Trattar bene gli Slavi che abbiamo in casa

Così scrive Carlo Podrecca
Avviandoci verso la conclusione di questi scritti sul Risorgimento nella Slavia e sui suoi primi decenni nel giovane Regno d’Italia, non possiamo non evocare la figura di Carlo Podrecca (Cividale 1839-Roma 1916), avvocato cividalese con radici slovene, garibaldino, convinto sostenitore dell’unità d’Italia, che rappresenta l’altra faccia del Risorgimento italiano, quella del riscatto dei popoli oppressi, della fratellanza tra genti di diversa cultura, della necessità di conoscere le lingue dei popoli vicini.

Ma prima di dare la parola all’avvocato cividalese, riportiamo una riflessione nella quale mons. Ivan Trinko, che quei decenni li ha vissuti come studente e giovane prete, sintetizza lo stato d’animo della gente messa al centro dell’attenzione della politica e della stampa per il semplice fatto di parlare una lingua diversa dall’italiano. «La povera gente, sulla quale gli spiriti maligni tentavano di ammassare nubi tonanti e lampeggianti — scrive Trinko —, la gente povera e semplice non si è neanche resa conto che da un giorno all’altro divenne così importante e pericolosa per lo stato; non si sognava neanche di quanto veniva accusata in modo sconsiderato; non aveva la minima percezione che al mondo esistesse qualcosa che si chiamasse panslavismo, idea nazionale, mira politica e quanto ancora scrivevano a vanvera i giornali italiani!
La gente era diventata una sorta di vittima, sulla cui testa gli avversari volevano scaricare quanto non potevano fare altrove, nel significato del proverbio che dice: se non puoi frustare il cavallo, colpisci la sella innocente!»
(Beneška Slovenia. Hajdimo v Rezijo!, Celje 1980, p. 8).

Nei confronti di questo pugno (in proporzione al resto del Regno d’Italia) di sloveni abbarbicati da oltre un millennio alle proprie montagne, dunque, venne sferrata dalla stampa nazionale una campagna di aggressione senza precedenti per il semplice fatto di essere per lingua e cultura sloveni e non italiani.
Questa differenza rappresentava una colpa gravissima, una macchia deturpante, uno scandalo per il nuovo Regno che, alla pari degli altri stati europei, mirava a racchiudere nei propri confini una nazione con una sola lingua, una sola cultura, una sola religione…

Di questa campagna ne sa qualcosa l’avvocato Carlo Podrecca che solo all’annuncio della stampa del suo primo libro «Slavia Italiana» (Cividale 1884, ristampa anastatica San Pietro al Natisone — Trieste 1978) fu fatto bersaglio di aspri attacchi da parte della stampa italiana. Ne scrive lui stesso citando il «Fanfulla» del 26 luglio 1884:
«Nel suo articolo di fondo intitolato: Un microbo (!), parlando in anticipazione di questa operetta da lui intitolata la giovine Slavia (!), non esita ad asserire:
“Sono quattro o cinque migliaia di contadini disseminati nell’alto Friuli, che parlano lo slavo come io parlerei l’ottentotto, cioè, un gergo barbaro di una lingua barbara”»
(Slavia Italiana, cit., pp. 125-126).

Ma Podrecca non si dà per vinto, anzi, «quando opere e giornali, per altri titoli autorevoli, concordano nello stesso sprezzo ed ignoranza sui nostri Slavi (ritenuti sinonimi di schiavi) e sul loro idioma, io mi convinco sempre più che la mia illustrazione sarà utile a qualche cosa» (p. 126).

E quando, dopo la pubblicazione, la sua «Slavia Italiana» fu fatta oggetto di aspre critiche (ma anche di sentiti elogi) in Italia e all’estero, Podrecca reagì con un opuscolo dal titolo «Slavia Italiana. Polemica» (Cividale 1885) rintuzzando con stringenti argomentazioni le critiche. Questo non bastò e due anni più tardi diede alle stampe «Slavia Italiana. Istituti amministrativi e giudiziari» (Cividale 1887) fondando su nuove ricerche storiche le sue tesi sugli sloveni del Friuli e sulla necessità di valorizzare la loro lingua e il loro ruolo-ponte tra il mondo latino e quello slavo. Davvero profetiche le intuizioni di Podrecca, ma non isolate.
Esponenti della cultura italiana e del Risorgimento sentirono la necessità di andare alla scoperta del mondo slavo allora in grande fermento politico e culturale come constata lo stesso Podrecca:
«In tutta la la grande Slavia, da Arkangel a Novi-Bazar, da Astrakan a Lubiana, ferve un lavorio indefesso, efficace, forse decisivo, di studi e di propagande per l’espansione dell’elemento slavo, in ogni parte, e non esclusa per certo l’Italia […]
Gridiamo dunque alto:
che è tempo di svegliarsi una volta, e di opporre studi a studi, e ricerche a ricerche, e illustrazioni a illustrazioni, e finalmente sforzi di espansione — pacifici fino al possibile s’intende — a sforzi di espansione.
A questa conclusione dovevamo arrivare, studiando Slavi che vivono entro i confini politici d’Italia.
Ché se domani vedremo da altri migliori approfondita la questione dallo stesso punto di vista italiano, ci terremo, per la qualsiasi nostra iniziativa, soddisfatti come d’un alto dovere, propriamente patriottico, osato e compiuto»
(p. 124).

Podrecca, dunque, invita il mondo culturale e politico italiano ad interessarsi e studiare quegli «slavi» che sono entrati a far parte del Regno d’Italia nell’intento di allargare la propria influenza in tutto il mondo slavo dal momento che «non v’ha nessuna soluzione di continuità geografica od etnologica fra la Slavia italiana e le altre propaggini slave» (p. 124).
La finalità di quest’azione è l’amicizia con la grande Slavia.

«Ora il modo migliore per il vagheggiato scopo si è quello di trattar bene, e secondo lo domanda la loro razza, gli Slavi che abbiamo in casa.
Il gran principe russo Vladimiro Monomaco nel suo testamento politico ammoniva così i figli:
“Dalla maniera colla quale gli stranieri od ospiti vengono trattati in un paese, dipende il bene o il male che ne diranno dopo coi loro compatriotti”. […]
A predisporre quindi la desiderata amicizia, sarà opportuno pel nostro giovine Regno di coltivare nel suo seno, e dove ha pronta la materia prima, un semenzaio di lingua e di studi slavi da cui si possano, se non altro, togliere pei cresciuti bisogni i rappresentanti degli interessi nazionali presso tanti popoli a base slava» (p. 136-137).

Carlo Podrecca era chiamato dai suoi concittadini cividalesi «l’avocat dai sclas» perché il suo studio era il punto di riferimento per gli sloveni del Natisone che dovevano risolvere qualche lite o avevano guai con la giustizia.
Ma è diventato ancor più «l’avocat dai sclas» per le sue ricerche storiche, le sue pubblicazioni, le sue proposte per valorizzare la presenza della comunità slovena del Friuli a favore dell’Italia, la sua strenua difesa di questa popolazione.
In questo suo impegno Carlo Podrecca rappresenta l’altra faccia del Risorgimento italiano, quella del riscatto dei popoli oppressi, della fratellanza tra genti di diversa cultura e lingua, della necessità di conoscere le lingue dei popoli vicini.

Nella sua «Slavia Italiana» fa concrete proposte per il il progresso economico e sociale degli sloveni del Natisone nel campo della giustizia
(«Alla Pretura di Cividale, cui confluisce lo Slavo, egli non trova un interprete fisso e se lo vuole, bisogna che lo paghi del suo»),
dell’amministrazione locale («date le odierne leggi amministrative ed i conseguenti sempre maggiori incarichi e spese, si abbia il coraggio di ridurre il numero dei Comuni (!), ma si studi contemporaneamente, anche all’infuori della legge comunale, di fare qualcosa per l’ente frazione, tuttora così vitale»), della viabilità che necessita del completamento in particolare con le frazioni montane e di una «tramvia che dal Ponte S. Quirino allacci il Distretto slavo colla ventura ferrata di Cividale», che sarà inaugurata nel 1886.
Podrecca propone, inoltre, di affidare la custodia dei confini ad un battaglione fatto «di figli slavi e friulani del circondario di Cividale» e per non dimenticare la storia gloriosa, la chiesa di San Quirino dovrebbe diventare il Panteon della regione, nel quale collocare «sur una parete interna di questa Chiesa i busti dello Stellini e del Querin e sull’altra un quadro raffigurante il Sindico Clemente Galanda, che presta giuramento di fedeltà nelle mani del doge Cornelio, il quale lo ricambia con la famosa pergamena» (pp. 138-141).
Giorgio Banchig
DOM n.17 - 2011

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