e dei dissesti nelle case, provocati dalle esplosioni delle mine.
Con l’avvento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia i problemi furono affrontati in modo piú diretto e le ValIi del Natisone entrarono a pieno titolo nei programmi regionali. Non uscirono con questo dalla marginalitá, ma poterono attrezzarsi meglio di servizi. Favori l’approccio ad una visione globale dei problemi la
Comunitá delle Valli del Natisone, che operó come consorzio dei comuni, e poi la comunitá montana. Si ebbe un progresso dei servizi, delle infrastrutture e della dotazione di energia. Nel settore delle comunicazioni vi fu una diffusione delle utenze telefoniche e dei telefoni pubblici.
Probabilmente alcuni passi vennero compiuti con eccessivo ritardo, quando la comunitá si trovava giá esausta a causa dell’emigrazione e del crollo demografico. Non fu questo, comunque, un ritorno all’autonomia conosciuta nel passato. Le scelte programmatiche furono spesso burocratizzate da funzionari esterni e quasi sempre indicate dall’alto.
Nel 1968 circoló in Europa un generale movimento culturale e politico, il quale mise in discussione i modelli di vita e valori culturali. Molti luoghi comuni, schemi culturali e convenzioni vennero contestati radicalmente. Fu un fenomeno di carattere mondiale. Emerse fra l’altro una generale rivendicazione dei diritti che raggiunse il campo delle minoranze linguistiche.
Sorgono associazioni nuove
I1 movimento toccó anche la Slavia Friulana. Gli emigranti sloveni fondarono nel 1968 una propria associazione che, legando i problemi dei lavoratori emigrati a quelli della terra di origine, sollevava il problema della tutela linguistica, culturale ed economica. Vennero cosi riprese con nuova energia le idee sostenute nell’immediato dopoguerra dal
Fronte Democratico Sloveno e, dal 1954 in poi, dal circolo culturale
Ivan Trinko.
Nel 1969 un gruppo di giovani intellettuali fondó presso la parrocchia di Liessa (Grimacco) il
Circolo Culturale Rečan, con un programma di recupero dei valori della cultura e della lingua slovena. A San Pietro venne fondato nel 1972 il
Centro Studi Nediža. Ben presto ogni gruppo diede vita a nuovi organismi e diramazioni per settori: cori, teatro, corsi di lingua, conferenze, ecc.
Evidentemente il clima di libertá e di ricerca fu propizio a questo inedito fervore culturale, che attraversava gli schieramenti politici.
Lo si poté vedere nelle grandi manifestazioni popolari dell’epoca e in primo luogo nei convegni della Kamenica.
Il trattato di Osimo - Confine definitivo
Nel 1975 Italia e Jugoslavia firmarono i trattati di Osimo. Con questi venivano firmati diversi accordi economici, sulle comunicazioni viarie e sulla tutela delle rispettive minoranze.
Assieme a questo venne fissato definitivamente il confine fra i due stati e si superarono cosi le riserve sul trattato di pace del 1947 e del memorandum di Londra del 1954.
Ai circoli sloveni ed ai partiti di sinistra, che avevano ripetutamente presentato delle proposte, parve la volta buona per ottenere una legge di tutela da parte del parlamento. Non l’ottennero perché evidentemente 1’Italia non era disposta a questo passo.
Rivendicazione della legge di tutela
La vicenda provocó pareri e schieramenti contrastanti, con argomenti opposti: per i circoli sloveni la tutela era l’adempimento di un obbligo costituzionale da parte dello stato; per coloro che la contrastavano, questa soluzione non si poneva perché una minoranza slovena qui non esisteva. Gli argomenti dei circoli sloveni ottennero qualche progresso per l’appoggio di alcune amministrazioni locali. Nel 1982 la stessa Democrazia Cristiana presentó una proposta di legge in parlamento in seguito alla Conferenza della Provincia di Udine sui gruppi etnico-linguistici tenutasi nel 1978. La questione rimane tuttora aperta.
Il terribile terremoto
L’ultimo dramma fu quello del terremoto.
La sera del 6 maggio 1976, il Friuli venne scosso da un sommovimento tellurico che raggiunse il decimo grado della scala Mercalli.
I danni nelle Valli del Natisone furono gravi.
Vi fu un generale movimento di solidarietá da varie regioni italiane, da paesi europei ed extraeuropei.
Con i fondi degli USA, a San Pietro al Natisone fu costruito un nuovo collegio.
I1 parlamento italiano, sollecitato dai parlamentari friulani, trovó l’unitá necessaria per approvare le leggi atte a finanziare l’immane programma di ricostruzione.
Su iniziativa delle associazioni slovene venne fondato un
Comitato di Coordinamento degli Aiuti.
L’aiuto della Slovenia fu importante e qualificato.
Operó un équipe di tecnici; vennero costruite case prefabbricate; ci furono riparazioni e le tecniche antisismiche slovene vennero diffuse anche fra i tecnici friulani.
Scene di terremoto

Marta Quarina con l'ing. Ierep

L'architetto Simonitti nel corso della dimostrazione antisismica alla casa Quarina
Sorgono industrie a capitale misto
La volontá di sopravvivere alla sciagura mobilitó nuove energie.
Alla ricostruzione degli abitati colpiti dal terremoto, segui la fondazione di alcune aziende industriali a capitale misto, con una significativa anticipazione degli accordi di Osimo.
Nel frattempo il Comune di San Pietro al Natisone e la Comunitá Montana si impegnarono soprattutto nell’allestimento delle infrastrutture necessarie alle nuove attivitá economiche.
Possibilitá di alternanza politica nelle Amministrazioni Comunali
In questo fervore si verificó un mutamento politico di rilievo.
Venne cioé realizzata in alcuni comuni la cosiddetta alternanza, ovvero la possibilitá che alla guida dei comuni giungessero schieramenti diversi.
Ció avvenne nel 1975 a Grimacco e a Savogna; nel 1980 a San Pietro aI Natisone, nel 1983 a Drenchia.
Questo portó ad un elevamento del livello del dibattito politico e a un generale miglioramento qualitativo di tutte le amministrazioni comunali, miglioramento imposto agli amministratori dalla necessitá di misurarsi anche con problemi di carattere generale, fra cui quelli della cooperazione internazionale nelle aree di confine, del ruolo delle zone di montagna nella Regione e, non ultimo, della tutela della minoranza slovena.
Sul piano locale attualmente il dibattito amministrativo é rivolto sul miglioramento generale dei servizi nel Comune.
E' cioé allo studio il raccordo urbanistico fra i vari centri operanti, da quello produttivo a quello amministrativo, da quello scolastico a quello sanitario, da quello commerciale a quello ricreativo.
Ormai, peró, siamo alle soglie del futuro.
Paolo Petricig