La “Sacrata Vergine antiqua”


Il luogo, la cui storia è tutta da scoprire, nel 1602 fu visitata dal canonica Missio
C’è un nuovo fiorire di inte­ressi verso la Grotta di San Giovanni d’Antro nel senso di una sua valorizzazione turistica anche attraverso manifestazio­ni culturali.
Vi si tengono con­certi, rappresentazioni del Mittelfest, si pensa ad organiz­zare anche mostre d’arte, incon­tri culturali e religiosi; e, natu­ralmente, c’è una rinnovata volontà a farla diventare un polo di attrazione turistica con una adeguata campagna promozionale, visite guidate e pubblicazioni che ne esaltino il valore storico, religioso, artisti­co e naturalistico.
E questo in un contesto di valorizzazione e promozione del territorio circo­stante e di tutte le Valli del Natisone, della quali la Grotta di Antro rappresenta un mirabi­le e tangibile compendio stori­co.

Sul piano degli studi e delle ricerche si nota la mancanza di una pubblicazione organica e che «assembli» quanto di nuovo è emerso in contributi apparsi su volumi, riviste e periodici locali e regionali e di ricerche che facciano luce su alcuni enigmi rimasti ancora insoluti o la cui spiegazione non risulta soddisfacente.

E’ vero che cose nuove sono emerse negli ultimi anni:
la «scoperta» e la lettura della scritta greca nell’abside della cappella di san Giovanni, ristrutturata nel 1477 da mastro Andrea da Škofja Loka, opera­ta dal prof. Faustmo Nazzi (1), la soluzione dell’enigma sul­l’autore e il significato della «Veronica», il volto di Cristo dipinto sulla parete all’ingresso della Grotta, fatta dalla dott. Michela Gus (2).
Altre novità potrebbero venire dall’esame dei reperti venuti alla luce nel corso degli ultimi decenni e fino a poco tempo fa custoditi nella canonica di Antro, ma che, da quando sono stati con­segnati a persona che avrebbe dovuto compiere o promuovere gli studi necessari, di essi non si è saputo più nulla, in questo modo la grotta Grotta e tutto il territorio sono rimasti privi di interessanti testimonianze stonriche.
Ogni segno fatto da mano umana, ogni pietra lavorata ha nella Grotta un suo significato e il loro studio e la loro interpre­tazione sopperisce alla quasi assenza di documenti scritti.
Ed è dunque, da questi segni che bisogna ripartire per aggiunge­re nuovi elementi alla storia di questo luogo.

L’oggetto di questa ricerca è quel piccolo vano con l’arco in mattoni a tutto sesto, che si apre a destra dell’entrata nell’ampia sala della grotta.

I lati della base sono:
m 2.80 (ingresso e fondo),
m 2.02 (sinistro),
m 2.10 (destro);
la volta è a cro­ciera e
l’altezza da terra va da m 2.43 a 2.83.
Vi si accede attraverso uno scalino (cm 19).
A destra c’è una finestra ad arco,
sul fondo una finestra ret­tangolare di fattura moderna con inferriata,
sulla parete sini­stra c’è l’accesso alla «sacre­stia» e all'«orto dell’eremita».
L'esterno della grotta prima dei lavori degli anni Sessanta
L'esterno della grotta prima dei lavori degli anni Sessanta
I lavori per ricavare questo pas­saggio sono stai eseguiti alla fine degli anni Sessanta e hanno richiesto l’abbattimento di parte della parete e della fine­stra ad arco (simile a quella della parete destra), sul cui davanzale era posta la lapide tombale con scritta latina dell’«eremita» Felice, visibile ora sulla parete destra della cappella di Andrea da Škofja Loka.

Che cos’era questa vano, quale funzione esso svolgeva se è vero che nella Grotta ogni spazio aveva una specifica fun­zione, considerato che in un luogo così angusto ed impervio anche la più piccola opera richiedeva fatica ed ingegno?

A questa prima domanda c’è una prima risposta sicura e documentata, che risale all’ini­zio del XVII secolo.
Quel pic­colo spazio, costruito sul preci­pizio della roccia, era una cap­pella dedicata alla Madonna.

La prima testimonianza su di essa risale al 9 maggio 1602, quando il canonica dell'insigne Collegiata di Cividale, Michele Missio, nel verbale delle sue visite alle chiese delle Valli del Natisone scrive le note che seguono.

«Fu uisitata la ueneranda Chiesa de s. Gioan batista situa­ta nell’antro cioè, nella natural spelonca in loco detto S. Gioani nell’Andro in qual si ritrouano due Altari consacrati con mense assai decenti, l’alltar di S. Giouani sopra à solam(ente) la figura del s. Titolare de rilieuo assai buoni mantili, in reliquis in hornato.
L’altare à cornu epistole in una capelletta manufacta sopra della quale ui è la imagine della sacrata Vergine antiqua, in reli­quis Altare in ornato.

Interrogato Bianchino sopra nominato Rispose la presente chiesa non ha se non quanto ho detto in l’altra chiesa da baso, interogato rispose quando fa bisogno fabricarla siamo obbli­gati sie communi cioè landro, spignon, pegliano, Arbezo, lasiz et Tarceta, interogato rispose à questa interogazione non rispondo perché io non so, ma podrette adimandar li r(eve­ren)di Sacerdoti quibus etc.

Interogati lo R(everen)di Ms (?) P Antonio penuria, Vicario Curato, et Ms P And(re)a Cerna capellano risposero quando in questa Chiesa si celebra tutte le cose necesarie si pigliano in la Veneranda Chiesa di s. Siluestro qui uicina.
Interogli risposero si dicono in questa chiesa cinque Messe ordinarie, et la mercede si dà per rottollo agiungendo non dano elemosi­na se non de due Messe, et delle altre solla(mente) il pranzo, et nil aliud.

Ordinationi Che li Altari detti siano ornati con decente palle antimpendij carte di secrete, crosete, candelieri, et pedestali commodi etc.
Che l’altare della madona sia largato un palmo per banda, et che sij oturata la finestra à cornu epistola; Che sia oturata quella fenestrella à comu euangelij». (3)

Nel verbale della visita alla chiesa di san Giacomo di Biacis, compiuta lo stesso gior­no, il canonico Missio annota che per la chiesa di san Giovanni nella grotta di Antro «il Signor gastaldo de S. Marco» paga ogni anno «per la illuminaria tre miedri di olio che sono libre settanta è cinque, et di più esso sig(nor) Gastaldo paga formento stara tre, col quali si pagano li monachi che gouernano esse chiese, Videlicet stara due à quel di s. Giouane, et uno à quello della Presente chiesa di s. giacomo».

1) F. Nazzi, Vita religiosa nel Comune di Pulfero, in Pulfero, ambiente, storia, cultura, Pulfero 1994; La grotta d’Antro. Una misteriosa epi­grafe greca, in Genti e paesi nelle Prealpi Giulie. Risalendo la storia, Padova 2004.

2) Cfr: R. Domenig, La pre­senza della scuola di pittura tar­dogotica di Škofja Loka nelle Prealpi Orientali, ibid.

3) Archivio della Curia arci­vescovile di Udine (Acau), Cividale Capitolo, vol II, Libro visite Missio, ff 15-16. Cfr. T. Venuti, Chiesette votive da S. Pietro al Natisone a Prepotto, Udine 1985, pp. 45 - 46; A. Cracina, Gli, Slavi della Vai Natisone, Udine 1978, pp. 228-229.


L'altare dedicato alla purificazione della Madonna


Nel verbale della visita alla Grotta di Antro il canomico dell’Insigne collegiata di Cividale, Michele Missio, ricordò la «capelletta manufac­ta» nella quale c’era l’immagi­ne della «sacrata Vergine antiqua».

Nel corso degli ultimi due secoli il piccolo edificio, che si trova a destra dell’in­gresso nella grande sala della grotta - chiesa, fu più volte rimaneggiato perdendo così la sua funzione originaria e, pur­troppo, anche parte delle sue linee architettoniche che, come vedremo, erano antichissime. Alla visita del canonico Missio, avvenuta nel 1602 (la prima di cui siamo a conoscenza), segui­rono altre e dai verbali si pos­sono trarre ulteriori seppur scarne notizie.

Novant’anni più tardi, il 22 agosto 1692, il canonico del Capitolo di Cividale incaricato di effettuare la visita alle chiese della Schiavonia, curate dalle vicarie di San Pietro degli Slavi e di San Leonardo, «Si portò poi alla visita della Chiesa di S. Giovanni filiale di S. Pietro, la quale è posta in un Antro, per giungere al quale si montano cento e più scalini di pietra. La chiesa non è consacrata, nè la dedicazione si celebra il giorno di S. Giovanni, si fa il titolare. Le sue rendite sono unite alla chiesa di S. Silvestro. Visitò l’altare di S. Giovanni è consa­crato et ordinò un cocifisso di ottone, e che la Palla sia decentemente aggiustata!
Visitò l’altare della Madonna non consacrato, si celebra sul porta­tile.
Li altari hanno molto pati­to a causa dell’umidità che tra­manda l’Antro.
I1 Serenissimo Principe fa corrisponder per la luminaria di questa chiesa lire cinquanta di olio» 1).

Rispetto alle annotazioni del Missio, questa relazione non aggiunge particolari notizie.
Viene ricordato semplicemente «l’altare della Madonna non consacrato».

Nel verbale riguardante la visita, fatta il 25 maggio 1735, si legge:
«Fu visitata la V.da Chiesa di S. Giovanni in Antro, filiale della V.da Chiesa Vicariale di S. Pietro de’ Schiavi, è consacrata la cui dedicazione si celebra nell’istesso giorno della natività di S. Giovanni, et è dedicata al medesimo S. Giovanni.
Fu visi­tato l’altare di detto Santo, qual è consacrato, e fu ordinato che sij proveduto di nuova croce con crocefisso.
Fu visitato l’altare a cornu Epistole: dedicato alla Purificazione di Maria Vergine, ha il portatile e fu ordinato, che sij riparato il coperto di detta capella acciò non pioggia nella medesima» 2).

Da questo verbale veniamo a sapere che l’altare della cappel­la è dedicato alla Purificazione di Maria Vergine, una festa antichissima che si celebra il 2 febbraio ed è approdata nella Chiesa latina dall’Oriente.

Altra visita alla Grotta di Antro fu compiuta il 16 settem­bre 1743.
Dal verbale,- in parte redatto in latino, veniamo a sapere che vi sono due altari:
quello maggiore dedicato al titolare, san Giovanni, il secon­do “a comu epistolae” dedicato alla Beata Vergine Maria (B .Y. M.).
I1 verbale precisa che si tratta di un “altariolo” portatile “decenter custoditum». 3)

Fu probabilmente nei primi decenni del secolo XIX che la cappella con l’immagine della «sacrata Vergine antiqua» fu smantellata e perse la sua fun­zione originaria. Ce ne dà testi­monianza in un contributo pubblicato nel 1893 in «Pagine friulane» 4) «Gli sloveni del Friuli» a firma di D. A. G. 5).
Nell’ articolo si parla della «scoperta» della lapide di Felice, collocata ora sulla pare­te destra della cappella tardogo­tica.
«Sarà circa una settantina d’anni dacché si rompeva una parte del muro tra la sagrestia e la chiesa per aprire una finestra a mezzaluna, e si rinveniva a caso una lastra di pietra bianca e levigata con sopra una scrittura latina, in cui le parole non sono divise tra loro. Va da sè che subito si pensasse di trovar­ci sotto un tesoro. Allora sol­tanto i muratori si accorsero di una lastrella di marmo che chiudeva un piccolo buco nel muro: lo smossero trepidanti, ma invece del tesoro non trova­rono che gli stinchi di un cada­vere riposti religiosamente...».

La finestrella a mezzaluna, aperta in quella occasione, non è altro che quella «a cornu evangelii» fatta chiudere dal Missio nel 1602 (ed abbattuta alla fine degli anni Sessanta del ‘900, per far posto al passaggio nella «sacrestia» e nell’«orto dell’eremita») assieme a quella «a cornu epistolae», che ancora esiste e fu riaperta in epoca imprecisata.

Con molta proba­bilità fu in quell’occasione che l’altare con l’immagine della «sacrata Vergine antiqua» venne rimosso e spostato nel­l’aula della grotta, dove ora si trova l’altare «dorato» di san Giovanni.

Che questi lavori vennero eseguiti in quell’epoca è con­fermato anche dalla decsrizione della visita, questa volta turi­stica, fatta dal canonico civida­lese Giovanni de Portis (1795 —1874), assieme a due monsi­gnori della curia udinese; il conte Giacomo di Alvise Ottelio (1807 — .1854) e Carlo di Alfonso Belgrado (1809 —1854), in seguito vescovo di Ascoli Piceno, patriarca di Antiochia e nunzio apostolico in Olanda.

La descrizione della vistita alla Grotta di Antro venne redatta in friulano dal de Portis in una lettera ad una non meglio identificata «lustrissime Felicite» e in seguito pubblica­ta dal «Bollettino della Società filologica fliulana». 6).
Dalla descrizione del de Portis si deduce che alla chiesa si acce­deva lungo il secondo corridoio a volta, che si incontra dall’entrata, e la breve scalinata che dà nell’aula grande a fianco del­l’altare.
L'«antichità» di questo ingresso è testimoniato anche dall’acquasantiera posta al ter­mine della scalinata e che nella pietra lisa mostra i segni di un suo uso secolare.

I1 canonico cividalese annota che l’ambiente era rischiarato dalla luce prorompente da alcune fessure della roccia che offriva la possibilità di «con­templare l’opera bellissima parte fatta dalla natura e parte dalla mano umana».
Non esi­steva quindi l’attuale scalinata d’ingresso, mentre lo spazio sovrastante era chiuso da una costruzione, probabilmente in legno (i fori delle travi sono ancora visibili nella roccia).

1) Acau, Visite pastorali, Cronistoria, vol. G. fasc..40, 206. Cfr. T. Venuti, Chiesette votive da S. Pietro al Natisone a Prepotto, Udine 1985, pp. 46-46.

2) Ibidem.

3) Ibidem.

4) D. A. G., Gli Sloveni del Friuli, in «Pagine Friulane», VI, 8(1893), pp. 133-135.

5) D. A. G. = Don Antonio Gujon (Mersino 1849 -Cividale 1917). Fu cappellano a San Volfango e poi parroco a San Pietro degli Slavi

6) Cfr. Quando iniziò il turi­smo nella Grotta di Antro? «Dom» 20/1988.


Il gotico fiorito di nastro Andrea di Škofja Loka


I mutamenti apportati nella parte storica della Grotta di Antro nel corso del XIX e XX secolo ne hanno in parte cambiato l’assetto e la centralità delle cappelle, o meglio, dei cori di san Giovanni Battista e della «sacrata Vergine antiqua».

L’attenzione di chi percorreva il tunnel e saliva la scalinata era attratta dalle due costruzioni e dagli altari che vi erano conservati.
La «navata» comune, ricavata sotto le volte di pietra viva, era illuminata dalla luce che penetrava dalle fessure tra i manufatti e la roccia, il coro di san Giovanni era rischiarato dalle due belle finestre gotiche, mentre quello della Madonna doveva apparire particolarmente buio, dal momento che il canonico Missio, agli inizi del XVII secolo, aveva fatto chiudere le due finestre laterali.

Lo spostamento nell’aula della grotta prima dell’altare della Madonna, poi di quello di san Giovanni e la costruzione dell’attuale scalinata di accesso fa apparire marginali le due costruzioni.
Invece proprio in esse avvenivano le celebrazioni liturgiche, si conservavano le venerate immagini di san Giovanni e della Madonna Candelora ed era collocata la tomba di Felice, in epoche remote meta di numerosi pellegrini.

Un importante cambiamento del complesso monumentale avvenne nel corso del XV secolo, quando «maister Andre von Lach» di Škofja Loka

portò a termine i lavori iniziati qualche decennio prima ed apportò radicali modifiche all’arco e alla volta del coro di san Giovanni.
Ma com’erano quelli precedenti?
Con tutta probabilità erano più alti ma nello stile uguali a quelli della cappella della Madonna:
l’arco a tutto sesto e la volta a crociera, il tutto in mattoni;
probabilmente anche le finestre erano simili a quelle del coro attiguo.

Nel 1477 il lavoro del mastro costruttore di Škofja Loka fu quello di elevare e trasformare queste strutture nello stile in voga all’epoca:
quel tardo gotico (o gotico internazionale o fiorito) che, dopo aver percorso un lungo cammino arrivò nell’Europa centrale, da dove approdò in Slovenia (Kranj, Škofja Loka...) e da qui fu esportato nei domini della Serenissima abitata dagli «schiavoni», cioé nelle Valli del Natisone e del Judrio fino a lambire la pianura friulana, dove si incontrò con il tardo gotico veneziano.

In architettura il tardo gotico era caratterizzato dalla tendenza a moltiplicare le nervature delle colonne o semicolonne addossate alle pareti che, prolungandosi, creavano sulle volte mirabili intrecci, quasi degli arabeschi, che avevano solo una valenza decorativa (da qui il nome di gotico fiorito).
E’ quanto Andrej di Škofja Loka fece nel coro di san Giovanni, nella chiesa di Porzùs e in quella di Brischis, che fu in seguito completamente rifatta, ma che conserva ancora la «firma» dell’architetto incisa su una pietra della facciata.
Nella Grotta l’architetto sloveno adattò lo stile in voga alle dimensioni ridotte del coro e fece partire i costoloni da mensole in pietra raffiguranti interessanti volti di personaggi di un ipotetico presepio.

E’ difficire stabilire se e quali lavori Andrea da Loka abbia eseguito sui muri perimetrali, in particolare su quelli dell’abside.
All’esterno di questa, a partire da una certa altezza, si può notare una differenza nella lavorazione delle pietre che formano gli angoli.
E’ partito da lì il suo intervento?
Sicuramente il muro interno, fino ad una certo livello, non fu toccato, altrimenti non si sarebbero conservate le «palme», la scritta greca ed altri segni di epoca anteriore.

Molto probabilmente prima dell’intervento di Andrej furono eseguiti altri lavori nella parte storica della grotta, in particolare in corrispondenza dell’attuale ingresso.
Eventi naturali o interventi dell’uomo (la storia del «castello» di Antro tra il XIII e XIV secolo registra conquiste da parte dei conti di Gorizia e distruzioni ordinate dal patriarca di Aquileia.
E’ difficile, però, stabilire a quale dei tre castelli - Biacis, Antro, Grotta - ci si riferisse; dovevano aver compromesso seriamente i manufatti, alcuni dei quali si sono irrimediabilmente persi, come la costruzione i cui resti si vedono ancora lungo la scalinata di accesso.

L’ultima menzione, che probabilmente si riferisce al castello della Grotta, risale al novembre del 1419, quando gli ungheri, inviati dal re Sigismondo in soccorso del patriarca di Aquileia, Ludovico duca di Teck (1412 - 1439), che si opponeva alla conquista del suo principato da parte dei veneziani, «corsero le ville slave, si impadronirono della rocca di Antro e di Castelmonte, distrussero i ponti sulla via di Plezzo». 2

All’inizio del XV secolo, quindi, tutto il complesso storico della grotta versava in una situazione di degrado e di abbandono.
Fu la nuova autorità veneziana, assieme alle autonomie della Schiavonia e al gastaldo di Antro, a dare avvio alla ricostruzione e al consolidamento prima dei manufatti nei pressi dell’ingresso, in seguito, nel piano superiore ad opera di Andrea da Škofja Loka. Lo deduco sia dalla diversità dello stile costruttivo del muro, rispetto a quelli superiori, che dalla «lettura» della data che si trova scolpita nella pietra proprio all’ingresso della Grotta: Ioo7 e che finora è rimasta un enigma.

A mio avviso quella cifra va letta: 1447 e non 1007 e questo per due ragioni.
La prima riguarda l’uso dei numeri arabi.
E’ vero che già intorno all’anno Mille Gerbert d’Aurillac per primo usò questa numerazione, ma fu solo con la pubblicazione del «Liber abaci» di Leonardo Fibonacci da Pisa, all’inizio del XII secolo, che l’uso dei numeri arabi cominciò a diffondersi in Europa. Ma la loro penetrazione nella vita pubblica non fu facile se è vero che ancora alla fine del XV secolo il sindaco di Francoforte proibiva ai suoi funzionari di fare i calcoli coi numeri arabi.
La seconda ragione è suggerita dalla data scolpita sulla lapide di Andrea da Škofja Loka, dove il 4 ha la forma di un’8 con il cerchietto inferiore incompleto. I due “oo” della cifra all’ingresso possono a ragione essere letti come due 4.

Si può, quindi, concludere che i lavori nella parte inferiore del complesso furono eseguiti da altri mastri costruttori nel 1447, mentre la ristrutturazione del piano superiore fu portata a termine trent’anni più tardi dall’architetto di Škofja Loka.
Non subì, invece, interventi la cappella con l’immagine della “sacrata Vergine antiqua», che fu vista ancora intatta dal canonico Missio il 9 maggio 1602.

1) L’artista, uno dei maggiori rappresentanti del tardo gotico sloveno, era originario della cittadina della Gorenjska nota per aver dato i natali ad artisti che operarono anche nella Slavia Friulana.

Lavorò nella seconda metà del XV nelle Valli dell’Isonzo (Volarje, Sedlo) e del Natisone (Brischis, Antro), a Porzùs e a Ponikve sulla Šentviška planota (Slo).

Cfr. T. Venuti, Chiesette votive da San Pietro a Prepotto, Udine 1985;
Chiesette votive da Tarcento a Cividale, Udine 1977;
Le chiesette votive nel comune di Pulfero, in Pulfero, ambiente / storia / cultura, Pulfero 1994; Chiesette votive - Gleseutis votivis - Votivne cerkvice, S. Pietro al Natisone - Špeter 2000; Costruttori, interpretazioni, armonie di linee e misure nelle absidi tardogotiche delle Valli del Natisone, in Valli del Natisone / Nediške doline, San Pietro al Natisone 2000.

G. Marchetti, Chiesette votive del Friuli, Udine 1972.

AaVv, Sulle strade di Andrea da Loka - Na poteh Andreja iz Loke, San Pietro al Natisone - Špeter s.d.. E. Cevc, Slovenska umetnost, Ljubljana 1966; Stavbar Andrej in slikar Jernej iz Loke v Beneški Sloveniji, «Loški razgledi» VII/1960.

2) P. Paschini, Storia del Friuli, Udine 1990, p. 740.


Dall’Ipapante alla Candelora

Dopo aver delineato a grandi linee le trasformazioni avvenute nella parte monumentale della Grotta di Antro in riferimento soprattutto alla cappella della «sacrata Vergine antiqua» 1), un elemento fondamentale della struttura, che purtroppo il tempo e la negligenza degli uomini hanno completamente trascurato, ci soffermiamo su due elementi emersi dai documenti citati nelle precedenti puntate.

Il primo riguarda il «titolo» della cappella, riportato dal canonico Missio nella visita effettuata il 9 maggio 1602:

«L'alltare à cornu epistole in una capelletta manufacta sopra dell' quale ui è la imagine della sacrata Vergine antiqua, in reliquis Altare in ornato».

Il secondo elemento emerge dal verbale dalla visita del 25 maggio 1735, nel quale leggiamo:

«Fu visitato l’altare a cornu Epistole: dedicato alla Purificazione di Maria Vergine, ha il portatile e fu ordinato, che sij riparato il coperto di detta capella acciò non pioggia nella medesima».

Partiamo da questa seconda importante indicazione e cioé che la «Vergine antiqua» era festeggiata il giorno della Purificazione della Madonna o della Candelora, che cade il 2 febbraio.

Con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, la festa venne chiamata «Presentazione del Signore».
Con ciò si volle porre l’accento maggiormente sul significato cristologico del racconto evangelico (Lc 2, 22 - 40) e sul riconoscimento del bambino Gesù come «luce per illuminare le genti», da parte di Simeone, «uomo giusto e timorato di Dio», più che sulla prescrizione della legge di Mosè che obbligava le puerpere, quaranta giorni dopo il parto, a presentarsi al sacerdote per essere «purificate» (Lv 12, 2 - 8).

Ma prima di soffermarci sul titolo della cappella e su questa festa di origini antichissime ed approdata in Occidente dall’Oriente, è necessario fare una breve premessa.

Attribuire un titolo di un patrono di una chiesa non è oggi e non lo è stato nel passato una scelta di poco conto: «... non si sceglie un determinato santo per titolare, così, a caso, come cavando una carta dal mazzo; ma la scelta ha sempre un suo perché, sia temporale che intrinseco.

Temporale, in un duplice senso.
Ovviamente non si può eleggere un Santo a titolare prima che sia proclamato Santo; ed in questo senso la dedicazione di una chiesa ad un Santo, viene per i Santi canonizzati, dopo una data ben precisa.

Ma il culto verso un determinato Santo ha inoltre una sua modulazione temporale: ci sono tempi in cui fiorisce, ed altri no; ci sono ragioni - quali l’influenza predominante di una classe o stirpe o di un Ordine religioso, oppure un movimento spirituale, oppure l’imperversare di certe malattie, ecc. - che rendono quel culto più o meno attuale ...» 2).
La scelta di un Santo come titolare di una chiesa ha anche una motivazione intrinseca.
«E cioé un Santo viene talvolta eletto a titolare per rispondere ad un determinato fine o ad una bene individuata necessità.
In parte ci si ricollega qui alla moda “temporale” già accennata, p. es. nelle epidemie o nei movimenti spirituali, ma è anche indipendente».

Trovare e capire la motivazione che ha indotto una certa comunità a scegliere un patrono invece di un altro è, quindi, di grande importanza.
«Di un paese o di una pieve non ci rimane alcun documento, né archeologico né scritto, per molti secoli: ma ci rimane - insieme col nome stesso del paese - il nome del santo titolare, il quale è di per se stesso un monumento degli antichi tempi». 3)
Dove e quando la festa ed il titolo della Purificazione della Madonna furono «in voga» ed attraverso quali strade sono arrivati nel Patriarcato di Aquileia?

Nell’arcidiocesi di Udine ci sono appena tre chiese parrocchiali che portano questo titolo:
Tricesimo, Campoformido e Farla di Majano, e l’oratorio nell’ospedale di Cividale (a meno che dietro il titolo generico di «Santa Maria», presente in alcuni paesi, non si celi la festa del 2 febbraio) 4).
Il ristretto numero delle chiese che portano il titolo della Purificazione, di fronte alle innumerevoli dedicate all’Assunta, dimostra che l’attenzione verso la festa della Candelora fu molto limitata in quest’area, seppure essa vanti notevole antichità e numerose tradizioni che, come vedremo, si richiamano al mondo precristiano.

E’ difficile stabilire l’epoca della arrivo di questo titolo nel Patriarcato. Solo più approfondite indagini sull’origine di quelle chiese potranno dare una risposta.

Per quanto riguarda la Grotta di Antro vedremo che esso risale alla fondazione della cappella della «sacrata Vergine antiqua».

La festa della Purificazione della Madonna fu istituita a Gerusalemme nel IV secolo.
Lo testimonia la pellegrina Egeria che, durante la sua visita sui luoghi santi nel 386, assistette a questa celebrazione, che così descrive:
«Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato veramente con grande onore.

Quel giorno si va in processione all’Anastasis (la chiesa eretta sul santo sepolcro), vi si recano tutti e ogni rito si svolge secondo l’uso prestabilito, con la massima esultanza, come si fa per Pasqua».
Tra i riti ricordati da Egeria c’era anche il «lucernario», durante il quale si accendevano numerose lampade, attingendo alla fiamma che ardeva sul santo sepolcro, luogo in cui risplendette la «Luce» del mondo.
Questa liturgia si svolgeva il 14 febbraio, il quarantesimo giorno dopo il Natale, che allora veniva celebrato il 6 gennaio. 5) Nel V secolo la festa venne denominata «Ipapante» (= incontro) e fu stabilita il 2 febbraio dal momento che anche in Oriente si festeggiava ormai il Natale il 25 dicembre.
Nel 534 l’imperatore Giustiniano rese obbligatoria la ricorrenza liturgica in tutto l’impero.

1) A margine annotiamo ancora un particolare che ci sembra significativo. Probabilmente la lapide di Felice, che ora si trova sulla parete della cappella tardo gotica, e i suoi resti mortali furono trasferiti dalla posizione originaria «ad fundamenta ecclesiae» di san Giovanni all’epoca dell’intervento di Andrej da Škofja Loka e sistemati sulla finestra della cappella della Madonna: la lapide sul davanzale, le ossa in una nicchia sottostante, che era ancora visibile prima che finestra e parete fossero abbattute alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

2) G. Biasutti, Racconto geografico santorale e plebanale per l’arcidiocesi di Udine, Udine 1966, p. 11.

3) Ibidem, p. 13.

4) Cfr. Stato personale e locale dell’arcidiocesi di Udine, Udine 1977.

5) Cfr. C. Maggioni, Le antiche liturgie italiche non romane, in «Rivista liturgica», 80/1993, pp 463 � 483.


Feste, monaci ed icone dall’Oriente

In che modo e quando la festa della Purificazione della Madonna o della Presentazione del Signore è arrivata dall’Oriente, dove veniva celebrata fin dal secolo IV, in Occidente e quindi nel Patriarcato di Aquileia?
Attraverso quali vie è arrivata nella Grotta d’Antro ed ha preso «possesso» di quel piccolo vano costruito a strapiombo sul precipizio?

Se finora nel nostro excursus ci siamo basati sui pochissimi documenti che ricordano sulla cappella della «sacrata Vergine antiqua», da qui in poi ci avventuriamo nel campo delle ipotesi, tenendo, però, i piedi ben piantati in terra e utilizzando studi e documenti che si riferiscono a situazioni analoghe.

Roma e tutto l’Occidente hanno ricevuto alcune feste mariane dall’Oriente adattandole alle tradizioni e alla sensibilità locali.

Questo fatto si verificò in particolare nel corso dei secoli VI e VII quando gruppi di monaci orientali, provenienti dalla Palestina, dalla Siria o dall’Asia Minore, arrivarono in Occidente a causa delle invasioni dei persiani e degli arabi.
Nel corso di quegli anni ebbero diffusione quattro feste della Madonna:

l’Ipapante o festa dell’incontro nel tempio di Gerusalemme di Simeone con la sacra Famiglia (2 febbraio), celebrata a Gerusalemme già nel IV secolo (festa che poi fu chiamata della Purificazione della Madonna o della Presentazione di Gesù al tempio, popolarmente anche Candelora);

la Dormizione o Assunzione della Madonna (15 agosto), che fu introdotta a Roma per ordine dell’imperatore Maurizio (+602), il quale volle propagare la celebrazione orientale in tutto l’impero;

l’Annunciazione (25 marzo);

la Natività di Maria (8 settembre).

In Occidente le quattro festività si arricchirono di nuovi elementi liturgici mirati a conferire loro maggiore rilievo. 1)

Trapiantata a Roma la festa della Purificazione della Madonna ebbe impulso nel VII secolo ad opera di papa Sergio I (687 - 701) che istituì la prima delle processioni penitenziali romane, che partiva dalla chiesa di sant’Adriano al Foro e si concludeva a Santa Maria Maggiore.

Secondo san Beda il Venerabile, monaco benedettino anglosassone che visse tra il 672 e il 735, la processione sarebbe stata una contrapposizione alla celebrazione della festa dei Lupercalia e una riparazione alle sfrenatezze che avvenivano in tale circostanza.
In questa celebrazione, dedicata a Fauno Lupercus, due ragazzi di famiglia patrizia venivano condotti in una grotta sul Palatino, dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma Romolo e Remo vennero allattati da una lupa.
Nella grotta i sacerdoti, dopo aver sacrificato delle capre, segnavano loro la fronte con il coltello tinto del sangue degli animali.

Il sangue veniva poi asciugato con della lana bianca bagnata nel latte, e subito i due giovani dovevano sorridere e indossare le pelli degli animali sacrificati.
Con la medesima pelle venivano realizzate delle striscie (dette februa o anche amiculum Iunonis) da usare a mo’ di fruste.
Così acconciati e con le strisce in mano, i due giovani dovevano correre attorno alla base del colle Palatino percuotendo chiunque incontrassero, in particolare le donne che si offrivano volontariamente ad essere sferzate per purificarsi e ottenere la fecondità (un rito che richiama le usanze carnevalesche delle Valli del Natisone!).

La festa veniva celebrata a metà febbraio, periodo in cui in un primo tempo venne fissata la festa della Candelora, poi anticipata al 2 febbraio.

Nel mese di febbraio, ultimo mese dell’anno romano, venivano celebrate altre ricorrenze religiose e profane legate alla fine dell’anno, che richiamavano la purificazione (februa), da cui il mese stesso ha preso il nome.
Con particolare solennità nel giorno delle calende, cioé il 1° febbraio, veniva festeggiata la Iuno Februata (Giunone purificata o Dea Februa).

I monaci orientali, che portarono in Occidente le feste mariane, furono «indirizzati ed impiegati dai papi nella conversione dei longobardi.
Su questa impresa importantissima e decisiva, chiave di tutta la politica religiosa dei pontefici e svolta determinante per i nuovi rapporti con i dominatori ha gettato una luce inaspettata la serie di studi e ritrovamenti relativi alla chiesa orientale di Castelseprio, alle porte di Milano» 2). Si tratta della chiesa si Sancta Maria foris portas di epoca bizantina o teodoricana.

L’opera di conversione dei longobardi da parte dei monaci orientali interessò anche i longobardi che in Friuli fondarono il loro primo ducato, e non è escluso che essi furono presenti a Cividale e nell’Heremum S. Johannis de Antro. 3)

In quell’epoca arrivarono anche «artisti profughi dal Vicino Oriente per effetto dell’avanzata islamica e delle persecuzioni iconoclastiche, e accolti a Roma da papi siriaci e quindi inviati ad operare anche nell’ambito della corte regia e delle minori corti longobarde in Italia». 4 )

Essi portarono con sé le immagini sacre e la tradizione iconica orientale.

Particolarmente venerate furono le icone della Madonna, alcune delle quali erano attribuite, dalla tradizione popolare, all’evangelista san Luca.

1) Cfr. D. Sartor, Le feste della Madonna, Bologna 1987

2) G. Penco, Il monachesimo in Italia, in Nuove questioni di storia medievale, Milano 1969, p. 707

3) Cfr. T. Venuti, Le chiesette votive del comune di Pulfero, in Pulfero, ambiente - storia - cultura, Pulfero 1991.

4) S. Tavano, Note sul «tempietto» di Cividale, in Studi cividalesi, «Antichità altoadriatiche», VII/1975, p. 60.


Le chiese di Santa Maria Antiqua

Nel suo lungo ed, alle volte, faticoso peregrinare attraverso i paesi delle Valli del Natisone per adempiere al compito affidatogli dal Capitolo di visitare tutte le chiese ed incontrarsi con i cappellani e i decani, che avevano l’onere di provvedere alle chiese delle vicinie, il 9 maggio 1602 il canonico cividalese Michele Missio vide nella Grotta di Antro, nella cappella «a cornu epistole» l’immagine della «sacrata Vergine antiqua».

Questa definizione, assieme al titolo della Purificazione, che abbiamo esaminato nelle precedenti puntate, ha sollevato il nostro interesse ed è stato il motivo di questa ricerca.

Il termine «antiqua» si riferisce indubbiamente alla vetustà dell’immagine; ma senza ulteriori indicazioni è impossibile ogni altra supposizione.

Che tipo di immagine (scultura, pittura?) ha, quindi, visto il canonico Missio?
Se essa fu definita «antiqua» nel 1602, quanti secoli prima essa fu scolpita o dipinta?

Con questi interrogativi ci siamo messi alla ricerca ed in Italia abbiamo trovato tre chiese che accanto al titolo di Santa Maria hanno anche l’aggettivo «antiqua» o «antica» (una chiesa di Santa Maria Antigua c’è anche a Siviglia, in Spagna).

La prima si trova a Verona e fu fondata in pieno centro storico nell'anno 744 o 745, cioè verso la fine della dominazione longobarda, come chiesa annessa ad un monastero femminile.
Recenti ricerche archeologiche hanno, tra l'altro, attestato l'esistenza, nei pressi della chiesa, di un’area cimiteriale abbastanza vasta, dove sono state rinvenute una cinquantina di sepolture, tutte d’età successiva alla fondazione della chiesa e probabilmente attribuibili in buona parte al secolo XI.

La seconda Santa Maria «antiqua» si trova a Fondi, in provincia di Latina.
In essa furono custodite per alcuni anni le spoglie di san Tommaso D’Aquino (1225 - 1274).

La terza si trova nel Foro romano ed è tra le più antiche chiese di Roma dedicate alla Madonna.

Dedichiamo un po’ di spazio in più a questa chiesa perché ci può mettere sulla strada giusta per risolvere l’enigma dell’immagine della «sacrata Vergine antiqua» nella Grotta di Antro.

La chiesa di Santa Maria Antiqua fu fondata alla metà del VI secolo alle pendici nordoccidentali del Palatino ed è il più antico e il più importante monumento cristiano del Foro romano.
La chiesa è uno degli esempi più significativi dell’adattamento e della rifunzionalizzazione di un edificio pagano preesistente.

Sulle sue pareti si conserva un’eccezionale raccolta di dipinti murali (circa 250 metri quadri), che vanno dal periodo di fondazione fino al secolo VIII.

Sono testimonianze uniche, a Roma e al mondo, per la conoscenza dello sviluppo dell'arte altomedievale e bizantina. Infatti, quasi la totalità del patrimonio pittorico coevo, esistente nell’Impero Bizantino, andò distrutto durante le lotte iconoclastiche.

Nel IX secolo Santa Maria Antiqua venne abbandonata e rimase sigillata sotto i crolli del terremoto dell’847.

Sui resti di S. Maria Antiqua fu edificata nel XIII secolo la chiesa di S. Maria Liberatrice, poi interamente ricostruita nel 1617.
Secondo la leggenda, papa Silvestro I (314 - 335) avrebbe qui sconfitto un drago (da cui l'appellativo di «Liberatrice» della chiesa); fu detta anche de inferno e libera nos a poenis inferni.
Vi era annesso un monastero benedettino.
Nel 1900 fu decisa la demolizione della chiesa secentesca per riportare alla luce l'edificio più antico.

In sostituzione della chiesa di Santa Maria Antiqua, distrutta dal terremoto dell’847, non lontano e su un precedente oratorio dell’epoca di papa Paolo I (757 - 767) venne eretta la chiesa di Santa Maria Nova, oggi conosciuta come Santa Francesca Romana.
Nella chiesa sono conservate molte opere d’arte di particolare rilievo, tra cui l’icona «Glycophilousa» della prima metà del secolo V.
Fu scoperta nel 1949 durante un restauro ed attualmente si trova sull’altare maggiore.

Dell’antica icona rimangono solo le teste della Madonna e del Bambino; è eseguita ad encausto (un’antica tecnica pittorica a fuoco), ed è di eccellente fattura.
L’icona fu trasportata in questa chiesa da Santa Maria Antiqua.

Le maestranze venute dall’Oriente

E' venuto il momento di fare un primo bilancio di questa ricerca e di trarre alcune conclusioni, che verranno in seguito approfondite nel quadro delle vicende storiche che hanno coinvolto il territorio delle Valli del Natisone nel corso del Medioevo. E' da tenere presente che l’assoluta mancanza di documenti scritti, ad eccezione delle labili note rintracciate nei verbali delle visite dei canonici cividalesi, ci ha obbligato a procedere esplorando altri siti che possono essere ricondotti al tipo di struttura chiesiastica presente nella Grotta d’Antro.

Sulla cappella, che porta il titolo di san Giovanni e che ha dato il nome all’intero complesso monumentale, è stato scritto tanto e i lavori eseguiti negli ultimi decenni hanno cercato di mettere in luce l’importanza storica ed artistica della costruzione tardogotica.

Meno si è indagato sulle sue origini, ma tutti concordano che esse vanno ricercate in epoca longobarda (VII - VIII secolo) e che la chiesa cristiana (ariana?) sostituì, probabilmente, un luogo di culto pagano.

E' risaputo che i longobardi non erano architetti e per edificare nuove chiese e luoghi pubblici si avvalevano di maestranze provenienti dall’Oriente «oltremodo specializzate nella costruzione e nella decorazione degli edifici.
A esse fanno ricorso i duchi e i re longobardi, indirizzati nelle scelte dai papi, per lo più siriaci, che governavano la Chiesa del tempo».
Per questo motivo si fa sempre più spesso riferimento «all’architettura di periodo longobardo e non dei longobardi in quanto essi non ne avevano né erano architetti». 1)

«Le architetture realizzate tra il VII e VIII secolo sono per lo più edifici di culto i cui schemi planimetrici si ricollegano (...) a esempi di periodo paleocristiano o, comunque, sono collegate a piante di matrice proveniente dall’Oriente». 2 )

In base a queste affermazioni possiamo sostenere a ragione che anche nella Grotta d’Antro operarono maestranze, o anche monaci, provenienti dall’Oriente che adattarono al culto cristiano le strutture preesistenti, di origine militare o anche cultuale.

Questa tesi trova ulteriore avvallo nella scritta greca, che si trova nell’abside della cappella di san Giovanni, e alla dedicazione alla Purificazione della Madonna della cappella costruita alla sua destra, un titolo che, come abbiamo visto, arrivò nella Chiesa latina dall’Oriente.

La scritta greca, letta ed interpretata dal prof. Faustino Nazzi 3), parla di un luogo sacro (fanoma = tempio pagano) fatto di nuovo dal contrafforte murario simmetrico. Il termine isoschele - isoscele viene interpretato da Nazzi in senso simbolico: «Agli occhi degli antichi l’antro doveva apparire nella forma di un enorme gambero - cancro - granchio (termini equivalenti in greco e in latino), quarto segno zodiacale, situato subito dopo il solstizio d’estate (22 giugno - 22 luglio), quando i giorni cominciano ad accorciarsi».
Il termine può anche significare «pari» e quindi indicare i due luoghi di culto che furono costruiti su una precedente struttura.

Un ulteriore elemento a sostegno di questa tesi sono le poche strutture murarie della cappella della Madonna rimaste ancora intatte, in particolare gli angolari della volta a crociera e le ghiere dell’arco a tutto sesto dell’ingresso e della finestra laterale, che sono costruiti in mattone, un elemeto estraneo alla tradizione costruttiva locale.

Probabilmente le maestranze, venute dall’Oriente, avevano poca dimestichezza nel modellare la pietra ed hanno preferito ricorrere al più familiare mattone nella costruzione di quegli elementi. Anche nella costruzione dell’arco della finestra è stato usato un calcare più facilmente modellabile.

L’esistenza in uno spazio così ristretto di due luoghi di culto non è estranea alla tradizione longobarda o anche bizantina: sono note le chiese «multiple» o «satelliti» di altre con maggiore importanza. L’esempio più importante e vicino è il tempietto longobardo di Cividale che era affiancato alla chiesa di san Giovanni, in seguito staccata dal complesso originario e del tutto rimaneggiata.

La costruzione di cappelle satelliti si rese necessaria, in quei tempi, per venire incontro al crescente desiderio di un’attività liturgica più estesa.
La chiesa latina già a partire dal secolo VI, mostra una chiara tendenza a permettere più altari nello stesso tempio.

Anche il fatto che le due chiese furono costruite all’ingresso di una grotta costituisce un altro elemento riferibile all’epoca longobarda. Da ricordare «la cospicua serie di edifici legati ad un santo molto venerato dai longobardi: san Michele; essi sono ubicati prevalentemente in grotte, la più celebre delle quali è quella posta sul monte Gargano». 4)

1) G. Pavan, Architettura del periodo longobardo, in I longobardi, Milano 1990, p. 236.

2) Ibidem, p. 237

3) F. Nazzi, La grotta d’Antro. Una misteriosa epigrafe in lingua greca, in Genti e Paesi delle Prealpi Giulie, Padova 2003, pp 83 - 112.

4) G. Pavan, ibidem, p. 238.


Analogie tra Antro e Cividale

L’indagine sulla cappella della «sacrata Vergine antiqua» nella Grotta di San Giovanni d’Antro ci ha portato a parlare della chiesa di Santa Maria in Valle di Cividale, meglio conosciuta come Tempietto longobardo.
Ed è stato inevitabile, visti i paralleli e le analogie tra le due chiese e, in genere, tra le due aree.

La prima somiglianza sta nel fatto che entrambi i luoghi di culto sono dedicati alla Madonna e sono state chiese «parallele» o «satelliti» di una chiesa dedicata a san Giovanni Battista.
Se per la cappella della Purificazione in Grotta questo è ancora chiaro (anche se è stata da tempo smantellata e ridotta ad un vano apparentemente inutile) lo è meno per il Tempietto cividalese, in quanto la chiesa di san Giovanni, attigua all’ex convento delle Orsoline, appare oggi del tutto distaccata dal contesto storico e stilistico di Santa Maria in Valle.
Ma gli scavi e gli studi compiuti in varie epoche hanno portato alla conclusione che le due chiese appartenevano ad un’unica area cultuale.

«In base alle ricerche dell’estate del 1955 (...) è possibile affermare che l’antica chiesa di S. Giovanni esisteva già da un secolo, forse da un secolo e mezzo, quando intorno al 750 la fabbrica isolata del Tempietto venne edificata proprio a nord-est della chiesa.
Si provvide, in quella occasione, a dare al Tempietto un orientamento conforme a quello della chiesa, così che il presbiterio venne a trovarsi a levante. Contemporaneamente, però, si pensò di girare l’asse longitudinale del tempio da erigersi, di alcuni gradi rispetto a quello di S. Giovanni, così che la facciata con l’ingresso principale venisse a trovarsi leggermente voltata verso la chiesa preesistente.
In tal modo si riuscì a stabilire un contatto formale, visualmente efficace tra i due templi.
I risultati essenziali e indiscutibili delle ricerche archeologiche compiute nella gastaldaga longobarda convalidano, a mio parere, l’interpretazione data dal Dyggve del rapporto liturgico esistente tra i due templi, secondo la quale al Tempietto fu assegnata la funzione precisa di sacello annesso o satellite dell’antica chiesa di S. Giovanni». 1)

Esempi di chiese satelliti o annesse sono frequenti in quel periodo storico.
Nell’Italia settentrionale e nell’Alto Adriatico vanno ricordati «il sacello a cupola di S. Vittore in Ciel d’Oro presso S. Ambrogio (Basilica Martyrum) a Milano e i sacelli cruciformi presso S. Giustina a Padova, presso SS. Apostoli a Verona e presso S. Simpliciano (Basilica Virginum) a Milano.
Mentre le prime tre cappelle sorgono a sud del coro delle rispettive chiese, l’ultima presenta la stessa ubicazione del Tempietto rispetto a S. Giovanni.
Lo stesso va detto anche riguardo le due cellae trichorae presso le cattedrali di Parenzo e di Grado, le quali, originariamente, erano con probabilità strutture isolate». 2) Il tempietto di Santa Maria in Valle era, quindi, una chiesa annessa o satellite della chiesa di San Giovanni e questa è una prima ed importante analogia con l’area cultuale della grotta d’Antro, dove la stretta relazione tra le due chiese è rimasta intatta.

La seconda analogia tra la Grotta di Antro e l’area chiesatica del Tempietto sono le dedicazioni dei due luoghi di culto:
i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista e la Madonna.

E' noto che san Giovanni Battista era il santo «nazionale» dei longobardi ed a lui furono dedicate chiese fondate da re e regine.
Lo stesso Paolo Diacono nella «Historia Langobardorum» ricorda la chiesa di san Giovanni Domnarum, nella capitale Pavia, fondata dalla regina Gundiperga, e la basilica fatta erigere a Monza da sua madre, la regina Teodolinda, che, nelle vicinanze della chiesa, fece anche costruire un suo palazzo, nel quale fece dipingere alcune delle imprese dei longobardi. 3)

In un altro passo della sua Historia Paolo Diacono conferma quanto fosse venerato san Giovanni Battista dai longobardi. Lo storico narra che quando l’imperatore d’Oriente, Costante, deciso a strappare l’Italia ai longobardi, sbarcò a Taranto, si recò da un eremita, che, si diceva, aveva spirito profetico e gli chiese se sarebbe riuscito ad assoggettare i longobardi.

L’eremita, dopo una notte di preghiera, rispose a Costante.
«Il popolo longobardo non potrà esser vinto in nessun modo perché una regina, venuta da un’altra terra, ha fatto innalzare su terra longobarda una basilica in onore del beato Giovanni Battista, che perciò sempre intercede in favore dei longobardi.
Ma verrà un tempo in cui questa chiesa sarà tenuta in dispregio, e allora anche quel popolo perirà».

E Paolo Diacono, che vide il suo popolo sconfitto dai franchi, scrive che la profezia si avverò:
«Circostanza di cui siamo testimoni: prima della rovina dei longobardi il tempio di san Giovanni Battista, a Monza, lo abbiamo visto in mano a gente spregevole.
Quel luogo santo, infatti, non veniva più concesso ai meriti di una vita virtuosa, ma come premio agli indegni e ai fornicatori». 4)

Nella Grotta di Antro il titolo di san Giovanni Evangelista compare sulla pietra tombale di Felice, dell’VIII o IX secolo, (Iaceo indignus hic tumulatus ego Felix ad fundamenta sanctorum ecclesiae Iohannis Baptistae ac Evangelistae), mentre a Cividale troviamo per la prima volta questa dedicazione nella trascrizione della lapide di consacrazione dell’anno 1242 , ma nulla vieta che il titolo sia di molto anteriore.
Il suo patrocinio fu, probabilmente, aggiunto quando i longobardi lasciarono definitivamente l’eresia ariana ed abbracciarono il cattolicesimo.

Comune tra Antro e Cividale è, infine, il titolo della Madonna.

Non siamo riusciti a sapere sotto quale titolo essa fosse venerata e quale festa si celebrasse nel Tempietto.

Tempo fa fu posta da Carlo Mutinelli la questione se il titolo originario del Tempietto fosse quello della Madonna.
Secondo lo storico «esso, in qualità di cappella palatina, doveva con ogni probabilità essere stato dedicato al Salvatore, e a sostegno della sua tesi ha proposto una serie di argomenti di vario tipo.
M. Brozzi, da parte sua, rigetta gli argomenti addotti dal Mutinelli e sostiene che il Tempietto già dalle origini era dedicato alla Madre del Salvatore» 5).

Anche nel volume di H. P. l’Orange e H. Torp viene sostenuta la stessa tesi:
«la consacrazione a S. Maria non era naturalmente sconosciuta presso i Longobardi, divenuti cattolici. (...) Non sono, invece, in grado di citare che un solo tempio longobardo - presumibilmente anteriore al 774 e avente stato palatino - dedicato alla Vergine, cioè la chiesa di S. Maria in Corte, della curia ducale cividalese.
E' provato, al contrario, che molte cappelle palatine erano intitolate alla Vergine, sia nel periodo precedente a quello da noi studiato, a Bisanzio, sia nel periodo successivo, in Oriente e in Occidente» 6).

1) H. P. l’Orange � H. Torp, Il tempietto longobardo di Cividale. Roma 1977, p. 226

2) Ibid.

3) Ibid., p. 224

4) Paolo Diacono, Storia dei longobardi, (a cura di E. Bartolini), Milano 1990, pp. 215 - 217

5) H. P. l’Orange - H. Torp, cit., p. 229

6) Ibid., p. 230


Le chiese della gastaldaga

Le analogie tra le aree cultuali della Grotta di Antro e del tempietto di Cividale, che abbiamo trattato nell’ultima puntata, non si esauriscono nella identica titolazione e nella stessa disposizione delle chiese, ma si estendono anche alla funzione che queste hanno avuto originariamente.

«Se si accetta che il Tempietto fin dalle origini era liturgicamente legato a S. Giovanni, il problema controverso riguardante la sua funzione nell’ambito della gastaldaga e innanzitutto il suo rapporto con il monastero, sorto nella zona pressoché contemporaneamente, non ha più ragione d’essere.
Infatti, se si fa risalire l’edificio a epoca longobarda, e se lo si considera come satellite della chiesa di S. Giovanni, si giunge necessariamente alla conclusione che la sua funzione principale non può essere stata diversa da quella di S. Giovanni.
In base a queste premesse è logico concludere che il Tempietto, nel periodo più antico della sua storia dovette essere, come la chiesa principale, S. Giovanni, una dipendenza non del monastero, ma della gastaldaga». 1)

Il Tempietto faceva parte, quindi, dell’area dove i longobardi avevano stabilito la sede della gastaldia, cioé della rappresentanza del loro re, che risiedeva a Pavia.
I due luoghi di culto avrebbero avuto la funzione precipua di cappelle della gastaldaga, la quale era di proprietà regia.
«Mentre i duchi longobardi, ordinariamente, potevano liberamente disporre dei beni sottopopsti alla loro giurisdizione, il gastaldius regis, invece, nell’epoca longobarda, non godeva di alcun diritto di proprietà sulla curtis regia da lui amministrata. Non poteva per esempio far donazione di questi beni senza precetto reale. (...)
Premesso che si accetti la datazione alla metà dell’VIII secolo, si giunge pertanto inevitabilmente alla conclusione che il Tempietto deve essere, patrimonialmente e giuridicamente, una fondazione principesca, anzi regia». 2)

La stessa destinazione aveva, con tutta probabilità, l’area cultuale della Grotta d’Antro.

Che Antro fosse una gastaldia fin dal tempo dei longobardi è confermato anche dagli studiosi più autorevoli.

«Trovando gastaldi dal tempo longobardo in molte città d’Italia (...) e trovando ad Antro continuamente questo gastaldo dai tempi più remoti fino al cadere della Repubblica di Venezia, mi sembra logico il dover ammettere che esso risalga ai primissimi tempi della introduzione di questo genere di officiali regi in Italia» 3).

Di un gastaldo ad Antro, di nome Luparo, rappresentante della regina Ansa, moglie di Desiderio, parla il Brozzi 4), citando l’Otium foroiuliense di G. Guerra, ma una prima verifica del manoscritto presso il Museo archeologico nazionale di Cividale non ha dato risultati positivi.

I primi nomi documentati dei gastaldi di Antro risalgono agli inizi del XIII secolo. 5) La gastaldia patriarcale e poi veneta, a capo della quale si succedettero gastaldi di origine friulana, fiorentina e milanese, operò fino al 1521, quando fu aggregata a quella di Cividale per compensare la città della cessione di Tolmino e di Idria alla Casa d’Austria in seguito alle vicende della Lega di Cambrai e agli accordi di Worms (1521).

La gastaldia di Antro era alquanto estesa: confinava ad est con quella di Tolmino, a sud con quella di Nebola, a ovest con quella di Cividale, a nord con le castellanie di Cuccagna, Attimis, Cergneu, Tarcento e i territori dell’abbazia di Moggio.
Michele Leicht ipotizza che «la gastaldia di Antro non sia che l’amministrazione delle due Curtes regie», delle quali parlano gli editti di Rotari e di Liutprando, di Antro e di Merso concentrate in mano del medesimo funzionario regio. 6 )

Ma che cos’era la gastaldia al tempo dei longobardi?
Era un territorio, più o meno esteso, amministrato da un ufficiale regio che i sovrani longobardi nominavano nei singoli ducati, in cui era suddiviso il regni, per l’amministrazione della cosa pubblica e per la riscossione dei redditi dovuti alla corona. I gastaldi, in nome del re, esercitavano certi poteri giudiziari, militari e di polizia, costituendo così una sorta di contrappeso all’autorità dei duchi.

Il fatto che Antro fosse una gastaldia di proprietà regia è confermato dalla donazione che Berengario, prima duca del Friuli, con la quale nell’888 concedeva al diacono Felice «la chiesa di san Giovanni Battista in Antro con lo stesso Antro e gli alberi ivi piantati da lui, il prato che il prete Lorenzo aveva reso fertile attorno al monte Olosa e la superficie dello stesso monte; il tugurio annesso alla chiesa e i campi nel territorio di Broxas, il casala Pungolino e in località Rinaldino; gli concede, inoltre, i pascoli situati sui monti di Broxas, nel piano e lungo i fiumi». 7)

Secondo Carlo Guido Mor questa concessione, che riguardava un vasto territorio delle Valli del Natisone, dal momento che Broxas era situato nell’area della chiesa di san Quirino a San Pietro al Natisone, «non è soltanto una donazione a carattere patrimoniale, è una entità minore in senso feudale, cioè con un minimo di giurisdizione» 8) .
E lo stesso Mor annovera la chiesa della Grotta di Antro tra «le chiese regie o fiscali, in quanto erette su terre di tale specie, sia originariamente appartenenti al demanio sia entratevi in tempi diversi, o perché fondate dal sovrano.
Anch’esse sono in piena disponibilità del re, come beni patrimoniali demaniali o privati, e la nomina del rettore vi viene fatta direttamente, talvolta sotto forma di donazione al beneficiato (così per la chiesa di S. Giovanni d’Antro... al diacono Felice). 9)

Altrettanto successe alla chiesa di san Giovanni accanto al tempietto quasi sessant’anni prima, quando fu donata.

1) H. P. l’Orange - H. Torp, Il tempietto longobardo di Cividale. Roma 1977, p. 227

2) Ibid., p. 228

3) M. Leicht, La gastaldia d’Antro, «Memorie storiche forogiuliesi», VII, 1911, p. 77. Cfr. C. G. Mor, Appunti sull’ordinamento politico - amministrativo della Val Natisone e Convalli, in Val Natisone, Udine, 1972;
G. M. Del Basso, Cenni storici, e M. Brozzi, Spunti archeologici, in La Grotta di S. Giovanni d’Antro - Note d’arte e di storia, Udine 1966; A. Bianchetti, Note sui primi insediamenti nelle valli del Natisone, Pisa 1976;
G. Banchig, Le tappe della storia, in Pulfero / Ambiete, storia, cultura, Pulfero 1994

4) Cit., p. 31

5) G. Banchig, cit, p. 100

6) Cit., p. 71

7) L. Schiapparelli, I diplomi dei re d’Italia, Roma 1903. p.404 n. 2

8) Cit., p. 44

9) G. C. Mor, L’età feudale, II, Milano 1953, p. 261

Le tre Marie: in Valle, in Monte, in Antro

Avviandoci alla conclusione di questa ricerca sulla cappella della «Sacrata Vergine» antiqua nella grotta di San Giovanni d’Antro, diamo spazio ad alcune suggestioni che andranno approfondite e fondate su ulteriori ricerche storiche.

Innanzi tutto va data una risposta a quanti hanno avanzato degli interrogativi dovuti al fatto che la cappella non viene menzionata prima del XVII secolo e precisamente nel verbale della visita del canonico cividalese Michele Missio, mentre la chiesa di san Giovanni Battista è ricordata sia dalla lapide di Felice (VIII - IX secolo) che nella donazione di re Berengario al diacono Felice (888) o anche in documenti posteriori fino alla visita del canonico Missio.
Una risposta può essere data dal fatto che, come abbiamo visto, la cappella della Madonna era un «satellite» della chiesa principale ed era inclusa nello stesso complesso cultuale della grotta.

Una traccia della cappella può essere vista nel «tegurium», di cui parla la donazione di Berengario.
Il termine non va inteso come «tugurio» (ambiente squallido, stamberga), ma come costruzione riparata, coperta, in genere, da laterizi (coppi, tegole).
«Tegurium» è chiamato il battistero di Callisto, custodito nel museo cristiano di Cividale;
nell’architettura sacra con questo termine veniva chiamato il ciborio eretto sopra l’altare delle antiche basiliche o la copertura di tombe entrambi sorretti da colonne; con «tegurium» venivano chiamate anche piccole chiese.
Se interpretato in questo modo, il «tegurium» della donazione potrebbe aver indicato le costruzioni all’entrata della grotta che comprendevano, e comprendono, anche la cappella della Madonna.
Il termine tegurio, inoltre, veniva usato anche per indicare gli edifici dei battisteri che erano separate dalle chiese paleocristiane. 1)

A questo proposito è da sottolineare il fatto che anche il Tempietto di Cividale in alcuni documenti, che riguardavano la chiesa di san Giovanni, non viene citato pur essendo un gioiello d’arte ben noto e frequentato. 2)

A favore dell’antichità del manufatto di Antro depongono le analogie che abbiamo registrato tra l’area cultuale della Grotta di Antro e quella del Tempietto longobardo che possono trovare un’ulteriore conferma nel luogo dove sono state costruite le chiese: in alto, su un dirupo lambito da un corso d’acqua, il Natisone nel caso di Cividale, il torrente che scaturiva dal profondo della grotta nel caso di Antro.
Ma a questo punto entriamo nel campo delle suggestioni, che andranno approfondite e fondate con ulteriori ricerche.

Infine, il verbale del canonico Missio, che parla dell’immagine della «sacrata Vergine antiqua», depone a favore dell’antichità non solo dell’immagine, ma anche del luogo nel quale era conservata.

Ed ora passiamo ad un’altra suggestione che ci si presentava ogni volta che allargavamo il nostro orizzonte al di là della Grotta di Antro.
Oltre ai paralleli con Cividale ci sono sicuramente delle analogie anche con Castelmonte, il santuario della Madonna in diretto contatto visivo con Antro, da una parte, e con il Tempietto, dall’altra.

Sulle origini del santuario di Castelmonte non esistono documenti o notizie certe.
Secondo le ipotesi più diffuse ,3) il santuario affonda «le sue origini — scrive lo storico friulano Guglielmo Biasutti — nei primi secoli del Cristianesimo; e precisamente all’incirca nell’epoca in cui il Concilio di Efeso del 431 — nel quale fu proclamato il dogma della Maternità Divina di Maria SS. — suscitò una vasta ed intensa devozione al culto verso la Vergine.
In verità la cosa non pareva affatto inverosimile; sia perché il santuario era sorto nella sfera della Chiesa d’Aquileia che, appena finite le persecuzioni, aveva dimostrato una esplosiva vitalità; sia perché la Chiesa d’Aquileia fu sempre caratterizzata da un singolare fervore mariano; sia perché Cividale — a cui Castelmonte è strettamente legato — fu certamente sede di una forte comunità cristiana sino dal secolo IV.
Ma alcune recenti scoperte archeologiche ed indagini toponomastiche sono venute a dare il crisma della certezza a quella tradizione». 4 )

Le scoperte archeologiche, di cui parla il Biasutti, si riferiscono ai risultati degli scavi effettuati nel 1963, quando nella cripta «si sono trovati due tratti di pavimento in cocciopesto dell’epoca romana o romano-bizantina, cioè di oltre mille e quattrocento anni fa: uno di metri 4,20 per oltre 2,20; ed un altro per metri 2,20 per una non precisata estensione. Non si sa se esistessero altri simili vani, né a che cosa fossero destinati i due scoperti.
Essi testimoniano tuttavia, fuor di ogni dubbio, che sulla vetta di Castelmonte c’erano già nel secolo V o VI dei luoghi abitati, ai quali si ricollega certamente l’origine del santuario». 5)

Biasutti afferma che uguale pavimentazione fu scoperta nel sito ove a Cividale sorgeva l’antica chiesa della prepositura di S. Stefano, la quale ebbe, sino al 1253, il dominio ed il governo del santuario di Castelmonte.
Quest’ultima pavimentazione è attribuita alla prima metà del secolo VI». 6)

Castelmonte, quindi, come luogo di culto potrebbe essere sorto nella stessa epoca in cui sorsero le chiese di Antro e quelle dell’area della gastaldaga di Cividale.
E perché sulla stregua, di Antro e di Cividale (e qui avanzano le ipotesi e le suggestioni), non vedere in quei vani scoperti nel 1963 le due chiese «satelliti» della Madonna e di san Michele che poi nel corso dei secoli furono separate acquisendo diversa importanza l’una rispetto all’altra?
Anche san Michele Arcangelo era un santo «nazionale» dei longobardi, come san Giovanni Battista che troviamo sia a Cividale che ad Antro.

Perché, quindi, non vedere oltre il collegamento visivo tra Antro e Castelmonte, da una parte, e Castelmonte e Cividale, dall’altra, anche una stessa tipologia ed una stessa epoca in cui furono costruite accanto o sul posto di luoghi fortificati in difesa di Cividale?
Perché non intravedere anche un progetto unico nella costruzione e nella destinazione dei luoghi di culto, tutti e tre accomunati dal culto della Madonna e da santi «longobardi»?

Collegando sulla carta geografica con una linea le tre località si ottiene un triangolo equilatero quasi perfetto.
Si tratta di una casualità?
E perché non tener conto anche della «toponomastica» delle tre chiese mariane:
santa Maria «in Valle» a Cividale,
santa Maria «in Monte» a Castelmonte e
santa Maria «in Antro» nella Grotta?


Solo altri studi e ricerche potranno dare corpo e fondamento a queste suggestioni.

1) Cfr. G. C. Menis, La basilica paleocristiana nelle regioni delle Alpi Orientali, in Aquileia e l’arco alpino orientale, «Antichità altoadriatiche», IX, 1976, p. 395

2) Cfr. H. P. l’Orange - H. Torp, Il Tempietto longobardo di Cividale, Roma 1977, pp. 227 - 228.

3) Cfr. G. Biasutti, Castelmonte, guida storica del santuario, Castelmonte, 1992; G. Ingegneri, Storia del santuario di Castelmonte, Castelmonte, 2002.

4) Biasutti, cit., p. 139

5) Ibid., p. 140

6) Ibid.


Il «tempietto longobardo» di Antro

E' arrivato il momento di trarre le conclusioni al termine di questa lunga ricerca sulla cappella che ospitava l’immagine della «sacrata Vergine antiqua» nella Grotta d’Antro.
La mancanza di documenti e i devastanti interventi sulla struttura muraria effettuati nel suo ambito a più riprese nei secoli XIX e XX, che ne hanno snaturato la destinazione originaria, ci hanno costretto più volte a procedere a tentoni e a tracciare le ipotesi sulla sua fondazione e sulla sua storia ricorrendo a paralleli con situazioni analoghe riferibili alla stessa tipologia e allo stesso periodo storico.

Nonostante ciò abbiamo riscoperto, almeno nei tratti fondamentali, in quale contesto storico è sorta la cappella e qual era la temperie culturale caratterizzata da profondi cambiamenti in quell’epoca di passaggio tra la tarda antichità e l’alto medioevo.

Riguardo all’epoca di fondazione della cappella della Madonna, ed anche della chiesa di san Giovanni, possiamo affermare che essa avvenne in epoca bizantino - longobarda, tra i secoli VI - VII, quando, di fronte alle minacce di nuove invasioni, venne rinforzata la linea fortificata al margine orientale della pianura friulana.

Allora la Grotta d’Antro, già utilizzata dai romani come vedetta e forse anche come luogo di culto, fu interessata da lavori di costruzione, consolidamento o rifacimento delle strutture preesistenti ed anche dalla costruzione dei due edifici di culto dedicati a san Giovanni Battista e alla Madonna sotto il titolo della Purificazione (o dell’Ipapante = incontro del vecchio Simone con il fanciullo Gesù presentato al tempio).
Ad operare nella grotta furono probabilmente maestranze venute dall’Oriente, delle quali si servirono anche i longobardi per costruire le loro chiese e i loro palazzi.

Ad introdurre la festa della Purificazione furono monaci orientali, siriaci o palestinesi, che si rifugiarono in Occidente davanti alle invasioni arabe e, in seguito, alle lotte iconoclastiche.
Questi monaci, che i papi inviarono tra i longobardi per convertirli al Cattolicesimo, portarono con sé anche le loro venerate icone e le feste mariane nate e diffuse in quelle regioni.
E' possibile che qualche monaco arrivò anche nella Grotta d’Antro portando con sé un’icona della Madonna. Fu quella l’immagine della «sacrata Vergine antiqua» che il canonico Missio vide nella sua visita alla cappella del 9 maggio 1602 e che poi fu sostituita dalla scultura del XVII secolo riprodotta qui sopra?

Nelle ultime puntate abbiamo notato dei paralleli con il Tempietto longobardo di Cividale e con il santuario di Castelmonte, chiese che a nostro parere sono coeve a quelle di Antro.

Con Cividale le analogie stanno nei titoli delle due chiese (santa Maria e san Giovanni), in alcuni particolari costruttivi, nella collocazione delle due aree cultuali e nel fatto che il luogo era di proprietà nonché sede della gastaldia o collegata ad essa.

Antro e Castelmonte, dove nel 1963 furono scoperti i pavimenti in coccio di due vani di dimensioni di poco differenti con le chiese della Grotta, hanno in comune il titolo mariano e quelli dei due santi «longobardi» (san Giovanni e san Michele); sono senz’altro accomunate anche dalla loro funzione militare e di vedetta in diretto o indiretto collegamento con Cividale.

In base a questi dati abbiamo avanzato l’ipotesi di un unico progetto nella fondazione, nella struttura e nella destinazione delle tre aree: luoghi fortificati con due chiese «satelliti» com’era d’uso in epoca longobardo - bizantina sia in Oriente che in Occidente. Diversa, invece, fu l’evoluzione dei tre siti nel corso dei secoli anche se in tutte e tre prevalse la destinazione cultuale.

A Cividale le due chiese furono «smembrate» ed ebbero una storia diversa:
santa Maria in Valle conservò le linee originarie e divenne la chiesa del monstero delle Benedettine,
san Giovanni fu più volte rimaneggiato perdendo le strutture bizantino - longobarde.

A Castelmonte il culto della Madonna, in onore della quale fu in seguito innalzata una chiesa più grande, prevalse su quello di san Michele, che fu «relegato» nella cripta e quasi dimenticato dalla devozione popolare.

Il contrario avvenne ad Antro, dove invece fu san Giovanni a «prevalere» sulla Madonna della Purificazione e ad attirare maggiormente la devozione dei cristiani e non solo della Valle del Natisone.
E ciò successe molto presto, infatti sia re Berengario, nella donazione dell’888, che Felice nella iscrizione tombale citano solo la chiesa di san Giovanni.

E così la Grotta divenne di san Giovanni e la sua chiesa fu oggetto di quell’importante ristrutturazione operata nel 1477 dal «meister» Andrea di Škofja Loka.
Di conseguenza fino al secolo scorso la festa del Battista fu molto frequentata, in suo onore fu eretto all’inizio del secolo XVIII l’altare dorato ad opera di Jernej Vrtav (Bartolomeo Ortari) di Caporetto e la cappella fu affrescata da Jernej di Škofja Loka o dai suoi allievi attorno al 1530.
Si tratta di altri due grandi artisti sloveni che, assieme al mastro costruttore Andrea, lasciarono le loro opere in questo importante monumento della Slavia Friulana.

Fu probabilmente il luogo fortificato, situato lungo l’importante strada di collegamento con l’Europa centrale, ad attirare l’attenzione dei Templari, un antico ordine cavalleresco che operò dal XII al XIV secolo, che fu presente nella Grotta e lasciò le tracce della propria presenza nella «Veronica», nella croce e nel «Fiore della vita», affrescati sulla parete rocciosa. Su questi segni ritorneremo in uno dei prossimi numeri del nostro giornale.

La cappella della «sacrata Vergine antiqua» rimase, dunque, in ombra ed era frequentata solo nella festa della Purificazione, il 2 febbraio, quando nel buio della Grotta venivano benedette ed accese le candele e si faceva la processione che in quell’ambiente, dove fino all’abbattimento delle strutture che chiudevano l’attuale entrata filtrava pochissima luce, doveva assumere un particolare significato e una grande suggestione.

Il merito di aver tramandato fino a noi la memoria e il nome di questo antichissimo luogo di culto, che giustamente può essere chiamato il «tempietto longobardo» di Antro va dato al canonico Missio e alle immagini della Madonna che sono arrivate fino a noi.
Giorgio Banchig



















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