25 ° della Scuola di Musica

Nel venticinquesimo della Scuola di Musica di San Pietro al Natisone voglio ricordare la sua istituzione così come l'ho vissuta personalmente.
In ogni cultura la musica ha sempre avuto un'importanza e un ruolo specifici.
La cultura contadina è quella che meglio di ogni altra ha interpretato non solo i bisogni musicali dell'uomo ma anche il ruolo della musica stessa.
Il bambino, infatti, come l'uccello nel nido, imparava l'intonazione dei suoni, assimilava i canoni della cultura musicale del suo gruppo, affinava l'interesse, l'espressività, le competenze.
Le esigenze musicali non si fermavano all'espressione vocale; anche quella strumentale, infatti, integrava bisogni essenziali come il ballo, la celebrazione di momenti gioiosi quali il matrimonio, la sagra, una riunione collettiva, ecc.
Anche la nostra cultura ha saputo sviluppare queste espressioni musicali, sia vocali sia strumentali. Vecchie foto testimoniano la presenza nelle nostre Valli non solo di fisarmoniche ma anche di numerose orchestrine con un organico fatto soprattutto di strumenti a fiato: clarinetto, bombardino e bombardone della famiglia dei flicorni, clarino, cornetta o tromba, trombone.
Le persone anziane sicuramente ricorderanno queste piccole orchestrine, come ricordo io quella di Tarcetta.

Il dopoguerra, dal 45 in poi, ha dato inizio a grandi cambiamenti sociali, economici, culturali, comportamentali, abitudinari, esistenziali. L'emigrazione di massa, il passaggio dapprima lento poi tumultuoso dall'agricoltura di sopravvivenza all'industrializzazione, l'avvento generalizzato dei nuovi mezzi di comunicazione, in misura abbastanza rilevante anche la particolare situazione politica delle Valli hanno cambiato e inciso profondamente l'animo stesso degli abitanti. Perfino l'ambiente mutato (deteriorato) sicuramente ha influito e influisce ancora negativamente sulle persone, sul loro comportamento, sulle loro scelte.
L'ambiente umano che per primo e nella maniera più drastica ha subito un grave deterioramento è stato quello della chiesa.
Nelle nostre chiese si cantavano i nostri canti tradizionali e solo eccezionalmente venivano eseguiti altri canti comunque anch'essi canti popolari, provenienti cioè dalla cultura contadina. La gente li avvertiva come propri e, date anche le capacità acquisite in famiglia, partecipava al canto in maniera entusiasta col risultato più volte da me sottolineato di una ricchezza sonora unica, inimmaginabile oggi nelle nostre chiese. Le parti invariabili della messa (Kirje, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) venivano nelle feste solenni eseguite di regola in latino. Anche se a questo proposito bisogna ricordare che le nostre Valli, come tutta la cultura slovena, hanno anticipato la riforma liturgica del 1956, in quanto anche le parti invariabili sopra menzionate, sia pur non tradotte letteralmente, venivano eseguite in volgare.
Tutte le chiese avevano uno strumento musicale: una spinetta, un harmonium o addirittura l'organo. Quest'ultimo era presente anche in chiesette piccole come quella di Antro, bruciata il 28 luglio 1920 assieme al suo minuscolo organo. Nelle feste principali il suono di questi strumenti si univa a quello delle voci della cantoria o di tutti i fedeli, perché c'era sempre l' "esperto" capace di suonarli. Tutto questo fino al 1945.
Dopo il '45, proprio a causa delle tensioni politiche, in alcune chiese venne bandito il nostro canto tradizionale e sostituito da canti tradizionali italiani.
La situazione precipitò con la nuova riforma liturgica del 1956, che introduceva le lingue volgari (diverse cioè dal latino) nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella messa.
Per quanto riguarda la musica iniziò il carosello di canti di ogni genere e soprattutto, per una cattiva interpretazione della riforma, venne pian piano spazzato via quasi dovunque tutto ciò che sapeva di tradizionale. Specialmente nel campo musicale il motto era: la novità per la novità.
Io stesso mi sono trovato nell'occhio del ciclone e per certi versi e in parte ho sottostato alle novità. Effettivamente cedere alla tentazione aveva una motivazione abbastanza valida: le parole dei nuovi canti erano "maledettamente" significative, espressive, validissime, quasi sempre ispirate direttamente alla bibbia. Le parole dei canti tradizionali parlavano ai sentimenti, al cuore; non potevano competere con le parole nuove dal carattere dotto. La melodia però che accompagnava queste belle parole era quasi sempre orribile e comunque sempre molto lontana dai nostri canoni musicali tradizionali.
Il risultato fu che la gente scelse di non cantare più. Il canto in chiesa, infatti, o venne a mancare completamente o era delegato a poche persone o a piccole cantorie di giovanetti. Era avvenuta una rottura, un taglio netto con la tradizione, uno strappo di natura e di carattere insanabili. Non per nulla ancora oggi l'ambiente chiesa è il più deteriorato dal punto di vista tradizionale. Quando giunsi a Mersino nel settembre del 1964 trovai nella forania di San Pietro più o meno questa situazione. Per fortuna a Mersino il canto tradizionale resisteva ancora.
Nel mio lavoro pastorale ho sempre dato grande importanza alla musica nella liturgia. Ero stato tre anni organista in seminario e questo sicuramente ha influito sulle mie convinzioni. A maggior ragione questa mia preoccupazione aumentò quando giunsi nella mia terra, ricordando anche ciò che le mie orecchie avevano sentito nelle chiese di Antro e di Lasiz. E di conseguenza il mio grande assillo fu quello di far ritornare la musica religiosa delle nostre chiese agli antichi splendori. Per questo prima ancora del 1970 iniziai ad insistere ad ogni congrega (riunione foraniale di tutti i sacerdoti della forania) sulla possibilità anzi sulla necessità di creare una scuola foraniale di musica. Frequentavo molto don Albino Perosa in quanto studiavo con lui organo e composizione organistica. Egli era maestro di cappella del duomo di Udine, insegnante di organo al Liceo musicale "Tomadini" di Udine e anche direttore della scuola di musica della diocesi, che formava organisti e maestri di coro per le parrocchie della diocesi. In questa veste di direttore nel 1970 egli mi pregò, non trovando altri, di andare a insegnare nella sezione staccata della Scuola diocesana di musica di Latisana. Così per 4 anni, fino al 1974, anno in cui iniziai a insegnare nella Scuola Media, mi recavo due volte alla settimana fino a Latisana a insegnare pianoforte.
Anche per questo a ogni congrega insistevo: "Procuratemi una stanza e un pianoforte; insegnerò gratuitamente per formare organisti e maestri di coro per le nostre chiese".
Il foraneo di allora ogni volta immancabilmente prometteva, assicurava; ma non succedeva mai nulla.

Per dovere di verità storica, è bene rilevare che, appena istituita la nostra scuola di musica, quel foraneo si sentì in dovere di creare anche lui una sua scuola di musica, chiamando a insegnare pianoforte la sorella suora! L'antagonismo fa miracoli! Ma si doveva proprio arrivare a un controaltare per fare quello che chiedevo da dieci anni?

Una lunga premessa per dire che, quando mi recai nell'estate del 1974 dall'architetto Simonitti per chiedergli un aiuto personale e lui di rimando mi chiese di presentargli un progetto per risvegliare musicalmente le Valli, mi si aprirono i cieli! Era quello che avevo sempre sognato!
Mentre l'architetto accennò subito alla creazione di un coro a Vernasso, ricollegandosi certamente alla tradizione canora del suo paese di origine, io pensai subito a una scuola di musica, tanto che nel progetto che gli presentai nell'incontro successivo, la misi in rilievo al primo posto, conscio dell'importanza che avrebbe avuto una scuola di musica per la nostra cultura.

Il coro nacque subito per l'immediato interessamento della nipote dell'architetto, Lucia Costaperaria. Un coro di giovani, tanto giovani che dovemmo rimandare all'anno successivo la sua istituzione ufficiale presso il notaio per attendere che un numero congruo di coristi avesse raggiunto l'età legale per costituire un'associazione.

La scuola di musica ebbe un parto più difficile.
Verso la fine del 1975 o gli inizi del 76, un po' ansioso di iniziare anche per il fatto che già dal 1965 smaniavo per una scuola di musica, mi permisi di organizzare una riunione con le persone più interessate per discutere proprio dell'istituzione di una scuola di musica. La riunione ebbe luogo in una saletta dell'albergo Belvedere. Ricordo che erano presenti i rappresentanti del coro Rečan, del coro San Leonardo, del coro Pod Lipo e probabilmente anche altre persone. L'idea di istituire una scuola di musica piacque a tutti. Ricordo che illustrai le finalità di una scuola del genere. Da che avevo iniziato a insegnare, la mia visuale si era allargata notevolmente: continuavo a pensare agli organisti e ai maestri di coro delle nostre chiese, ma l'attenzione maggiore era ormai rivolta all'educazione e alla formazione dei nostri giovani.
L'entusiasmo dei partecipanti fu notevole, però, piuttosto "teorico", in quanto tutti comprendevano le difficoltà organizzative anche se la decisione fu di rivederci e di ridiscutere per arrivare a una soluzione. Invece, non ci riunimmo più. Alla prima prova successiva del coro Pod Lipo Lucia Costaperaria si arrabbiò notevolmente a causa di questa riunione (per la verità stentai a capirne il perché, in quanto mi sembrava logico coinvolgere tutte le forze musicali delle Valli) e asserì che erano iniziati i contatti con la Glasbena Matica di Trieste per l'istituzione di una sede staccata.
La notizia mi fece piacere, perché capii che probabilmente e finalmente sarebbe stata la volta buona. L'occasione, se non proprio di un vero inizio ma di un primo approccio con una specie di scuola di musica, la offrì il terremoto.
Durante l'estate del 1976, infatti, venni invitato a radunare i bambini per tenerli vicini per qualche ora al giorno con la musica. Ci radunavamo a San Pietro in una bella sala di un fabbricato di "Bobič". Iniziammo a cantare i canti che molti già conoscevano per aver partecipato al soggiorno "Mlada Brìeza".
Chiesi ed ottenni di acquistare qualche flauto e poi anche un metallofono, uno xilofono, un tamburo, insomma una specie di strumentario Orf, che mi fu molto utile poi, quando la scuola venne meglio ufficializzata. Infatti, nel gennaio del 1977 venne istituita un'attività che avvicinava i ragazzi alla teoria musicale attraverso il canto popolare, col proposito di giungere poi, nel prossimo ottobre, alla vera pratica strumentale.
L'intento era di continuare anche in seguito a fondare l'educazione musicale soprattutto sulla nostra musica popolare. Al Corso erano iscritti oltre cinquanta ragazzi della fascia della scuola dell'obbligo, dai 3 ai 14 anni. Frequentavano regolarmente oltre trenta ragazzi. Ci radunavamo nella saletta posta proprio all'angolo della curva della statale in borgo San Pietro.
E' stata una mossa intelligente, in quanto poi, all'inizio dell'anno scolastico, la "materia prima" era già bell'e pronta.

Iniziammo a Ponteacco in una stanza al primo piano della Scuola elementare.
La sede è stata sempre il punto debole della Scuola di Musica.
Per la verità io personalmente avevo sempre chiesto una stanza e un pianoforte. Ora c'erano sia l'una sia l'altro! Il pianoforte, infatti, venne subito; anzi, un ottimo pianoforte! Naturalmente aumentando di anno in anno gli allievi, aumentando gli insegnanti, aumentando gli strumenti di insegnamento, ciò di cui si sentiva maggiormente bisogno (e, penso, si senta tuttora) era quello di una sede adeguata.
Ogni scuola che si rispetti abbisogna di una sede adeguata.

Quante volte ho pensato che il popolo americano nel periodo del terremoto avrebbe fatto un atto d'amore immenso nei confronti delle nostre Valli, se anziché il college (così poco utilizzato) ci avesse donato una scuola di musica.

L'impegno anche finanziario della scuola, comunque, fu notevole anche perché i primi anni gli allievi non contribuirono alle spese di gestione della scuola e in seguito in maniera ridotta.
La mancanza di una cultura scolastica musicale spiega anche le difficoltà che la scuola dovette affrontare dal punto di vista strettamente didattico.
Prima fra tutte la mancanza dello strumento da parte degli allievi e forse ancor più la mancanza di una tradizione scolastica musicale capace di coinvolgere la famiglia e di conseguenza invogliare l'allievo nello studio domestico, così importante per l'acquisizione di capacità operative ed esecutive.

Nella mia testa mulinavano mille idee per impostare in un certo modo l'insegnamento.
Tutti gli idealismi si scontravano con immancabili difficoltà di ogni genere, non ultime quelle mie personali. Ero, infatti, impegnato nella scuola statale, dove pure mancava una tradizione pedagogica musicale e tale mancanza mi obbligava a risolvere quotidianamente problemi didattici di insegnamento con grande perdita di tempo e dispendio di energie.

D'altra parte, quando un po' più libero tentai un piano di lavoro, le mie idee si scontrarono con quelle dell'insegnamento tradizionale.
Perché la nostra scuola di musica era ed è chiamata ad affrontare due realtà completamente diverse una dall'altra:
da una parte accontentare l'allievo che desidera tentare di affrontare gli esami di Stato e da qui l'esigenza di formarlo secondo le regole e i canoni tradizionali del Conservatorio italiano (ed è la minoranza degli allievi),
dall'altra parte adoperare l'insegnamento dello strumento per la formazione dell'allievo, ossia principalmente per il suo sviluppo mentale (ed è all'atto pratico la maggioranza degli allievi).
Ed evidentemente non è pensabile, da un punto di vista didattico corretto, agire allo stesso modo sia in un caso sia nell'altro. Penso che il problema permanga tutt'ora.
Secondo me è un punto importante da chiarire.
Ad ogni modo personalmente sono ancora convinto, e d'altronde la più moderna e attuale pedagogia mi dà ragione, che lo studio delle regole non è adatto e perciò inopportuno nella formazione dei minori.
Anche se sono consapevole, ad esempio, che ancor oggi la maggioranza degli insegnanti delle scuole elementari e medie nell'insegnamento ad esempio delle lingue, italiano o inglese o altro che sia, non possono fare a meno di insegnare la grammatica, mentre, sempre secondo me, nella scuola dell'obbligo vanno usati gli strumenti più immediati e l'analisi delle regole grammaticali va rimandata alle scuole superiori.

La stessa cosa succede nell'insegnamento strumentale soprattutto se consideriamo l'insegnamento della teoria e del solfeggio ma non solo.

Sembrano considerazioni inutili anche perché accennano appena al problema; ho constatato di persona quanto è importante nell'insegnamento imbroccare la strada giusta, se si vogliono ottenere risultati.

Forse è una divagazione la mia, ma solo per dire che avrei potuto e quindi dovuto fare di più e soprattutto credere di più nelle mie idee didattiche, che in fondo tanti risultati hanno dato nell'insegnamento musicale nella scuola media.

Voglio ricordare brevemente alcuni momenti.

L'inserimento dello studio del violino e del violoncello, ad esempio, ha fatto crescere notevolmente il livello della scuola anche per la presenza dei due relativi insegnanti. Infatti quando ci hanno lasciato, è stata per me una grande delusione.

Avevamo anche tentato di inserire nell'insegnamento qualche strumento a fiato: ci siamo riusciti solamente col flauto, mentre per altri strumenti come il clarinetto e la tromba non si arrivava a trovare un numero adeguato di allievi.
Eppure, almeno nel passato, nelle Valli c'era stata una tradizione notevole di strumenti a fiato; basti osservare le vecchie foto di carnevale.

I risultati ottenuti sembrano, almeno apparentemente, modesti, soprattutto se si considera la profusione dei mezzi. Le difficoltà oggettive accennate sopra giustificano almeno in parte gli insuccessi.

Occorreva (e forse occorre tutt'ora), a mio avviso, tirare le fila.
Ad esempio riprendere il mio vecchio progetto:
curare e formare proprio degli organisti e dei maestri di coro per le nostre chiese, aiutandoli nella scelta del repertorio e naturalmente insegnandoglielo;
stimolare la nascita "spontanea" di piccoli gruppi (autonomi) di musica d'assieme, offrendo loro anche l'opportunità di esibirsi;
cogliere ogni occasione per offrire la possibilità agli allievi di esternare ciò che hanno imparato.
Perché non è nulla di più frustrante dell'imparare per imparare o dell'impossibilità di esprimere ciò che si è imparato.

Per concludere mi permetto di suggerire agli insegnanti di tener sempre presente lo sviluppo mentale dell'allievo prima di ogni altra cosa.
Questo è l'obiettivo primario di ogni insegnamento.
Insegnare l'esecuzione di una scala non ha senso, se anche quell'insegnamento, in apparenza così arido, non è basato su un processo educativo logico.
E, se mi è permesso, vorrei suggerire l'assioma che per tanti anni mi ha guidato nell'insegnamento, il mio cavallo di battaglia, la mia ossessione:
l'attenzione sull' "uguale".

Secondo me, ogni apprendimento (non solo quello musicale ma qualsiasi altro insegnamento) deve essere basato sull' "uguale".
Tutti gli insegnanti, di ogni disciplina, dovrebbero sperimentare la didattica basata essenzialmente sull' "uguale", per verificarne la validità.
L' "uguale", infatti, è il modo migliore per orientare l'allievo nell'apprendimento.
Ad esempio, è possibile recuperare l'intonazione dei bassolaringei nel cento per cento dei casi attraverso questa tecnica, che consiste essenzialmente in tre momenti:
il bassolaringeo intona un suono comodo e lo ripete molte volte perfettamente uguale;
il maestro propone con la propria voce lo stesso suono uguale al bassolaringeo, che lo ricanta;
il bassolaringeo canta lo stesso suono uguale assieme a un altro allievo o a tutta la classe.
In seguito lo stesso suono, cioè l'uguale, diventa la base per orientarsi nel diverso.

Lo stesso principio dell' "uguale" guida l'allievo nell'apprendimento del ritmo (l'uguale nella durata) o dell'espressività (l'uguale nell'intensità) o in qualsiasi altro obiettivo didattico.



Diškorš na 25 liet od špietarske Glasbene šuole

Dòbar vičer.
Vìan de četà špošlušat piet an gost. Samuo dvie besiede za van poviedat, zlo po tin velicin, kakuoj ratalo de sej rodila tala špietarska glasbena šuola.
Na zamierta če van povian po domače.

Kar san se uarnu tle u naši dolin, lieto taužint-devetstuo-štier-an-šestdeset san biu prepričan de ušafan tu naše cierkva tisto musiko, tiste lepe piesmi, tiste lepe glasi ki san ih pošlusu od majhanega.
San preca videu de nie bluo takuo.
Tu kaki cierkvi nieso vič piel al narvič so piel kako piesan taljansko.
Nie bluo majdnega dej godu ku lieta nazaj kar usaka fara ji miela nega godca dej godu almank tu sejme.
Zauoj tega mej parjela voja navadit kakega farana gost an san rajtu de še buojš je bluo de tu usaki cierkvi bi biu kajšan deb učiu piat an deb godu.
Pa nale ki zlo pogostu an namoč san prosu an prestor an dan piano za učit tle u špietre, niesan rivù maj tuolega doseht.

Par sreč lieto taužint-devetstuo-štier-ad-sedandeset sma se srečale z Valentinan Simonitti. On mej subto potisnu za de zberen an zbor du Barnase an mej obeču de družba Nediža se bo borila za no glasbeno šuolo tle u špietre.

Zbor sej naglo nastavu: zbor Pod Lipo.
Glasbeno šuolo joj potres prebudiu.

Malo po potresu, če po liete, družba Nediža mej zakuazala podaržat otroke z muziko za kako uro na dan. Takuo smo začel piet tiste piesmi ki puno med otruok so že poznal zaki so se ih bli navadli na Mlado Briezo. An smo začel tud ih gost.
ženarja druzega lieta vič ku pedeset puobu so hodil gost an piet dvarkat na tiedan du Nedižnjak. Takuo sej klicu prestor tuk sej zbierala Druzba Nediža.

Otuberja tistega lieta, taužint-devetstuo-sedan-an-sedandeset, nih dvist otruok so se upisal parvi krat na špietarsko glasbeno šuolo s podpuoro Glasbene Matice taz Tarsta.

Takuo j začela zgodba špietarske Glasbene šuole.

če mi je parpuščeno, bi teu naglo parporočit usien našin godcan no rieč ki sigurno bo pomagala nje odrast an šele buj naraste našo kulturo.
Jest na moč želin de tu usaki naši cierkvi, pru tu usaki, bi biu an mladenč ki uči piet naše piesma an ki gode, takuo ki j blua ankrat.

Puobi, sta se navadli prebierat musiko, sta se navadli piat, sta se navadli gost.
Ložita uso tolo bogatijo u nuc za naše vasi, takuo de usi tisti ki pridejo nas obiskavat an usi tisti ki živmo tle u naših dolinah se naveličamo z muziko ku ankrat.

Je rečeno:
tuk pojejo an godejo ato ustavse, zaki ato boš stau dobro an u mieru.
Nino Specogna

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